In dieci anni l’agricoltura italiana ha perso quasi 60mila lavoratrici: a farne le spese sono soprattutto le giovani, con la fascia 21-40 anni che nel 2024 scende al 32,7% rispetto al 41,2% del 2014, mentre cresce la quota delle over 60 – marginale nel 2014 – segnando un blocco quasi totale del ricambio generazionale.
Le donne rappresentano solo il 32,3% degli operai agricoli (289.846 unità), contro il 38,4% di dieci anni fa, consolidando uno spostamento strutturale verso la componente maschile, che sale al 67,7%. Il saldo negativo femminile supera di oltre sei punti quello maschile, fotografando un settore sempre più sbilanciato e a rischio per la sua sostenibilità sociale ed economica.
Questi i numeri pubblicati nel bollettino agricolo del Cres, centro studi Uila, che fotografano un settore agricolo sempre più “maschile” e anziano. Il divario si è ampliato lungo tutto il decennio 2014-2024, con un saldo negativo costante che oggi rischia di compromettere non solo l’equilibrio occupazionale, ma la stessa sostenibilità sociale del comparto agroalimentare.

Le giovani donne non scelgono più l’agricoltura
Il dato più allarmate evidenziato nel rapporto è che le giovani donne non entrano più in agricoltura o ne escono precocemente. Se questo trend non dovesse vedere un’inversione, con il progressivo pensionamento dell’attuale coorte di over 50 (più del 38% del totale), la presenza femminile nel settore rischia non solo di ridursi, ma di diventare residuale nel giro di pochi anni. Il pericolo è quello di un vuoto generazionale.

Alla base della fuga femminile, come dichiarato dalla segretaria generale Uila Enrica Mammucari e la responsabile nazionale pari opportunità Raffaella Sette, vi è un mercato del lavoro sempre meno in grado di conciliare vita e occupazione che crea nuove barriere d’ingresso e di permanenza, ampliando progressivamente il divario. «È dunque necessario – hanno spiegano Mammucari e Sette – definire un sistema di “welfare rurale” che sia adeguato a rispondere alle specifiche esigenze di genere, con l’obiettivo di arginare la fuga verso altri settori e rendere il settore più attrattivo, anche per i giovani. Nell’anno che la Fao ha dedicato alle donne contadine vogliamo lanciare l’allarme sul blocco quasi totale del ricambio generazionale. Senza un’inversione di tendenza si rischia una presenza sempre più residuale delle giovani leve».
Lavoro femminile, la Calabria fa eccezione
Se a livello nazionale le donne rappresentano il 32,3% della forza lavoro agricola, il dato medio nasconde forti divari territoriali. In Calabria le lavoratrici sono la maggioranza (50,1%) e coprono quasi la metà delle giornate lavorate; percentuali elevate anche in Campania (41,7%) e Basilicata (38,3%), così come in Emilia-Romagna (38,0%) e Trentino-Alto Adige (32,8%), entrambe sopra la media nazionale.
All’opposto, in Lombardia le donne sono il 22,1% degli operai a tempo determinato e incidono solo per il 17,3% delle giornate lavorate. Anche Sicilia e Sardegna si collocano sotto i livelli del resto del Mezzogiorno, confermando una partecipazione femminile più debole.
La proposta: un’Osservatorio nazionale delle donne
«Grazie al forte impegno delle parti sociali nella contrattazione e nella bilateralità sono state individuate misure concrete ed avanzate di welfare. Ma è necessario un ulteriore passo in avanti», hanno puntualizzato Mammucari e Sette. La proposta è la creazione di un Osservatorio nazionale delle donne della filiera agroalimentare, un organismo che coinvolga rappresentanza sindacale e datoriale di tutti i comparti per orientare contrattazione e strumenti bilaterali verso un modello di lavoro equo e sostenibile per tutti, indipendentemente dal genere di appartenenza.











