Tra nuove regole e clima estremo: la difficile sfida della transizione agricola

Dalle norme sugli imballaggi alla stretta sui residui di pesticidi nelle importazioni, fino all’emergenza siccità e incendi che colpisce le campagne europee. Le ultime indicazioni da Bruxelles restituiscono un’agricoltura stretta tra obiettivi ambientali sempre più ambiziosi e una realtà produttiva che chiede strumenti, tempi e risorse per adattarsi

L’Europa accelera sul fronte della sostenibilità, ma il terreno sul quale si misura questa transizione è sempre più complesso. Da una parte nuove regole puntano a rendere più sicuri i materiali a contatto con gli alimenti, ridurre i rifiuti e allineare gli standard produttivi europei a criteri ambientali e sanitari più stringenti. Dall’altra, le campagne devono fare i conti con siccità, temperature estreme, incendi e disponibilità d’acqua sempre più incerta.

È questo il quadro che emerge dalle ultime notizie europee, che mette in fila tre questioni destinate a pesare sul futuro della politica agricola dell’Unione: l’entrata in applicazione del regolamento sugli imballaggi, lo studio del Joint Research Centre sull’impatto di una possibile estensione agli alimenti importati degli standard europei sui pesticidi e l’allarme lanciato dagli agricoltori colpiti dagli eventi climatici estremi.

Imballaggi, parte la nuova fase delle regole Ue

Dal 12 agosto 2026 è entrato in applicazione il Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR), il regolamento europeo sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio entrato in vigore nel febbraio 2025. L’obiettivo è creare un quadro armonizzato per l’intero ciclo di vita degli imballaggi, superando la frammentazione delle normative nazionali e riducendo, nelle intenzioni della Commissione, anche i costi di conformità per le imprese che operano nel mercato unico.

Tra le prime disposizioni operative figura la restrizione delle sostanze per- e polifluoroalchiliche, i cosiddetti PFAS, negli imballaggi destinati al contatto con gli alimenti. Le confezioni che contengono PFAS oltre i limiti stabiliti non possono più essere immesse sul mercato europeo. Si tratta di sostanze utilizzate per le loro proprietà antiacqua e anti-grasso in numerosi prodotti, tra cui contenitori per il cibo da asporto, involucri per fast food, sacchetti per popcorn da microonde, carta da forno e contenitori per pizza.

La Commissione considera la misura un tassello verso un’economia più circolare e una riduzione dell’esposizione dei consumatori e dell’ambiente a sostanze persistenti. Ma la stessa commissaria europea per l’Ambiente Jessika Roswall riconosce che l’applicazione delle nuove regole comporterà costi di adeguamento per gli operatori.

Il percorso, del resto, è appena iniziato. Dal 2028 è previsto un sistema europeo armonizzato di etichettatura per facilitare la raccolta differenziata; dal 2030 entreranno progressivamente in vigore ulteriori misure per ridurre i rifiuti, limitare lo spazio vuoto negli imballaggi, restringere alcuni formati monouso e aumentare il ricorso al riuso. Sempre dal 2030 sono previsti requisiti sull’impiego di plastica riciclata e sulla riciclabilità degli imballaggi.

Pesticidi, la partita degli standard alle frontiere

Ancora più delicata è la questione affrontata da uno studio preliminare del Joint Research Centre (JRC), pubblicato l’11 agosto, sulle conseguenze economiche di un possibile allineamento dei limiti massimi di residui dei pesticidi più pericolosi applicati alle produzioni importate con gli standard europei.

Il punto di partenza è il principio contenuto nella Vision for Agriculture and Fooddella Commissione: se una sostanza è vietata nell’Ue per ragioni sanitarie o ambientali, l’obiettivo è evitare che possa rientrare indirettamente nel mercato europeo attraverso prodotti agricoli importati.

Il rapporto individua 18 sostanze attive considerate pericolose, non autorizzate nell’Unione, ma per le quali restano applicabili limiti massimi di residuo superiori al limite di quantificazione. Le sostanze interessano 235 commodity provenienti da 86 Paesi.

Il JRC ha simulato tre scenari, modificando soprattutto le ipotesi sulla capacità dei produttori dei Paesi terzi di adeguarsi alle nuove condizioni. Ed è proprio qui che emerge il dato più importante: gli autori non presentano una previsione, ma una forchetta di possibili effetti. Le simulazioni vanno da una riduzione del 41% delle importazioni agricole europee nello scenario estremo, nel quale gli esportatori non si adeguano, a una diminuzione dello 0,4% nello scenario più favorevole, caratterizzato da un’esposizione limitata e da bassi costi di adattamento.

Nel caso estremo, le importazioni di agrumi diminuirebbero del 92% e quelle di soia del 90%. La produzione agricola europea crescerebbe dell’1,1%, mentre la superficie agricola utilizzata aumenterebbe di 1,9 milioni di ettari. Ma gli effetti sui consumatori sarebbero molto pesanti: il modello ipotizza aumenti dei prezzi fino al 332% per il caffè, al 105% per la farina di soia e all’85% per gli agrumi. Anche la zootecnia risentirebbe dell’aumento dei costi dei mangimi.

Lo scenario intermedio appare invece decisamente meno dirompente: ipotizzando costi aggiuntivi di esportazione nell’ordine del 20%, le importazioni agricole Ue diminuirebbero dell’8%, mentre la produzione interna aumenterebbe dello 0,23%. Gli incrementi maggiori dei prezzi al consumo sarebbero pari al 6,5% per l’uva da tavola, al 6% per il caffè e al 5,6% per gli agrumi.

Nello scenario inferiore, infine, l’effetto sulle importazioni si fermerebbe allo 0,4%, mentre le variazioni della produzione europea e dei prezzi al consumo rimarrebbero inferiori all’1%.

Il caso del cyproconazolo dimostra inoltre quanto sia difficile applicare una regola uniforme. Il JRC rileva che esistono alternative autorizzate nell’Ue, ma la loro sostituzione potrebbe comportare aumenti dei costi di produzione nell’ordine del 20-40%, anche se il costo netto potrebbe essere inferiore quando l’alternativa garantisce una protezione più efficace delle colture.

Il rapporto, tuttavia, invita alla cautela. Non è una valutazione d’impatto, non contiene una previsione e non analizza le dimensioni sociali e ambientali dei divieti europei. Mancano inoltre informazioni complete sull’effettivo impiego delle singole sostanze nei Paesi esportatori e sui costi e sulla fattibilità delle sostituzioni.

Per questo, secondo gli autori, servono analisi specifiche per sostanza, prodotto e Paese, evitando ipotesi uniformi sul comportamento degli esportatori. Il lavoro dovrà contribuire alla successiva valutazione d’impatto della Commissione e non pregiudica le eventuali misure legislative future.

È un passaggio metodologico tutt’altro che secondario. Perché la futura regolazione europea, se vorrà essere credibile, dovrà tenere insieme la tutela della salute, la sostenibilità ambientale, la competitività degli agricoltori europei e gli effetti sui mercati internazionali. Senza dimenticare le conseguenze sui consumatori.

La crisi climatica entra direttamente nei bilanci agricoli

Mentre Bruxelles discute di standard e condizioni di accesso al mercato, nelle campagne europee la crisi climatica non è più una proiezione futura. È una variabile produttiva presente.

La European Coordination Via Campesina (ECVC) ha chiesto ai governi interventi di emergenza per le aziende colpite da siccità, ondate di calore e incendi. Le segnalazioni arrivano da Francia, Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, ma anche da Paesi dell’Europa settentrionale tradizionalmente meno associati al rischio di siccità. Le perdite riguardano colture, bestiame, pascoli, frutteti, sistemi di irrigazione e infrastrutture agricole.

Le testimonianze raccolte descrivono una situazione che in alcuni territori sta già compromettendo la gestione ordinaria delle aziende. In Austria, un agricoltore riferisce precipitazioni pari a circa un terzo della media abituale e livelli delle falde ormai critici. In Belgio, dopo appena 5,5 millimetri di pioggia in un mese, i pascoli hanno smesso di crescere e il bestiame viene alimentato con il fieno destinato all’inverno. Nei Paesi Bassi, nonostante la maggiore disponibilità storica di acqua, vengono segnalati problemi analoghi: appena 20 millimetri di pioggia estiva contro una media di circa 250.

