Si è spento a 88 anni Angelo Garibaldi, professore emerito dell'Università di Torino e figura di riferimento della patologia vegetale. Ma definire Angelo Garibaldi solo attraverso i suoi titoli accademici sarebbe riduttivo. È stato, prima di tutto, un uomo che ha saputo coniugare l’eccellenza della ricerca internazionale con la concretezza di chi sa che la scienza, per essere utile, deve saper "sporcarsi le mani" sul campo.
La scienza tra laboratorio e campo
Figlio di floricoltori di Cipressa, Angelo Garibaldi portava nel Dna il legame con la terra. La sua visione della ricerca non ammetteva compartimenti stagni: per lui, la ricerca di base — lo studio microscopico di funghi e batteri e dei meccanismi con cui attaccano l’ospite— era inscindibile dalla ricerca applicata. Non c’era studio che non avesse come fine ultimo la risoluzione di un problema reale per l’agricoltore.
Mentre molti colleghi si limitavano a stare in laboratorio, il Professor Garibaldi amava visceralmente stare in campo e in serra. "Non gli piaceva studiare il sesso degli angeli", ricordano i suoi collaboratori: voleva vedere i sintomi, toccare le piante, vedere cosa succede in campo con i suoi occhi. Questo approccio lo ha portato a identificare, con il fiuto di un cercatore di tartufi, centinaia di nuove malattie, diventando anche un pioniere della difesa sostenibile delle colture.
Un respiro internazionale senza confini
Nonostante le radici profonde in Piemonte e nella sua Liguria (celebre la sua abitudine di spiegare le malattie in dialetto ligure ai coltivatori), Garibaldi è stato un cittadino del mondo. I suoi lunghi soggiorni giovanili all'estero, in centri di ricerca d’eccellenza americani, canadesi e israeliani, gli avevano conferito una visione cosmopolita che ha segnato profondamente la sua carriera e il Centro Agroinnova, da lui co-fondato.
Questa proiezione globale non era per lui un vanto personale, ma uno strumento di crescita per l'intero sistema agrario italiano. Sapeva che la scienza non ha frontiere e che il confronto con le realtà internazionali era l'unico modo per "sprovincializzare" la ricerca accademica.
La scommessa sui giovani e la rivoluzione Erasmus
Forse il lascito più grande di Angelo Garibaldi risiede nella sua attenzione verso le nuove generazioni. In tempi non sospetti, negli anni 1980, intuì immediatamente il valore del programma Erasmus. Mentre il progetto era ancora agli albori, Garibaldi si fece promotore attivo, spingendo i suoi studenti a partire, a confrontarsi con l'Europa e a tornare con occhi nuovi.
Per lui, formare un giovane non significava solo trasmettere nozioni, ma aprire porte. Ha guidato centinaia di laureati e giovani ricercatori, promuovendo il primo spin-off universitario del settore agrario a Torino. Lavorare con lui significava rigore e fatica, certo, ma anche divertimento e passione contagiosa.
Un addio in punta di piedi
Con la sua scomparsa, il mondo della patologia vegetale perde un innovatore che ha firmato oltre 1.200 pubblicazioni e ricoperto ruoli istituzionali di prestigio, da Preside di Facoltà a Pro-Rettore. Eppure, chi lo ha conosciuto ne ricorda soprattutto l'umiltà, l’onestà intellettuale, la tolleranza e quella signorilità d'altri tempi che lo ha accompagnato fino al 9 luglio scorso.
La sua eredità ci insegna che l'eccellenza scientifica non risiede solo nella tecnologia, ma nella capacità di far dialogare l'avanguardia della ricerca con la responsabilità verso la propria comunità, rendendo la scienza uno strumento di custodia e di sviluppo per la nostra terra.









