«L’Europa agricola non può arretrare»

Europa
Chiacchierata con l’eurodeputato Herbert Dorfmann. Accordi commerciali, riforma della Pac e difesa delle aree interne da realizzare coniugando produzione, sostenibilità e territorio

Bruxelles. L’undicesimo piano della torre E dell’edificio Spinelli è uno dei luoghi dove, lontano dal rumore dell’aula plenaria, si gioca una parte decisiva del futuro agricolo europeo. È qui che raggiungo Herbert Dorfmann, europarlamentare altoatesino del Partito popolare europeo, agricoltore di formazione e da anni punto di riferimento sui dossier agricoli più sensibili: dalla Politica agricola comune agli accordi commerciali, fino al delicato equilibrio tra sostenibilità ambientale e redditività delle imprese. Relatore ombra su alcuni dei passaggi chiave della prossima riforma della Pac, Dorfmann parla con la concretezza di chi conosce il settore dall’interno. E non nasconde le preoccupazioni, ma nemmeno la convinzione che l’Europa abbia ancora margini per costruire una politica agricola solida, a patto di non perdere di vista la realtà dei campi.

Mercosur, una sfida da governare

L’accordo con il Mercosur è uno dei nodi più controversi sul tavolo europeo. «Non c’è dubbio che per alcuni settori dell’agricoltura europea rappresenti una sfida importante», chiarisce subito Dorfmann. Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay sono grandi produttori agricoli, con un forte interesse a esportare verso l’Europa. «Lo fanno già oggi – ricorda – e spesso ce ne dimentichiamo».

Un dato su tutti: il principale prodotto agricolo esportato dal Mercosur verso l’Unione europea è la soia, utilizzata prevalentemente come mangime. «E i principali “clienti” di queste importazioni sono proprio gli agricoltori europei», sottolinea. Ma questo non significa ignorare i rischi. «Dobbiamo fare di tutto per proteggere i settori che potrebbero subire danni».

Zucchero, bioetanolo, riso, agrumi, carni bovine e pollame sono tra i comparti più esposti. Ed è proprio su questo fronte che il Parlamento europeo ha insistito sull’introduzione di clausole di salvaguardia, pensate per intervenire in caso di perturbazioni di mercato legate alle importazioni.

Dorfmann resta fiducioso: «Se queste clausole funzioneranno e se sapremo cogliere le opportunità, il Mercosur può diventare anche un nuovo mercato per molti prodotti europei». Ortofrutta, vino, distillati, formaggi e salumi di qualità potrebbero trovare nuovi sbocchi. «E non dimentichiamoci – aggiunge – che in questi Paesi esiste una grandissima comunità italiana e una ristorazione italiana molto radicata».

Pac post 2027: il vero rischio è il budget

Sul futuro della Pac, Dorfmann invita alla cautela. «È sinceramente troppo presto per dire che i tagli siano scongiurati». Tutto dipende dal Quadro finanziario pluriennale 2028-2035, che dovrà essere approvato dagli Stati membri. «Se il bilancio complessivo verrà ridotto, è quasi automatico che anche l’agricoltura ne pagherà il prezzo».

Il primo obiettivo, quindi, è politico: «Portare a casa un budget agricolo almeno pari a quello attuale». Ma non basta. A preoccupare Dorfmann è anche l’estrema flessibilità concessa agli Stati membri nella nuova architettura della Pac. «Con questa proposta, uno Stato potrebbe persino rinunciare a misure essenziali per l’agricoltura di montagna: indennità compensative, agroambiente, sostegno alla biodiversità, biologico».

Per questo chiede paletti chiari: «Bisogna garantire che, nella definizione dei Piani strategici nazionali, queste misure vengano comunque attivate».

Allevamenti, montagne e territorio: una battaglia culturale

Uno dei passaggi più netti riguarda l’allevamento. «Da anni registriamo in Europa una diminuzione del numero di animali, in particolare bovini, accompagnata da una forte concentrazione nelle aree di pianura». Una tendenza che ha effetti economici, ambientali e territoriali.

«Nel dibattito su emissioni, CO₂ e metano ci dimentichiamo spesso che l’animale è un elemento centrale dell’agricoltura circolare», afferma. Pascoli e prati stabili, soprattutto in montagna, esistono solo se c’è allevamento. «Senza ruminanti, questi territori vengono abbandonati».

Il risultato? «Meno carne europea sul mercato e prezzi alle stelle». Da qui l’appello a superare «la condanna generalizzata dell’allevamento» e a lavorare per una presenza più diffusa degli animali sul territorio, evitando concentrazioni eccessive nelle aree più favorevoli.

«In montagna spesso non esistono alternative: o c’è allevamento, o c’è abbandono». Una cascata pericolosa: prima se ne va l’allevamento, poi l’agricoltura, infine l’uomo. «Questa dinamica va fermata nell’interesse di tutti».

Olivicoltura e produzione: guardare al modello spagnolo

Per il bacino mediterraneo – e per l’Italia in particolare – Dorfmann individua nell’olivicoltura una leva strategica. «È un prodotto fondamentale dal punto di vista economico, ambientale e paesaggistico». Nonostante le difficoltà – mercato, fitopatie, cambiamenti climatici – l’olio d’oliva gode di una domanda in crescita ed è percepito come un prodotto di alto valore.

«La Spagna negli ultimi decenni ha investito molto in ricerca, impianti e tecnologia, ottenendo un aumento significativo della produzione», osserva. «In Italia questo è avvenuto solo in parte. Dobbiamo colmare questo divario».

Energia, agricoltura e mercato: superare i tabù

Altro tema caldo è quello dell’uso dei campi per la produzione alimentare, mangimistica ed energetica. «Un dibattito spesso ideologico», secondo Dorfmann. «I nostri campi devono servire a tutte e tre queste funzioni».

È convinto che una maggiore integrazione tra agricoltura ed energia possa ridurre la dipendenza europea da petrolio e gas. «Sarei favorevole a un aumento della percentuale di etanolo nelle benzine: aiuterebbe la sostenibilità della mobilità e compenserebbe alcune importazioni».

Propone anche nuovi strumenti di mercato: «Se c’è un eccesso produttivo che fa crollare i prezzi, trasformare una parte di quel prodotto in energia potrebbe stabilizzare i mercati». L’esempio è quello delle patate, dopo una produzione particolarmente abbondante nelle ultime annate.

Il ruolo del Ppe e la responsabilità di governare

In questa legislatura, il Ppe si trova in una posizione centrale. «Difficilmente si può costruire una maggioranza stabile senza di noi», ammette Dorfmann. Una forza che diventa anche responsabilità. «Avremo un ruolo chiave nelle decisioni sulla Pac».

L’obiettivo resta chiaro: «Un’agricoltura europea innovativa, sostenibile dal punto di vista ambientale ma anche economicamente solida». Senza dimenticare una richiesta precisa: «Meno prescrizioni da Bruxelles e più fiducia negli agricoltori».

Nelle parole di Herbert Dorfmann c’è una linea politica netta: produrre in Europa, senza rinunciare alla sostenibilità, ma senza ideologie punitive. Un’agricoltura intensiva e sostenibile allo stesso tempo, capace di tenere insieme mercato, ambiente e territorio.

«Gli agricoltori – conclude – vogliono tutelare i propri campi e trasmetterli alla prossima generazione». Forse è da qui che l’Europa dovrebbe ripartire: dalla consapevolezza che la sostenibilità non nasce nei regolamenti, ma nelle scelte quotidiane di chi lavora la terra.

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