Peste suina, allarme Cinta Senese: «La razza rischia di scomparire»

Il Consorzio di tutela chiede interventi urgenti per creare una riserva genetica protetta. Savigni: «Il tempo dei rinvii è finito». Baldrighi (Origin Italia): «Non possiamo perdere un simbolo del Made in Italy agroalimentare»
La diffusione della Peste Suina Africana in Toscana mette a rischio uno dei patrimoni più rappresentativi della suinicoltura italiana. A lanciare l’allarme è il Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop, dopo i recenti casi di positività riscontrati anche in allevamenti della regione. Secondo il Consorzio, senza un intervento immediato la sopravvivenza della razza autoctona potrebbe essere compromessa.

Il primo focolaio in un allevamento toscano è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi due suini trovati morti in un allevamento di San Marcello Piteglio (PT) sono risultati positivi al virus. Una situazione che conferma l’avanzamento dell’emergenza e rende sempre più concreto il rischio per gli allevamenti.

La Peste Suina Africana non è trasmissibile all’uomo, ma colpisce suini domestici e cinghiali e, in caso di focolaio, può comportare l’adozione di misure sanitarie drastiche, fino all’abbattimento degli animali presenti negli allevamenti coinvolti.

Un modello produttivo esposto al rischio

La Cinta Senese viene allevata prevalentemente allo stato brado o semibrado, in stretta connessione con boschi, pascoli e aree rurali della Toscana. Un modello produttivo che rappresenta il valore distintivo della razza, ma che rende più complesso il controllo del rischio sanitario, soprattutto per la possibile interazione con i cinghiali.

Molti allevamenti sono infatti localizzati in territori collinari e montani, caratterizzati da una presenza significativa di fauna selvatica. Anche con il rafforzamento delle misure di biosicurezza aziendale, il contenimento del rischio al di fuori dei confini degli allevamenti rimane una delle principali criticità.

Negli ultimi mesi sono stati messi a disposizione contributi per interventi su recinzioni, accessi, strutture e procedure aziendali. Misure considerate necessarie dal Consorzio, ma non sufficienti a garantire la protezione di una filiera che dipende fortemente dal rapporto con l’ambiente esterno.

«Siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana – dichiara Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di Tutela della Cinta Senese Dop –. La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. È proprio questo legame con l’ambiente a renderla unica, ma oggi rappresenta anche un elemento di forte vulnerabilità».

Secondo Savigni, un singolo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere in modo irreversibile il patrimonio genetico della razza. «Gli allevatori hanno rafforzato la biosicurezza interna, anche grazie ai contributi ricevuti, ma fuori dai confini aziendali il rischio resta al di fuori del loro controllo. Non possono essere lasciati soli: ogni allevamento di Cinta Senese deve essere considerato un presidio da difendere».

Il progetto della riserva genetica

Per tutelare la razza, il Consorzio ha avviato già dall’agosto 2024 un confronto con le istituzioni regionali e nazionali per la costituzione di una riserva genetica della Cinta Senese in un luogo isolato, protetto e caratterizzato da elevati livelli di biosicurezza.

Il progetto prevede la creazione di un nucleo composto indicativamente da 12-15 femmine e 3 maschi riproduttori, da trasferire in un sito con un rischio epidemiologico minimo, così da garantire la conservazione del patrimonio genetico e la possibilità di ricostituire la razza in caso di emergenza.

Dal primo sopralluogo, effettuato nell’agosto 2024 insieme ad Anas e agli altri soggetti coinvolti, sono state valutate diverse possibili localizzazioni. Secondo il Consorzio, però, nonostante il riconoscimento della validità tecnica dell’iniziativa e la disponibilità manifestata da più soggetti, non è ancora arrivata una decisione operativa definitiva. Il sito non è stato individuato formalmente, l’istruttoria sanitaria non è stata completata e il nucleo di riproduttori non è stato costituito.

«Dal 2024 chiediamo alle istituzioni di costituire un nucleo di riproduttori in un luogo isolato e protetto – sottolinea Savigni –. Non chiediamo nuove dichiarazioni di intenti, ma atti concreti. Il tempo delle valutazioni e dei rimpalli amministrativi è terminato. Oggi possiamo ancora salvare la Cinta Senese. Domani potrebbe essere troppo tardi».

Un patrimonio non solo toscano

L’allarme riguarda non soltanto la conservazione di una razza storica, ma anche il futuro economico di una filiera composta da aziende familiari che operano nelle aree interne della Toscana. Allevamenti che contribuiscono alla manutenzione dei boschi, al presidio del territorio, alla tutela della biodiversità e al mantenimento di attività economiche nelle zone più fragili.

«La Cinta Senese non è soltanto una razza autoctona della Toscana: è un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell’intero Paese – afferma Cesare Baldrighi, presidente di Origin Italia –. La sua filiera è alla base di una produzione tutelata a livello europeo con la Denominazione di Origine Protetta e rappresenta uno dei simboli più autentici del Made in Italy agroalimentare».

«La perdita di questo patrimonio – aggiunge Baldrighi – provocherebbe un danno irreversibile non soltanto agli allevatori e al territorio toscano, ma anche all’immagine e alla credibilità dell’intero sistema italiano delle Dop e Igp. Per questo è indispensabile che le istituzioni intervengano con la massima urgenza».

Il Consorzio chiede quindi alla Regione Toscana, al Ministero della Salute, al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e al Commissario straordinario alla Peste Suina Africana Giovanni Filippini un’accelerazione delle procedure e misure specifiche per la salvaguardia della razza.

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