Fioritura maschile anticipata e gelate tardive. Il 2026 dei corilicoltori si apre, nel Basso Piemonte, all’insegna dell’incertezza. I danni causati dal calo termico, che ha interessato il 27 marzo le province di Cuneo, Asti e Alessandria, con ritorni di freddo anche nei giorni seguenti, è l’ultimo rebus da sciogliere per i coltivatori di nocciolo, alle prese, in alcuni areali, con un triennio di cali produttivi.
Gelate tardive nel pieno dell'allegagione
«In Val Tinella, nel Cuneese, le temperature hanno raggiunto i -3 gradi centigradi, valori ancora più bassi sono stati registrati a Nord, fra Saluzzese e Saviglianese, dove gli impianti antibrina hanno mitigato l’impatto dell’evento», spiega il tecnico corilicolo Antonio Marino, che delinea un quadro dell’evento. «Le maggiori criticità sono state riscontrate in alcune vallate dell’Astigiano: nell’area di Valleandona, Capriglio, Settime e Calliano i valori oscillavano fra i -3 e i -4 gradi centigradi. Nell’Alessandrino, in genere, le temperature non sono scese al di sotto dello zero».
La gelata si è abbattuta sulle piante in piena allegagione, un processo lungo e delicato, che, nel caso del nocciolo, «inizia a fine febbraio e si conclude verso il mese di giugno con la formazione della nucula, fase probabilmente anticipata a fine maggio, quest’anno». Soltanto allora sarà possibile valutare l’esatta entità dei danni nei corileti. «Le gelate che si verificano durante l’allegagione possono portare al cascolamento dei frutti o alla formazione di gusci vuoti: l’incognita è più pressante in quelle zone dove le temperature hanno raggiunto valori attorno ai -3 gradi centigradi», precisa Marino.
Le valutazioni dei danni visibili, invece, sono iniziate nei giorni seguenti l’evento: «I riscontri sono pochi e circoscritti ad alcune microaree». Si tratta, nel Cuneese, dei noccioleti ubicati nei pressi delle anse del Tanaro, di «alcune zone di fondovalle lungo l’asta del torrente Belbo, fra i comuni di Santo Stefano e Calosso. Nell’Astigiano abbiamo riscontrato danni nell’area di Valleandona, a Calliano, nel Nicese e nella Val Tiglione, oltre alla zona di Bergamasco nell’Alessandrino, dove le masse d’aria hanno raggiunto valori molto bassi» aggiunge il tecnico.
Il ritorno di freddo, oltre a causare bronzature e ustioni dei lembi fogliari, ha danneggiato «la parte più delicata della chioma, gli apici, che sono andati incontro a necrosi, con conseguenze negative sulla produzione, perché ospitano il frutto in via di formazione». La ripresa dell’attività vegetativa comporta «l’emissione di gemme ascellari dai getti bruciati che ripartono dopo molto tempo con minor vigore».

Fioritura "fuori sincrono"
Il meteo avverso ha condizionato anche gli esordi della fioritura, nel mese di gennaio. «Le condizioni climatiche, segnate dall’umidità, non erano idonee alla circolazione del polline e si sono ristabilite, con giornate terse e ventose, soltanto nell’ultima fase del processo», spiega Marino. Le maggiori preoccupazioni, tuttavia, sono legate alle tempistiche di apertura delle infiorescenze: «È mancata la sincronia fra la fioritura maschile, iniziata verso il 20 dicembre – con più amenti in fase di allungamento - e quella femminile, che ha raggiunto l’apice fra la fine di gennaio e la prima decade di febbraio. I selvatici, invece, si sono aperti a partire dopo questa data, quando la maggior parte dei fiori femminili non era più attiva».
Infine, la distribuzione delle infiorescenze femminili non era omogenea: «In genere gli appezzamenti con piante giovani avevano una buona dotazione di fiori a differenza degli impianti più datati e situati su terreni più esposti, ancora in fase di recupero dopo la siccità del biennio 2022-23», aggiunge il tecnico.
Ci mancavano anche i licheni
Sul piano fitosanitario, l’avvio della stagione vegetativa evidenzia, accanto a problematiche già note – su tutte citospora e batteriosi – anche la diffusione dei licheni, che si insediano sulle pertiche delle piante, specie nei corileti più datati, e con vegetazione ridotta. «Si tratta di una simbiosi fra un fungo e un alga che, in forte presenza, debilita i noccioli e causa il disseccamento dei rami più piccoli, con conseguenze negative sia sulle capacità produttive che sul rinnovamento della chioma. L’infestazione si è diffusa anche nei noccioleti più giovani, piantati in terreni poveri, privi di vigore in diversi areali delle principali zone corilicole».
La prepotente espansione dei licheni in aree precedentemente immuni alla problematica si spiega «con il divieto d’uso del polisolfuro di bario». La profilassi attualmente in uso prevede l’impiego di formulati a base di rame, «in alternativa si può effettuare un trattamento autunnale, sui tronchi principali, con calce idrata, un intervento a basso costo, che crea un ambiente inadeguato allo sviluppo dei microrganismi», conclude il tecnico.
Incognita rese
Il tema rese tiene banco nelle considerazioni dei produttori, delusi da un 2025 iniziato sotto i migliori auspici - vista l’ottima fioritura invernale - e proseguito con cali consistenti di produzione, a causa della cascola, specie fra Albese, Bassa Langa, Astigiano e Alessandrino.
Qui Alessandria
Piero Amisano gestisce, assieme al fratello, 60 ettari di terreni a Castelletto Monferrato, fra le colline dell’Alessandrino: da dieci anni coltiva 7 ettari di corileti, che hanno affiancato le produzioni cerealicola e foraggera prevalenti in azienda. «Il 2025 è stato un anno in controtendenza perché, a differenza dei precedendi, siamo riusciti a raccogliere in tutti gli appezzamenti, seppure con risultati variabili». Sette quintali a ettaro, volumi ben al di sotto della normalità produttiva, sono un risultato incoraggiante, se confrontato con le campagne precedenti. «Nel 2021 le gelate hanno compromesso il raccolto, nel 2023, la siccità lo ha azzerato. L’assenza di piogge ci aveva anche impedito di attivare l’impianto di subirrigazione, alimentato da un invaso che raccoglie l’acqua meteorica», prosegue l’agricoltore.
Sulla resa, inferiore ai 40 punti percentuali ha pesato, «la percentuale piuttosto alta di frutti marci: non disponiamo di una macchina per la raccolta, abbiamo dovuto attendere un terzista. Il prezzo il quintale, per contro, è stato soddisfacente: non possiamo lamentarci», prosegue Amisano. Le previsioni per l’annata 2026 sono improntate alla cautela: «La fioritura femminile era discreta e le temperature, durante il ritorno di freddo di fine marzo non sono scese sotto lo zero». La preoccupazione maggiore è legata agli apporti idrici: «Abbiamo terreni argillosi, speriamo in un andamento climatico favorevole», conclude.
Qui Asti
Di tracollo produttivo parla, invece, Matteo Rossi, che in frazione Poggio, a Castello D’Annone, centro fra le colline della valle Tanaro, nell’Astigiano, conduce 60 ettari di corileti piantati nel 2016. «Quella del 2025 - con 180 quintali di prodotto e una resa di 39 punti percentuali, inficiata dal marciume - è stata la peggior annata da quando abbiamo deciso di puntare sul nocciolo», spiega. La messa a dimora degli impianti, iniziata nel 2017, fa parte di una strategia di differenziazione, in un’azienda di 480 ettari, condotta a cereali e soia, con fondi anche a Quattordio, nell’Alessandrino, e a Bastida Pancarana, nel Pavese. «Abbiamo deciso di puntare su una coltura da reddito ma i 600 euro al quintale del 2025 non sono bastati a coprire le spese di gestione degli impianti. Nel 2024 era andata meglio, avevamo raggiunto una media di 6 quintali per ettaro ma i prezzi erano stati decisamente più bassi».
