La nuova Ocm ridisegna gli equilibri: più flessibilità agli Stati

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Si riducono gli interventi settoriali obbligatori e cresce il margine di scelta nazionale. Una svolta che tocca anche olio, proteine e vino

La futura Pac prende forma attraverso una parola che, nel linguaggio di Bruxelles, può significare molte cose: flessibilità. Il nuovo compromesso sulla riforma della Ocm, presentato dalla Presidenza irlandese, riduce infatti il perimetro degli interventi che gli Stati membri sarebbero obbligati ad adottare e restituisce alle capitali una parte significativa della capacità di decidere come e dove intervenire.

È una modifica tecnica solo in apparenza. Dietro la revisione delle norme sulla futura organizzazione comune dei mercati si intravede una questione politica destinata a pesare sul negoziato della Pac 2028-2034: quanto spazio lasciare alle differenze nazionali senza indebolire la dimensione comune della politica agricola europea?

Il documento di lavoro del Consiglio, datato 16 settembre, sarà discusso dal Gruppo di lavoro sui prodotti agricoli. Il dossier passerà quindi al Comitato speciale Agricoltura, con l’obiettivo di arrivare a un orientamento generale parziale al Consiglio Agrifish di ottobre.

Meno obblighi, più discrezionalità

Il cambiamento più rilevante riguarda gli interventi settoriali. La nuova versione restringe sensibilmente il campo delle misure obbligatorie: restano vincolanti gli interventi per l’ortofrutta, nei Paesi che dispongono di organizzazioni o associazioni di produttori riconosciute, e per l’apicoltura. Il vino mantiene un regime specifico, ma con la possibilità per gli Stati di rinunciare all’obbligatorietà in determinate condizioni.

Per il resto, la logica cambia. Gli interventi settoriali diventano in larga misura una scelta nazionale.

Ed è proprio qui che il compromesso assume una portata concreta per le filiere. Dall’elenco dei comparti per i quali era prevista un’intervento obbligatorio a determinate condizioni vengono infatti eliminati colture proteiche, luppolo, olio d’oliva e olive da tavola. Per le leguminose, inoltre, l’inclusione tra i prodotti sostenibili attraverso gli interventi viene incoraggiata, ma non imposta.

Il principio è semplice: l’Europa definisce la cornice, ma saranno sempre più gli Stati a decidere quali strumenti utilizzare.

Per il mondo agricolo significa maggiore possibilità di adattamento alle caratteristiche produttive nazionali. Ma significa anche che la capacità di una filiera di beneficiare degli strumenti della Pac potrebbe dipendere maggiormente dalle scelte compiute dal singolo Stato membro.

Il nodo dell’olio

Per il comparto olivicolo la modifica non è secondaria. L’olio d’oliva e le olive da tavola escono infatti dal gruppo dei settori per i quali la proposta prevedeva un intervento obbligatorio in determinate circostanze.

Questo non significa che l’Unione rinunci al sostegno al comparto. Cambia piuttosto il suo carattere: da elemento inserito in una logica di intervento obbligatorio a strumento affidato alle decisioni nazionali. Una distinzione che, per le filiere agricole, può diventare decisiva. La competitività non dipende infatti soltanto dalle regole di mercato, ma anche dalla continuità e dalla prevedibilità degli strumenti con cui gli Stati accompagnano investimenti, organizzazione dell’offerta e gestione delle crisi.

La protezione dei nomi della carne esce dalla Ocm

Un’altra modifica destinata a far discutere riguarda le denominazioni della carne.

La Presidenza irlandese propone di eliminare integralmente dal testo il sistema specifico di protezione dei nomi di carne e dei relativi tagli. Scompaiono quindi le disposizioni che avrebbero riservato a prodotti esclusivamente derivati dalla carne denominazioni riferite a bovini, suini, pollame, ovini e caprini, oltre a numerosi nomi di tagli.

Resta però la possibilità di adottare norme di commercializzazione per carne bovina, suina, ovina e caprina.

È una distinzione importante perché separa due piani: da una parte le regole generali di mercato, dall’altra la protezione specifica delle denominazioni.

Proteine, autonomia strategica e sicurezza alimentare

Il compromesso mantiene invece una forte attenzione alla produzione europea di proteine.

La proposta conserva un settore specifico per le colture proteiche e rafforza il riferimento alla necessità di sviluppare fonti alternative e innovative, comprese quelle ottenute da erba e biomasse attraverso processi di bioraffinazione.

Il tema viene collegato direttamente alla sicurezza degli approvvigionamenti, all’autonomia strategica dell’Unione, alla resilienza e alla sostenibilità ambientale. Anche in questo caso, però, la Presidenza riduce gli automatismi: il riconoscimento delle organizzazioni di produttori viene lasciato alla valutazione degli Stati membri.

La stessa impostazione emerge sulla sicurezza alimentare. Gli Stati dovranno predisporre piani nazionali per affrontare emergenze e interruzioni delle catene di approvvigionamento, ma saranno le singole capitali a definire in larga misura struttura, responsabilità e dimensione delle eventuali riserve.

Le riserve agricole, in particolare, non diventano un obbligo generalizzato: saranno gli Stati a decidere se istituirle e quale quantità mantenere. Anche la cooperazione transfrontaliera viene configurata come volontaria.

La variabile climatica

Il negoziato sull'Ocm procede, mentre la Pac deve fare i conti con un’altra variabile ormai strutturale: la crescente esposizione dell’agricoltura alle emergenze climatiche.

Al Comitato speciale Agricoltura del 14 settembre gli Stati membri hanno affrontato la situazione della siccità, che quest’estate ha interessato 19 Paesi dell’Unione. Il confronto proseguirà all’Agrifish del 28-29 settembre.

Sul tavolo ci sono gli strumenti di risposta immediata – anticipi, deroghe, forza maggiore e pagamenti di crisi – ma anche investimenti di lungo periodo in gestione dell’acqua, prevenzione, adattamento, ricerca, innovazione e gestione del rischio.

I delegati hanno inoltre evidenziato la necessità di rafforzare la resilienza dei sistemi agricoli attraverso colture più adatte alle condizioni climatiche, infrastrutture per l’acqua e strumenti assicurativi. E proprio sulla capacità della riserva agricola di fronteggiare crisi multiple sono emerse perplessità: diversi Stati la considerano insufficiente.

La flessibilità non può diventare frammentazione

Il compromesso irlandese dice molto del momento che sta vivendo l’agricoltura europea. Da una parte c’è la necessità di rendere la Pac più adattabile alle specificità produttive e alle diverse condizioni economiche, climatiche e territoriali degli Stati membri. Dall’altra resta l’esigenza di evitare che la flessibilità si traduca in una progressiva frammentazione della politica agricola comune.

Perché un agricoltore non misura la qualità della Pac sulla complessità dei suoi regolamenti, ma sulla capacità di offrire regole comprensibili, strumenti accessibili e condizioni di concorrenza il più possibile omogenee.

La nuova OCM sembra andare verso un’Europa agricola meno prescrittiva e più nazionale. È una direzione che può aumentare la capacità di adattamento, ma che richiede un presidio europeo forte sugli obiettivi comuni.

 

 

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