C'è un filo che lega un impianto di irrigazione in Egitto, un corso di formazione a Bari e la stabilità politica di un intero quadrante mediterraneo. È il filo che il Ciheam Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes) ha mostrato a Bruxelles, nella sede della Regione Puglia, davanti a istituzioni europee e italiane riunite per fare il punto su attività, risultati e prospettive dell'Istituto.
Il messaggio arrivato dall'incontro è netto: nel Mediterraneo allargato l'agricoltura non è più soltanto una questione di produzione, reddito e sicurezza alimentare. È diventata una leva geopolitica. Chi controlla l'acqua, le filiere alimentari, le competenze e la capacità produttiva di un territorio ne controlla, in larga parte, anche la stabilità. Ed è su questo terreno che il Ciheam Bari costruisce da anni il proprio ruolo internazionale, trasformando la cooperazione agricola in uno degli strumenti più concreti della politica estera italiana.
Il filo della Cooperazione italiana
A tenere insieme i diversi fronti è un filo comune, che a Bruxelles è emerso con chiarezza: il sostegno della Cooperazione italiana, che nel Mediterraneo allargato e nel quadro del Piano Mattei individua nell'Istituto uno dei propri principali bracci operativi. Dai progetti idrici in Egitto ai programmi di sviluppo dell'Area Africa, fino agli impianti per il trattamento delle acque reflue, la Cooperazione italiana non si limita a finanziare le singole iniziative, ma orienta strategicamente la presenza italiana nei territori, affidando al Ciheam Bari il ruolo di interlocutore tecnico-scientifico di riferimento e, in alcuni casi, di vero e proprio knowledge partner.
Un modello che si distingue: presenza, non solo progetti
Ciò che rende unico il Ciheam Bari, e che è emerso con chiarezza dall'incontro di Bruxelles, non è la lista dei programmi attivi — formazione, risorse idriche, sicurezza alimentare, resilienza climatica, sviluppo rurale — ma il modo in cui l'Istituto li realizza: restando sul terreno, per decenni, anche quando i contesti politici cambiano o si fanno difficili.
«Noi siamo agricoltori sul campo» Lo ha rivendicato con una frase diventata la sintesi dell'intero incontro il direttore Biagio Di Terlizzi, spiegando la natura profondamente operativa dell'Istituto: non un ente che trasferisce conoscenza dall'alto, ma una struttura che negli anni ha tessuto una rete di relazioni dirette nei Paesi in cui opera. Prima virologo e patologo, Di Terlizzi ha costruito sul campo un patrimonio di conoscenze che gli ha permesso di attraversare per decenni i Paesi del Mediterraneo, incontrare ministri e funzionari, e costruire legami capaci di sopravvivere ai cambiamenti di governo. È una diplomazia agricola che si alimenta della continuità: quando cambia un ministro, o un intero esecutivo, la rete di tecnici e funzionari formati dal Ciheam Bari resta, diventando una sorta di infrastruttura permanente della cooperazione italiana.
La formazione come strumento geopolitico
È nella formazione che questa strategia trova il suo motore più potente. Ogni anno il centro riceve oltre 1.700 candidature per circa 80 posti nei propri master, destinati a giovani professionisti provenienti da tutto il Mediterraneo e formati su agricoltura biologica, acqua, ambiente e innovazione.
Ma è la formazione di funzionari e dirigenti pubblici a rappresentare lo strumento maggiormente strategico. Portare a Bari amministratori di Paesi diversi significa creare una comunità internazionale capace di conoscersi e dialogare, e permettere all'Istituto di comprendere dall'interno strategie e bisogni delle amministrazioni con cui collabora. La formazione, in questa logica, non è solo trasferimento di competenze: è costruzione di relazioni e di fiducia — una delle risorse più preziose nella cooperazione internazionale.
L'acqua, la nuova frontiera della sicurezza
È sul fronte idrico che il modello operativo del Ciheam Bari mostra forse il suo tratto più distintivo. In Egitto l'Istituto lavora, nell'ambito di un progetto di sviluppo sostenuto dalla Cooperazione italiana, alla riduzione dell'acqua impiegata nella coltivazione del riso, per destinare la risorsa liberata a produzioni a maggior valore. La vera innovazione, ha spiegato Di Terlizzi, sta nell'approccio: non un divieto imposto agli agricoltori, ma un incentivo che li accompagna verso nuove colture — l'intervento agricolo che diventa, di fatto, politica di sviluppo sociale.
Ancora più ambiziosa è la sfida del riuso delle acque reflue: nel quadro del Piano Mattei, e con il sostegno della Cooperazione italiana, il CIHEAM Bari — che in questo ambito riveste il ruolo di knowledge partner della Cooperazione italiana — è impegnato in programmi per infrastrutture di trattamento e riutilizzo dell'acqua capaci di trasportarla per decine di chilometri, trasformando — nelle parole del direttore — un'economia desertica «gialla» in un'economia «verde», e costruendo la resilienza che consente alle comunità di restare, tornare o svilupparsi nei propri territori.
Dal cibo alla stabilità politica
La sicurezza alimentare è il punto in cui agricoltura e geopolitica finiscono per coincidere. Produrre localmente mais, grano, soia o altre materie prime riduce la dipendenza dalle importazioni, ma il vantaggio — ha ricordato Di Terlizzi — deve arrivare fino al consumatore, attraverso prezzi più bassi e maggiore accessibilità al cibo. Non è sicurezza alimentare la semplice disponibilità di prodotti: lo è solo quando una popolazione può permettersi di acquistarli. È su questo crinale che cooperazione e geopolitica sono destinate a incontrarsi sempre più spesso, ha collegato esplicitamente l'ambasciatore Marco Canaparo, Rappresentante Permanente Aggiunto dell'Italia a Bruxelles, richiamando il legame tra trasformazione dei sistemi alimentari, cambiamento climatico e sicurezza delle catene del valore: quando si interrompono le rotte commerciali, mancano i fertilizzanti o la siccità compromette i raccolti, la crisi agricola si trasforma rapidamente in crisi economica, sociale e politica.
Un Mediterraneo che non finisce sulle coste
La prospettiva è quella di un Mediterraneo allargato, che comprende Africa, Medio Oriente, Balcani e aree progressivamente più lontane: un sistema interconnesso in cui acqua, energia, alimentazione, migrazioni e cambiamenti climatici non si possono più affrontare separatamente. Di Terlizzi ha citato il caso della Siria, dove l'Istituto ha mantenuto una presenza anche negli anni più difficili del conflitto, lavorando sulle filiere dell'olio e del grano e tenendo vivo il rapporto con le comunità locali. La stessa logica guida l'impegno nei Balcani, in Africa e nei Paesi che aspirano all'adesione all'Unione europea, accompagnati anche su sviluppo rurale, aspetti fitosanitari e veterinari e pesca: una presenza che permette all'Italia di conoscere i territori prima ancora di doverci intervenire.
La Puglia, piattaforma della diplomazia agricola italiana
In questo disegno la Puglia assume un valore particolare. Il Ciheam Bari è un'istituzione internazionale radicata in un territorio che ha fatto dell'agricoltura uno dei propri patrimoni economici e culturali, un laboratorio in cui ricerca, formazione, imprese e cooperazione possono incontrarsi. L'assessore regionale Francesco Paolicelli ha richiamato la collaborazione con l'Istituto su dossier come la Xylella, sottolineando la necessità di rafforzare il legame tra ricerca scientifica e territorio. La sfida, ora, è portare questo patrimonio oltre i confini regionali: la sede di Bruxelles può diventare il punto di proiezione europea della diplomazia agricola pugliese e italiana, il luogo in cui intercettare programmi, costruire alleanze e collegare la dimensione europea a quella mediterranea.
Non è un caso che questa capacità di operare in contesti lontani e complessi affondi le radici proprio qui. La Puglia è stato il primo laboratorio del Ciheam Bari, il territorio su cui l'Istituto ha messo a punto per primo modelli, metodologie e approcci alla cooperazione agricola. Il passo successivo è stato il laboratorio mediterraneo, con la sua varietà di climi, colture e sistemi produttivi. È su questa doppia base esperienziale — pugliese e mediterranea — che il Centro ha costruito gli strumenti, il metodo e la credibilità che oggi gli permettono di operare anche in Paesi lontani, dall'Africa subsahariana al Medio Oriente.
Pubblico, privato e cooperazione: la nuova partita
Un ulteriore tassello della strategia riguarda il partenariato pubblico-privato. Ne è un esempio concreto la collaborazione strategica tra il Ciheam Bari e BFI nell'ambito del programma «Area Africa», sostenuto dalla Cooperazione italiana nel quadro del Piano Mattei. È un modello che Di Terlizzi descrive con l'immagine delle dita di una mano: un'istituzione tecnico-scientifica, un partner privato, un donatore, un ente governativo del Paese beneficiario e gli attori della società civile, ciascuno con il proprio ruolo specifico, che si muovono in modo coordinato — come le dita di una mano — per abbracciare insieme lo sviluppo di un territorio e di una comunità.
Il coinvolgimento delle imprese può accelerare la realizzazione dei progetti e garantire continuità operativa mentre le amministrazioni completano i propri percorsi: una visione pragmatica, per cui la cooperazione non può limitarsi a finanziare iniziative, ma deve creare ecosistemi economici capaci di reggersi nel tempo. È proprio qui che il modello italiano può fare la differenza, mettendo insieme istituzioni, ricerca, imprese, formazione e comunità locali.
Una diplomazia che parte dalla terra
L'incontro di Bruxelles ha messo in luce una dimensione della politica estera meno consueta, ma sempre più decisiva. La diplomazia, oggi, non passa soltanto dalle cancellerie: può passare da un campo coltivato, da un impianto di irrigazione, da un laboratorio, da un corso di formazione, da un tecnico che torna nel proprio Paese con competenze nuove. È questa la scommessa del Ciheam Bari: trasformare la conoscenza agricola in capacità diplomatica.