La debacle è imputabile «a problemi di fecondazione: nel 2025 le precipitazioni insistite hanno interferito con la fioritura, quest’anno, invece, ci sono stati giorni piovosi compensati da una settimana di sole con una buona presenza di infiorescenze femminili. Date le premesse contiamo di arrivare almeno a 10 quintali per ettaro», spiega. Sensibile è stato, in quest’area, il calo termico di fine marzo: «I valori si sono attestati attorno ai -3 gradi centigradi».
Per ovviare ai problemi di fecondazione, si è puntato sugli impollinatori: «Negli ultimi corileti piantumati abbiamo aumentato il numero di esemplari, che sono il 15 per cento del totale, e differenziato le cultivar, affiancando alla Tonda Romana varietà sia come la Tonda di Biglini e il Nocchione sia quelle precoci, così da garantire almeno un mese di polline ai fiori femminili». La nutrizione è un altro punto cruciale: «Trecento quintali a ettaro di biodigestato nei noccioleti in allevamento, fino al quinto anno, quando poi si semina il tappeto erboso». Gli interventi irrigui sono uno dei punti fermi delle pratiche agronomiche: «15-20 interventi, durante i mesi estivi, con impianti di subirrigazione», conclude Rossi.
Qui Bassa Langa
Il 2025 è stato un annus horribilis anche per Stefano Zoccola, agricoltore di Roddi, nella Bassa Langa cuneese. Dodici dei sedici ettari della sua azienda, che ha appezzamenti fra collina e pianura di fondovalle, sono occupati da noccioleti, piantati alla fine degli anni Novanta. «Ho raccolto 10 quintali in tutto, il 5-6 per cento della produzione di un’annata normale, che manca ormai dal 2018. Nel 2024 le rese si erano fermato al 30 per cento dei volumi ordinari», precisa. Il tracollo dei quantitativi ha fatto precipitare la qualità delle partite, «al di sotto dei 30 punti percentuali, mentre di solito il valore minimo era di 45».
Oltre alla cascola, «che fra fine giugno e inizio luglio ci ha penalizzati molto», il forte calo è imputabile alle conseguenze di lungo corso del biennio siccitoso 2022-23: «Piante vigorose sono regredite in pochi anni e ho dovuto tagliare molte pertiche, perdendo la produzione». Fra le concause c’è anche l’innalzamento delle temperature invernali: «i noccioli non interrompono il ciclo vegetativo, con stress e anticipi di fioritura».
In questo senso il 2026 fa ben sperare: «L’inverno ha rispettato gli standard e la presenza di frutticini è buona, anche se il giudizio definitivo sarà possibile solo ad allegagione terminata». Da valutare anche gli effetti della gelata di fine marzo: «In alcuni appezzamenti il freddo ha danneggiato gli apici vegetativi», prosegue Zoccola. Il ripetersi di annate insoddisfacenti è alla base di valutazioni su possibili cambi di coltura: «Pensavo di ritornare alle pesche, negli appezzamenti in pianura, dove i problemi sono più marcati».
A pochi chilometri di distanza, nel comune di Diano D’Alba, Emanuele Cagnasso ha puntato sul vigneto, tre ettari in tutto – uno di nuovo impianto - per diversificare la produzione di un’azienda votata alla corilicoltura, con 13 ettari di noccioleti. «Negli appezzamenti in collina, fra Montelupo, Diano e Borgomale, la fioritura era buona, in alcune aree di quelli di fondovalle, fra i comuni di Grinzane e Barolo, le temperature sono scese fino a -5 gradi causando ustioni a foglie e apici. Dovremo valutare se ci saranno danni da cascola: al momento non si vedono frutticini secchi», spiega.
Nel 2025 era stata la cascola a incidere sul raccolto: «Non avevamo superato i 3 quintali e mezzo per giornata piemontese, un poco meglio rispetto al 2024, quando ci eravamo fermati a 2,5. Le rese, invece, non sono state un problema: la partita peggiore ha raggiunto, lo scorso anno, i 44 punti percentuali», prosegue Cagnasso. Sulla perdita di prodotto «ha influito un attacco di cimice, a inizio giugno, oltre allo stress idrico sofferto dalle piante e agli sbalzi di temperatura».
La siccità del biennio 2022-23 ha lasciato il segno: «Abbiamo notato un peggioramento delle condizioni degli impianti, le piante si sono indebolite esponendosi all’aggressione dei patogeni. La citospora ha compromesso le pertiche principali e ci ha costretti ad asportarle: in alcuni appezzamenti, collocati su versanti esposti, siamo ripartiti dai polloni; nei fondovalle il problema non c’è».
Solo negli ultimi anni «la situazione sta migliorando. Per contrastare lo stress idrico, tuttavia, abbiamo puntato sulla sola concimazione organica in autunno, eliminando quella chimica primaverile: così evitiamo di stimolare i noccioli a vegetare in assenza di acqua, con effetti controproducenti. Abbiamo anche investito sulla potatura di rinnovo, meccanica e manuale, per rilanciare le piante», conclude l’imprenditore.
Qui Alta Langa
In Alta Langa il 2025 ha avuto un andamento decisamente più favorevole. Beppe Veglio gestisce col fratello Marco e il genero Stefano 25 ettari di corileti: 12 ad Albaretto della Torre, la sede di una delle due aziende agricole, la parte restante fra i comuni di Diano D’Alba, Montelupo Albese e Serralunga d'Alba, dove si concentra anche la produzione di vini rossi e bianchi, con 13 ettari di vigneti. «L’anno scorso in Alta Langa le rese oscillavano fra i 15 ed i 18 quintali per ettaro, mentre nella parte più bassa ci siamo fermati a 10-12, un risultato già soddisfacente, considerati i problemi dovuti alle piogge durante la fioritura ed alla siccità estiva» spiega.
La qualità delle partite, parzialmente trasformate in azienda, ha riproposto lo stesso dualismo: «46-47 punti percentuali nei noccioleti di Albaretto; fra il 42 e il 43% a Diano, Montelupo e Serralunga», prosegue. Sostanziale uniformità aveva caratterizzato, invece, il 2024, «con produzioni più scarse sia in Alta che Bassa Langa per problemi connessi con la siccità». Le prospettive per il 2026 sono incoraggianti: «C’è una buona distribuzione di frutticini, già visibili. La dotazione idrica, inoltre, è in linea con le esigenze delle piante», conclude Veglio.
Qui Cherasco
Aspettative condivise anche da Claudio Bogetti che, a Cherasco, comune del Cuneese nel quale è sindaco, coltiva 18 ettari di noccioleti, siti nella fascia pianeggiante vicina al Tanaro. «Ci sono i presupposti per un’annata normale, dopo un triennio di cali di produzione. L’inverno è stato freddo, con un buon apporto idrico, la fioritura era buona, speriamo che i cali termici di fine marzo non abbiano compromesso l’allegagione», spiega.
La campagna 2025, invece, è stata decisamente sotto tono: «Quattro quintali per giornata piemontese, in linea con le medie dell’areale», prosegue. La qualità delle partite è stata influenzata dalle piogge che, a fine agosto, hanno interrotto la raccolta per alcuni giorni: «Le prime partite superavano i 42 punti, scesi a 40 per le ultime. Ci sono stati problemi di marciume del quale non è chiara l’origine».
Fra le pratiche agronomiche messe in campo per rispondere alla crisi, particolare attenzione è riservata alle operazioni di concimazione: «Sono in corso quelle primaverili con l’utilizzo di composti ternari. Sto anche testando composti fogliari e formulati per la fertirrigazione, sfruttando l’impianto presente su una parte dei fondi».
L’apporto idrico nella stagione estiva ha permesso di mitigare, negli anni 2022-23, gli effetti della siccità: «I noccioleti si trovano su terreni sabbiosi ricchi di scheletro, gli interventi irrigui sono fondamentali ed eseguiti a scorrimento laddove non è presente l’impianto». Le sperimentazioni hanno interessato anche il momento della fioritura, «con la raccolta di polline utilizzato per le prove di impollinazione artificiale svolte a gennaio», conclude Bogetti.










