Frutticoltura ancora ostaggio del maltempo

Ugo Palara di Agrintesa: «Il maltempo continua a colpire e i produttori non possono solo rincorrere indennizzi palliativi. Tre i temi su cui lavorare: le assicurazioni, i sistemi attivi di difesa e il sistema di gestione del rischio»

Che tempo farà? Una domanda che ci si pone quotidianamente. Chi per uscire di casa, chi per organizzare il fine settimana e chi per prepararsi a una nottata di gelo nelle campagne. È il grande interrogativo che nell’ultimo mese di maltempo e gelate tardive ha tolto il sonno a molti frutticoltori. Preoccupazione crescente e grande amarezza sono i sentimenti che si leggono nel colloquio quotidiano con gli imprenditori, che devono portare avanti aziende che necessitano di grandi investimenti. Una preoccupazione che accomuna anche l’intero mondo tecnico, rappresentato qui da Ugo Palara, direttore tecnico di Agrintesa, cooperativa ortofrutticola di primo grado e cantina sociale, che associa quattromila produttori.

Maltempo e gelate: come è partita la campagna 2021?

A partire dal 7 marzo scorso e fino alla seconda settimana di aprile, sono state almeno una quindicina i casi di abbassamento termico notturno sotto la soglia di 0 °C, con punte estreme di -6 °C, con ovvia diversità territoriale legata all’orografia, alle condizioni meteorologiche generali e alla diversa ripetitività.

 

 

Le prime zone colpite dal maltempo sono state, ancora una volta, quelle emiliano-romagnole, ma in seguito si sono evidenziati danni importanti anche nel Sud Italia (Puglia, Basilicata, Campania, Calabria) e al Nord (Piemonte, Veneto, Friuli). La gravità è elevata e deriva ovviamente dalla combinazione tra intensità dell’evento e stadio fenologico che le diverse specie e varietà avevano raggiunto in quel momento e nei diversi areali. Complice di questo, la tendenza delle piante da frutto, in seguito a mesi invernali sempre più miti, a precocizzare la ripresa vegetativa e a presentarsi a inizio primavera in condizioni di totale vulnerabilità nei confronti dei ritorni di freddo.

Va segnalato che, dopo 45 giorni di gelate, in molti territori non sono mancati gli effetti devastanti di altri tipi di calamità, con grandinate pesanti e distruttive, temperature decisamente sotto la media stagionale e situazioni di siccità cronica e perdurante.

Che effetti ci si aspetta sulle produzioni e sulle aziende?

La scala di sensibilità è ormai nota. Albicocche, susine, nettarine, pesche, in minor misura le ciliegie. I danni in fioritura o inizio germogliamento, ripetutisi in seguito sui frutticini neo-formati, sono stati rilevanti ovunque. Non meno gravi i problemi che si registrano su kaki e kiwi verde e giallo, dove la fase di inizio germogliamento è notoriamente importante per determinare il livello di fruttificazione e produttività finale del frutteto.

Anche le pomacee manifestano danni ingenti per il maltempo.

Probabilmente si andrà incontro alla produzione di pere emiliano-romagnole più scarsa di sempre, senza distinzioni di rilievo tra le diverse varietà. Le mele, in alcuni casi, soprattutto le cultivar a fioritura precoce (Gala, Pink Lady, Granny Smith), manifestano danni significativi. In tal caso, le gelate tardive hanno fatto abortire il fiore centrale di molti corimbi, soprattutto quelli presenti nelle parti basse della chioma degli alberi. Infine, si registrano danni rilevanti, ancora difficili da stimare, al settore viticolo. Tutta l’Italia del Centro-Nord, in particolare l’Emilia-Romagna, in seguito agli ultimi eventi calamitosi (in ordine cronologico) paga un pegno importante in termini di potenziale produttivo. I Lambruschi dell’Emilia e il Trebbiano in Romagna mostrano situazioni di notevole criticità.

I danni del maltempo non si limitano alle aziende agricole, che restano l’anello più esposto della filiera, ma riguardano tutto l’indotto. Le centrali di condizionamento, ancora una volta, sono di fronte a problemi di gestione, riduzione e razionalizzazione delle attività. I fornitori di servizi (imballaggi, trasporti e logistica, controllo qualità) per il secondo anno consecutivo sanno di dover ridurre le loro prestazioni. Non trascurabile l’effetto negativo sui rapporti commerciali. L’instabilità dell’offerta genera discontinuità nei rapporti con la distribuzione e il rischio che la clientela cerchi di stringere alleanze diverse con Paesi competitori e fornitori alternativi.

Problemi enormi si riverseranno sull’occupazione: è noto che il settore primario assorbe ingenti quantità di manodopera stagionale, sia in campagna, sia nella successiva fase di stoccaggio e lavorazione della frutta; in un quadro lavorativo ed economico critico per il Paese come quello che si sta vivendo in seguito alla pandemia, le difficoltà del settore agro-alimentare generano ulteriore preoccupazione, ma anche la consapevolezza di dover intervenire con azioni di sostegno a largo raggio.

