Scenari climatici applicati, in Veneto il primo hub europeo

scenari climatici
Ricercatori, data scientists, esperti in Intelligenza artificiale costruendo e analizzando serie storiche, sono in grado di determinare con precisione il rischio da eventi meteo perfino su piccoli appezzamenti

C'è un borgo medievale nel comune di Due Carrare, in provincia di Padova, che da qualche mese ospita qualcosa di inedito non solo per l'Italia, ma per l'intera Europa. Nell'edificio restaurato di Pontemanco, tra le mura di pietra che hanno visto secoli di storia agricola e padana, una trentina di giovani professionisti — ricercatori, data scientist, esperti di intelligenza artificiale, quasi tutti under 35 — stanno costruendo il futuro della gestione del rischio climatico. Lo fanno con serie storiche di dati, modelli predittivi, algoritmi avanzati. Lo fanno con la consapevolezza, come ha detto il loro fondatore Massimo Crespi, di essere «figli di questa fase storica».

L'hub in questione è il risultato del lavoro di Radarmeteo e Hypermeteo, due realtà d'eccellenza nel campo della meteorologia applicata che hanno dato vita a un centro di competenze interdisciplinari capace di analizzare e interpretare i cambiamenti climatici con una precisione fino ad oggi inedita: non a scala regionale o provinciale, ma su singoli appezzamenti di terreno. Una granularità che apre scenari del tutto nuovi per il mondo agricolo, assicurativo, infrastrutturale e della pianificazione territoriale.

Un cambio di paradigma: dal danno alla conoscenza

Il punto di partenza è semplice e al tempo stesso rivoluzionario: gli eventi meteorologici estremi non sono più eccezioni statistiche, ma la nuova normalità. Siccità prolungate, alluvioni improvvise, grandinate devastanti, gelate tardive — il calendario agricolo è ormai scandito da emergenze che si susseguono con frequenza crescente. Di fronte a questa realtà, la risposta non può essere solo reattiva. Servono strumenti capaci di anticipare, di quantificare il rischio, di tradurre i dati climatici in conoscenza operativa.

È esattamente questo che fa l'hub di Pontemanco: raccoglie, armonizza e valorizza il patrimonio osservativo meteorologico e climatico a scala nazionale ed europea, trasformandolo in modelli avanzati e strumenti concreti per supportare imprese, organizzazioni ed enti pubblici. «La nostra ambizione — spiega Massimo Crespi, presidente e fondatore — è mettere a disposizione di imprese e istituzioni strumenti e tecnologie capaci di trasformare i dati climatici in conoscenza operativa per decisioni concrete, contribuendo alla costruzione di sistemi territoriali più resilienti e sostenibili.»

Non è retorica. È un programma preciso, che già produce risultati tangibili in settori diversi tra loro. Si pensi al comparto assicurativo: determinare con esattezza il livello di rischio su un determinato fondo agricolo — considerando l'esposizione, la storia pluviometrica, la frequenza di eventi grandinigeni — è la base per calcolare premi equi e sostenibili per le polizze catastrofali, oggi indispensabili per qualsiasi impresa agricola che voglia proteggersi. Ma le applicazioni vanno ben oltre: lo scioglimento dei ghiacciai, alterando la salinità dei mari e delle correnti, ha ricadute perfino sulla balistica subacquea, obbligando a ripensare modelli applicativi in settori insospettabili.

Lo staff del nuovo Hub

Il territorio parla: le voci dal convegno

L'inaugurazione dell'hub è stata l'occasione per un confronto ampio tra mondo della ricerca, istituzioni, imprese e rappresentanti del settore primario. Un convegno che ha visto, tra gli altri, la partecipazione di Giovanni Razeto in rappresentanza di Agricat, il Fondo di mutualità che costituisce la prima sperimentazione europea sulla gestione dei danni da cambiamenti climatici nelle produzioni agricole: un laboratorio vivente di come il settore agricolo possa rispondere in modo organizzato e solidale alle perdite causate dagli eventi atmosferici.

