Fertilizzanti, un progetto sull’economia circolare per ridurre la dipendenza dall’estero

Centro mondiale dell'innovazione di Groupe Roullier, in Francia
Trasformare scarti organici in fertilizzanti bio-based per ridurre la dipendenza dalle importazioni. È l'obiettivo del progetto europeo ReLeaf, che coinvolge anche Timac Agro Italia, Cnr e Università di Bologna

Il blocco dello Stretto di Hormuz ha riacceso un problema non nuovo ma sempre più urgente per l’agricoltura europea: la dipendenza da materie prime importate. Secondo le stime della Banca Mondiale, nel 2026 i prezzi alimentari globali aumenteranno in media del 31%, spinti per oltre la metà dal solo rincaro dell’urea, mentre la Fao segnala il rischio di una minore disponibilità di ammoniaca, fosfati e zolfo per le colture di base nei prossimi sei-nove mesi. Una pressione che si somma all’entrata in vigore, dal primo gennaio 2026, del meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam) anche sui fertilizzanti importati.

ReLeaf punta sui fertilizzanti bio-based da economia circolare

È la prospettiva del progetto europeo ReLeaf, che riunisce 17 realtà tra imprese ed enti di ricerca provenienti da 9 Paesi con l’obiettivo di trasformare scarti organici e residui della filiera agroalimentare e ittica in fertilizzanti bio-based capaci di alimentare il suolo senza passare dalle importazioni extra-europee.

Per l'Italia, al progetto partecipano il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e Timac Agro Italia. Quest'ultima sta sviluppando formulazioni di concimi bio-based di tipo NK, NP e NPK integrando gli ingredienti ottenuti dagli altri partner del consorzio, grazie a un proprio impianto di granulazione a scala laboratorio situato a Ripalta Arpina (Cremona). I primi test hanno dato risultati che il team di ricerca definisce coerenti con le attese di progetto, sia sul piano fisico che chimico.

Ricerca e imprese insieme per ridurre la dipendenza dall'estero

Il lavoro scientifico si intreccia con un confronto più ampio tra industria e mondo accademico. Nelle scorse settimane, in cui Timac Agro ha celebrato i 35 anni di attività in Italia, l’azienda ha organizzato un momento di incontro internazionale presso il Centro Mondiale dell’Innovazione (Cmi) di Saint-Malo, in Bretagna – il principale centro di ricerca privato europeo nel campo della nutrizione vegetale, di proprietà del Gruppo Roullier, cui Timac Agro è parte – coinvolgendo la propria rete di agronomi tecnici commerciali insieme a rappresentanti di Università Bocconi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università di Udine e Università della Basilicata.

Un confronto che riflette una tendenza più generale: il trasferimento tecnologico tra ricerca e impresa diventa decisivo quando il contesto geopolitico rende meno scontata la disponibilità delle materie prime tradizionali.

Dai sottoprodotti nuove opportunità per la nutrizione delle colture

Pierluigi Sassi, ad di Timac Agro Italia

«In un momento in cui la catena di fornitura globale mostra tutta la sua fragilità, lavorare con università e centri di ricerca per trasformare scarti in risorse non è solo una scelta industriale, ma un modo concreto per dare agli agricoltori strumenti più stabili e meno esposti alle oscillazioni dei mercati internazionali – afferma Pierluigi Sassi, amministratore delegato di Timac Agro Italia –. La sicurezza di un settore come quello agricolo si costruisce anche così: riducendo gradualmente la distanza tra il punto in cui nasce lo scarto e il punto in cui si produce il fertilizzante».

I prossimi passi verso l'industrializzazione

Il progetto ReLeaf proseguirà nei prossimi mesi con ulteriori test sulle formulazioni individuate, in vista di una possibile industrializzazione dei processi su scala più ampia. Queste materie prime da economia circolare verranno successivamente valorizzate grazie alle tecnologie brevettate Roullier, in grado di massimizzare la nutrizione ed esaltare la qualità delle produzioni agricole.

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