Esiste una strada concreta percorribile per tutelare le produzioni e i produttori dal maltempo?

Molto acceso sta diventando il dibattito sui sistemi attivi di difesa. L’irrigazione sotto o sopra-chioma (che sembrano poter sopperire a temperature minime dai - 3 °C ai - 7 °C rispettivamente, ma in territori di pianura o mal drenanti bisogna mettere in conto il possibile effetto negativo di ripetuti allagamenti del terreno al momento dello scongelamento dell’acqua), i ventilatori (non sempre risultati efficaci, soprattutto quando non si dispone di strumenti di rilevamento delle temperature in quota precisi e adeguatamente posizionati), i bruciatori (hanno costi elevati, che in caso di gelate ripetute si riflette molto negativamente sui costi di produzione).

Il tema dei sistemi attivi di difesa dovrà essere ripreso e riesplorato dal punto di vista tecnico-scientifico. Di fatto, il mondo produttivo e gli operatori si stanno ancora basando su risultati di attività sperimentali svolte oltre un ventennio fa. Nel frattempo è cambiato il clima, sono cambiate le varietà e la loro adattabilità climatica (ad esempio, molte pesche, nettarine e albicocche oggi coltivate in Italia hanno basso fabbisogno in freddo e fioriture precoci). Sono cambiati anche i sistemi d’impianto, oggi più intensivi, più “spinti”, ma forse meno resilienti di quelli del passato.

Si parla anche di frutticoltura coperta. È questa un’altra possibile soluzione?

I teli antigrandine ci sono da 30 anni e sono senz’altro utili. Frenano l’effetto meccanico della pioggia, sono un ostacolo per gli insetti e innalzano la temperatura di almeno mezzo grado. È una possibilità ma, come per tutte le altre tecnologie, non è la cura per tutto. Per esempio i teli anti pioggia hanno certamente senso per determinate colture. Tant’è che se fossi un cerasicoltore del vignolese non mi permetterei mai di fare ciliegie senza teli di protezione. Ma i costi sono elevati e non si può certo pensare di mettere tutto sotto a un “sacco”. Così come non si può pensare di irrigare sotto o sovra-chioma tutti gli alberi da frutto. Avremmo poi un problema di reti distributive e di risorse idriche.

E sul fronte risarcimenti e assicurazioni?

Per limitare i danni diretti del maltempo e in particolare dei ritorni di freddo che nell’ultimo biennio hanno segnato la frutticoltura italiana sono già state formulate tante altre “ricette”, tutte corrette, legittime e utili.

Al di là degli indennizzi economici che le categorie interessate richiedono, ma che vanno interpretati come palliativo di breve respiro, la revisione del DL 102-2004, che istituisce il Fondo di Solidarietà Nazionale e definisce gli strumenti di gestione delle conseguenze del rischio climatico, dovrebbe avere la priorità delle istituzioni competenti e delle rappresentanze agricole. Soprattutto per facilitare, in termini di tempistiche, condizioni contrattuali e costi, il ricorso alle assicurazioni che, ancorché strumento passivo di tutela, sono uno modo per garantire alle aziende primarie (ma non per quelle dell’indotto) una sicurezza di reddito.

Quali sono le prospettive? Si avverte il rischio di dismissione degli impianti?

La situazione è complessa. C’è senz’altro una forte preoccupazione su come poter tirare avanti ma non si avverte ancora il sentimento di abbandonare tutto. Si deve lavorare molto su più livelli.

Come dicevo, a livello di ricerca, si devono riprendere in mano le tecnologie e adattarle al nuovo contesto climatico; il miglioramento genetico ha già come priorità la creazione di varietà che siano più resistenti. Ma questo è un discorso non certo di breve periodo e sicuramente complesso. Oggi si parla di tolleranza al freddo, ma ricordiamoci che parallelamente c’è il problema dell’eccesso di caldo e della carenza idrica. Un altro discorso valido resta la diversificazione colturale all’interno dell’azienda. Il fatto che non tutte le colture siano sensibili allo stesso modo e la scalarità nel risveglio vegetativo può salvaguardare una specie rispetto a un’altra e rappresentare quindi un paracadute per il produttore.

Una strada sicura non esiste, si deve lavorare su un mix di soluzioni attive e passive da valutare per ogni singola realtà aziendale. L’unica cosa certa è che non si può pensare di fare impresa solo perché c’è qualcuno che paga se non guadagni.


Il report di Cso-Alleanza cooperative agroalimentari sulle stime delle perdite

L’analisi, realizzata da Cso Italy per conto di Alleanza cooperative agroalimentari, analizza i danni per pesche, albicocche, susino, ciliegie, includendo anche le perdite dell’indotto.

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Frutticoltura ancora ostaggio del maltempo - Ultima modifica: 2021-05-12T12:23:14+02:00 da Sara Vitali

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