Il tema della resilienza agricola è stato declinato con sguardo lungo da BF Educational— emanazione di Bonifiche Ferraresi, tra i soci fondatori dell'hub — che punta a esportare le competenze maturate in Italia verso contesti internazionali dove l'impatto del cambiamento climatico è ancora più devastante. La Fao stima già oggi in 300 milioni le persone in Africa in condizioni di insicurezza alimentare: un dato che impone di pensare in grande, di non limitarsi ai confini nazionali. «Dobbiamo riuscire ad avere uno sguardo non solo sul futuro del nostro perimetro — ha sottolineato Alessandra Bonetti di Bonifiche Ferraresi — ma su un futuro che è globale, esportando le competenze che stiamo realizzando.»

Ma è stato lo spettacolo finale del poliedrico Marco Paolini — firma inconfondibile del teatro civile italiano — a dare forse la visione più nitida e popolare della complessità del governo dell'acqua nel nostro paese. Con la sua cifra narrativa inimitabile, Paolini ha raccontato la crisi idrica del 2022 sul fiume Adige: Veneto e Trentino a fronteggiarsi per l'apertura delle dighe, i diritti sull'acqua intrecciati tra uso civile, irriguo, idroelettrico e turistico. Una trama «più intricata di quella dei Promessi Sposi», ha detto, richiamando la gerarchia antica dei diritti sull'acqua — acquedotto primo, bestie secondo, coltivazioni terzo — che già la fontana di Piazza del Campo a Siena rappresenta nella pietra con i suoi becchi e gli abbeveratoi ai piedi.

Il racconto di Vaia — la tempesta del 30 ottobre 2018 che abbatté milioni di alberi sulle Dolomiti — è arrivato come una doccia fredda: dopo il passaggio della piena, l'Adige trasportava un'acqua così densa di detriti e ceneri da rendere inutilizzabile il capofonte dell'acquedotto di Rovigo per giorni. «L'acqua dell'Adige era “tocho” — ha detto Paolini, mescolando veneto e italiano in una sintesi perfetta — come il Gange con le sue ceneri.» Un'emergenza che nessuno aveva previsto, per cui non c'erano protocolli. E la morale è chiara: non possiamo gestire l'acqua — come non possiamo gestire il clima — senza contratti, senza accordi, senza ridondanze di sistema. «Come per l'elettricità, anche l'acqua diventerà strategica: bisogna organizzare ridondanze naturali, furbe, vantaggiose. Non è più difficile di fare l'ingegneria degli invasi. È questione di volontà e di governance.»

Un modello replicabile: giovani, dati, territorio

L'hub di Pontemanco non è solo un laboratorio di dati. È un modello di sviluppo locale che merita attenzione. Il fatto che trenta professionisti qualificati under 35 abbiano trovato occupazione di alto livello in un borgo della pianura padana, lavorando su temi di frontiera come l'intelligenza artificiale applicata ai cambiamenti climatici, è già di per sé una notizia. Dimostra che l'innovazione non deve concentrarsi nelle grandi metropoli, e che il territorio — quello agricolo, quello che fa i conti ogni giorno con la siccità o la grandine — può essere il luogo giusto per pensare al futuro.

«Analizzare il passato è indispensabile per attrezzarci al futuro» — conclude Crespi. È una frase che vale per un'azienda agricola che vuole capire il profilo di rischio del proprio fondo, ma anche per un'istituzione che deve pianificare infrastrutture idriche per i prossimi cinquant'anni. Vale, in fondo, per tutto un paese che deve imparare a fare i conti con un clima che non tornerà quello di prima. Il Veneto, con questo hub, ha scelto di non aspettare. Ha scelto di trasformare la crisi in un'opportunità. Il resto d'Europa starà a guardare.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome