Burocrazia, l’Italia si desti!

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Nell'editoriale di Terra e Vita n. 6/2026 Angelo Frascarelli invita lo Stato e le Regioni a semplificare le norme Pac e Csr per facilitare l'erogazione dei contributi

L’Unione europea ha recentemente approvato il regolamento 2025/2649, il cosiddetto “pacchetto semplificazione”, che è entrato in vigore il 1° gennaio 2026. Questo provvedimento va nella giusta direzione, anche se ha una portata limitata, poiché produrrà una riduzione degli oneri amministrativi quasi esclusivamente ai piccoli agricoltori. In altre parole, l’impatto sugli impegni burocratici per le aziende medio-grandi è poco significativo. Comunque, è un buon segnale, anche in prospettiva della futura Pac 2028-2034. L’Unione europea sta facendo uno sforzo nella direzione della semplificazione della Pac.

E l’Italia? Ancora non si vede nulla sul fronte della semplificazione a livello nazionale, eppure ci sarebbe molto da fare.

Infatti, i maggiori problemi amministrativi e burocratici per gli agricoltori italiani non derivano dalla normativa comunitaria. Spesso si scaricano su Bruxelles complessità burocratiche, amministrative e informatiche che in realtà derivano esclusivamente dall’attuazione nazionale. Molta parte della normativa italiana è iperburocratica, con vincoli assurdi, in particolare sugli ecoschemi. Ad esempio, l’Italia ha mantenuto il regime dei titoli all’aiuto. Invece 19 Paesi su 27 lo hanno abbandonato. E sappiamo quanto la complessità della Pac derivi dai titoli all’aiuto e quanto sarebbe stato molto più semplice un pagamento uniforme su tutti gli ettari.

Ma i veri problemi di natura burocratica e amministrativa derivano soprattutto dagli ecoschemi.

L’Italia si è inventata norme complicatissime sull’ecoschema 1 per la zootecnia, che sono cambiate otto volte in corso d’opera e che ancora oggi – dopo quattro anni dall’entrata in vigore – non funzionano, non sono conosciute dagli allevatori, creano enormi incertezze, ritardi e mancata corresponsione del sostegno.
Tutti gli ecoschemi sono complicati, ma il livello più assurdo dell’iperburocrazia italiana è stato raggiunto con l’ecoschema 4. Solo alcuni esempi: per colture foraggere vige il divieto di utilizzo di prodotti fitosanitari ma rientrano nelle depauperanti; ma è diverso per le leguminose (divieto di utilizzo di prodotti fitosanitari ma rientrano nelle miglioratrici); ancora diverso per le colture di depauperanti (nessun divieto); poi ci sono le colture ipso facto che sono diverse da tutte le altre colture.

Il maggese non è una coltura miglioratrice, a differenza di quanto recitano tutti i libri di agronomia; però, se l’agricoltore pratica il maggese per due anni consecutivi, allora diventa ipso facto miglioratrice. In quale testo universitario vengono citate le colture ipso facto? Tutta questa complicazione per 60 €/ha. Altra norma incredibile: l’Ue ha operato la semplificazione della Bcaa 7, ma gli agricoltori che aderiscono all’ecoschema 4 non possono utilizzare tale semplificazione.

La complessità è pazzesca. Nessun agricoltore è in grado di conoscere esattamente tutte le norme dell’ecoschema 4 e nessun tecnico è in grado di spiegarle compiutamente.

Era necessario? L’obiettivo ambientale della Pac si persegue con questo coacervo inestricabile di norme? Esempi analoghi si possono raccontare per tanti altri aspetti della normativa nazionale dei pagamenti diretti della Pac (pensiamo ai pascoli), nonché per quelli regionali della politica di sviluppo rurale.

Questo momento è particolarmente favorevole per un pacchetto di semplificazione nazionale della Pac.

Lo snellimento delle norme e delle procedure amministrative e burocratiche in ambito nazionale e regionale è un percorso praticabile – con un po’ di buona volontà dei funzionari ministeriali – e porterebbe a un miglioramento notevole sia per le amministrazioni pubbliche che per gli agricoltori, senza ridurre l’ambizione ambientale e senza limitare la corretta gestione dei fondi pubblici.

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