Digestato, il ciclo virtuoso dei rifiuti che tornano alla terra per nutrirla

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In provincia di Pavia "Acqua e Sole" trasforma 120mila tonnellate di fanghi e liquami in fertilizzante organico per riso, mais e frumento

Quattromila ettari di terreni nelle province di Lodi, Milano e Pavia, concimati grazie al digestato prodotto con le 120mila tonnellate di fanghi di depurazione derivanti da acque reflue urbane e rifiuti di stabilimenti agroindustriali raccolte ogni anno e lavorate nello stabilimento di Vellezzo Bellini (PV), da Acqua e Sole Srl, azienda operativa dal 2007 nel campo delle fonti rinnovabili e dal 2016 per quanto riguarda il digestato da utilizzare in agricoltura.

Riso, mais e frumento le colture “trattate” con il fertilizzante organico. Quattro i tecnici specializzati che seguono le operazioni di lavorazione e distribuzione, coordinati da Gabriele Geromel. Un esempio virtuoso di trattamento e valorizzazione dei rifiuti nel segno dell’economia circolare. Anche perché il biogas prodotto durante il processo di digestione viene utilizzato dall’impianto per generare l’energia elettrica e termica necessaria a farlo funzionare. E l’ammoniaca estratta dal digestore viene valorizzata come fertilizzante sotto forma di solfato ammonico.

 

 

Da rifiuto a rifiuto utile

«L’impianto è autorizzato a recuperare scarti organici derivanti dal ciclo di produzione e consumo degli alimenti – spiega Geromel – tra cui fanghi di depurazione di acque reflue urbane e rifiuti da stabilimenti lattiero-caseari, produzione di alimenti, produzione di bevande alcoliche, ecc. I rifiuti ritirati devono essere analizzati periodicamente al fine di verificarne l’idoneità alla destinazione agricola finale». Acqua e Sole stipula contratti di conferimento sia con enti pubblici che aziende private.

Il trattamento cui vengono sottoposti i rifiuti è una digestione anaerobica termofila, condotta a 55°C, per almeno 20 giorni. Per raggiungere i 55° C nel digestore viene immesso vapore acqueo a 160° C. Questo migliora il già elevato grado di igienizzazione del prodotto in uscita, garantito dallo specifico processo attuato

«Mantenere i fanghi ad elevate temperature per un periodo di tempo così elevato ci consente di ottenere un prodotto con caratteristiche microbiologiche ottime – precisa Geromel – ad esempio non abbiamo mai rilevato tracce di salmonella e i coliformi totali sono sempre molto al di sotto della soglia prevista».

«Il digestato è un’ottima base per la fertilizzazione organica delle colture che, soprattutto nelle prime fasi di sviluppo possono trovare tutti i nutrienti, non solo azoto e fosforo, ma anche meso e micro elementi, di cui hanno bisogno e crescere in maniera più armonica. Nel lungo periodo anche le caratteristiche del suolo migliorano, sviluppando una maggior capacità di trattenere il carbonio e l’acqua».

Il digestato è analizzato ogni due mesi per verificare la sua idoneità all’utilizzo in campo come fertilizzante organico. Anche i terreni vengono analizzati, a monte del primo utilizzo, per verificare l'idoneità a essere fertilizzati col digestato. E poi ogni due anni per monitorare gli effetti dell’utilizzo del digestato stesso. Le caratteristiche chimiche del terreno servono anche a stabilire la quantità da distribuire.

Il ciclo di lavorazione dei fanghi prevede anche l’estrazione di parte dell’ammoniaca che si produce durante la digestione anaerobica, perché altrimenti risulterebbe tossica per gli stessi batteri che servono per attuare il processo, che quindi finirebbe per autoinibirsi. L’estrazione di questa ammoniaca permette la produzione di solfato ammonico, anch’esso considerato un fertilizzante.

 

Gabriele Geromel

Processo tracciato

Dato che la distribuzione del digestato può avvenire all’incirca da febbraio a ottobre, in pre semina e solo in determinate condizioni (come assenza di neve o pioggia ecc.), l’impianto di Vellezzo Bellini ha una notevole capacità di stoccaggio.

Le operazioni di distribuzione in campo devono essere notificate a Provincia, Comuni e Arpa competenti almeno con dieci giorni d’anticipo, con comunicazione che preveda l’elenco dei terreni interessati dalle medesime e le quantità di digestato da utilizzarsi per ciascun appezzamento. Tale comunicazione deve essere ripetuta il giorno stesso della data di esecuzione dell’attività, per confermare o disdire (motivando) quanto notificato in precedenza. La dose massima di utilizzo del digestato è definita sulla base della normativa in funzione delle colture attese e del contenuto di sostanza secca e azoto presenti nel digestato stesso nonché delle caratteristiche del terreno.

Essendo il digestato ancora rifiuto le operazioni di trasporto e utilizzo in campo sono sottoposte all’obbligo di tracciabilità mediante utilizzo dei formulari e della loro annotazione sui registri di carico e scarico di produttore del rifiuto e destinatario dello stesso. Ciò consente agli Enti preposti, in qualsiasi momento, anche a distanza di tempo, di poter effettuare controlli severi ed incrociati che garantiscono la trasparenza delle operazioni e la loro conformità rispetto a quanto previsto dalla normativa. Il trasporto in campo è gestito da aziende iscritte all’albo dei gestori ambientali, presso il quale devono essere iscritti singolarmente i mezzi utilizzati, identificati tramite targa.

Basse emissioni

E le emissioni di gas serra? «Stiamo partecipando a un progetto europeo Horizon 2020 che si sta chiudendo ora e che ha permesso di misurare le emissioni di ammoniaca – afferma Geromel – grazie alle specifiche caratteristiche del digestato e all’impiego dell’iniezione per la sua distribuzione in campo, per di più con sistemi di gestione satellitari, le emissioni sono equiparabili a una fertilizzazione con urea. Quindi molto basse».

Digestato, il ciclo virtuoso dei rifiuti che tornano alla terra per nutrirla - Ultima modifica: 2021-06-09T09:38:16+02:00 da Simone Martarello

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