Nel sud-ovest della Francia, alle temperature estreme si sono aggiunti gli incendi. Una testimonianza riferisce temperature intorno ai 43 °C per un periodo prolungato, scarsità d’acqua, assenza di erba e colture orticole in sofferenza.

In Portogallo, invece, gli incendi hanno colpito ripetutamente piantagioni, pascoli, colture permanenti, strutture e macchinari, mentre l’organizzazione denuncia indennizzi insufficienti e ostacoli burocratici che rallentano l’arrivo delle risorse alle aziende.

Il quadro restituisce una geografia del rischio climatico sempre più ampia. Non riguarda più soltanto le aree tradizionalmente esposte a siccità e caldo estremo, ma interessa anche territori nei quali l’agricoltura aveva costruito nel tempo modelli produttivi sulla base di condizioni climatiche considerate relativamente stabili.

La vera sfida è tenere insieme transizione e resilienza

Le tre questioni, apparentemente distinte, raccontano in realtà la stessa trasformazione: l’agricoltura europea sta entrando in una fase nella quale sostenibilità, sicurezza alimentare, competitività e resilienza climatica non possono più essere affrontate separatamente.

Il nuovo regolamento sugli imballaggi pone obiettivi condivisibili e introduce una maggiore armonizzazione del mercato. La discussione sui pesticidi punta a evitare che gli standard europei vengano aggirati lungo le catene globali del valore. Ma entrambe le strategie avranno successo solo se l’agricoltura e l’agroalimentare avranno la capacità economica e tecnologica di adeguarsi senza perdere competitività.

E soprattutto se la transizione sarà accompagnata da una politica agricola capace di guardare alla realtà delle aziende. Perché mentre si definiscono nuovi standard, nelle campagne si consumano riserve di foraggio in piena estate, si abbassano le falde, si perdono raccolti e si bruciano infrastrutture.

La domanda, allora, non è se l’Europa debba essere più sostenibile. La direzione appare ormai irreversibile. La domanda è come rendere questa transizione economicamente sostenibile per chi produce.

Il rischio è che la politica europea proceda per compartimenti stagni: da una parte regole ambientali sempre più rigorose, dall’altra strumenti di sostegno che intervengono quando il danno è già avvenuto. Ma un’agricoltura davvero resiliente non può vivere soltanto di compensazioni ex post. Ha bisogno di investimenti in acqua, innovazione, ricerca, genetica, infrastrutture, prevenzione del rischio e capacità di adattamento.

C’è poi un altro elemento, meno tangibile ma non meno importante: la comunicazione.

Temi come quelli oggi sul tavolo europeo hanno un impatto diretto su agricoltori, produttori e consumatori e intervengono spesso su sistemi produttivi già strutturati, nei quali negli anni sono stati effettuati investimenti significativi. Per questo, accanto a maggiori risorse destinate all’adattamento e all’innovazione, sarebbe opportuno investire anche in una comunicazione più chiara, trasparente e comprensibile.

Spiegare con maggiore anticipo le prospettive, le ragioni delle scelte, i tempi di applicazione e, soprattutto, i benefici attesi può contribuire a rendere più comprensibile una transizione che altrimenti rischia di essere percepita prevalentemente attraverso i suoi costi e i suoi adempimenti.

La sostenibilità deve poter essere compresa

È una questione di metodo prima ancora che di consenso: accompagnare le trasformazioni con informazioni solide e accessibili significa mettere agricoltori, imprese e consumatori nella condizione di prepararsi, investire e partecipare al cambiamento.

Perché una transizione efficace non si misura soltanto dalla capacità di introdurre nuove regole, ma anche da quella di costruire intorno a esse consapevolezza, fiducia e prospettive credibili. E in una fase nella quale clima, mercato e regolazione stanno cambiando contemporaneamente, questa capacità potrebbe diventare una delle condizioni decisive per non lasciare nessuno indietro.

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