Rapporto Ismea, il made in Italy agroalimentare supera di slancio la crisi

Boom del made in Italy: più di due miliardi di persone nel mondo vogliono vivere, vestire e mangiare come noi
Boom dell'export e del bio ma flessione degli investimenti fissi e della quota di valore aggiunto. Le cifre del rapporto sulla competitività dell'agroalimentare italiano redatto da Ismea fanno emergere il ruolo di locomotiva del settore primario e la necessità di tutelare la propensione a fare filiera

Il Made in Italy agroalimentare traina il Paese fuori da dieci anni di crisi. Rappresenta infatti 61 miliardi di euro di valore aggiunto, 1,4 milioni di occupati, oltre 1 milione di imprese e 41 miliardi di euro di esportazioni.

Export al galoppo

Lo indica il "rapporto sulla competitività  dell’agroalimentare italiano" presentato oggi da Ismea a Palazzo Wedekind alla presenza del Ministro delle Politiche Agricole Alimentari Forestali e del Turismo Gian Marco Centinaio.

Dal rapporto emergono altri importanti elementi: una migliore tenuta negli anni di crisi rispetto al sistema italia, con il valore aggiunto dell’agricoltura stabile in termini di incidenza sul Pil (2,1%) e una crescita dell’export in valore del 68%, pari al 9,2% dell’export totale italiano, per effetto di un tasso di crescita medio del 5,3% negli ultimi cinque anni contro il +3,4% delle esportazioni totali nazionali.

Investimenti recalcitranti

Tra gli elementi negativi stigmatizzati dal rapporto e che incidono sulla competitività, ci sono invece il maggiore decremento, dal 2007 al 2017, degli investimenti fissi lordi in agricoltura, scesi del 32,4% contro il 23% dell’intera economia, e la bassa incidenza degli investimenti sul valore aggiunto, passati dal 41,7% al 27,1%; ridimensionati in dieci anni del 28% anche i prestiti di medio-lungo termine in agricoltura.

Raffaele Borriello, direttore generale Ismea. (foto formiche.net)

«In questo periodo di tempo - evidenzia nel suo intervento il direttore generale di Ismea Raffaelle Borriello-, chi ha esportato ha avuto la capacità di consolidare la sua posizione sui mercati storici riconfermandosi ai vertici mondiali e superando la Germania nell’export di salumi trasformati, ma anche di esplorarne nuovi, come Giappone e Cina che, pur ancora piccola nei numeri è cresciuta del 21%».

Se il valore aggiunto frana a valle

L'agenzia AgraPress riporta i dettagli del lavoro fatto da Ismea sulla catena del valore: «ogni 100 euro di prodotto acquistato dal consumatore, l’utile è di 1,8 euro per l’agricoltore e di 1,6 per l’industria alimentare. Fino a qualche anno fa all’industria rimaneva una quota maggiore, che ora si è spostata a valle, verso le catene della grande distribuzione, costituite spesso da multinazionali, e questo provoca un trasferimento
di valore all’estero».

Nelle sue conclusioni, Borriello ha indicato alcune azioni per rilanciare l’agroalimentare italiano, tra cui:

  • l’agevolazione di investimenti partendo dall’utilizzo completo dei fondi comunitari («è insopportabile che non vengano spesi»);
  • la redistribuzione del valore aggiunto all’agricoltura («e ora pure all’industria, schiacciata dalla grande distribuzione, anche con aggregazioni di filiera e dell’offerta»);
  • politiche di gestione del rischio per tutelare i redditi e per l’accesso al capitale fondiario.

Competitività di sistema

«L’agroalimentare  - testimonia Enrico Corali, presidente di Ismea rappresenta più del 10% del Pil nazionale. Parlare di competitività del comparto significa quindi parlare di
competitività dell’italia tout court». 

Enrico Corali, presidente Ismea

Positiva per Corali è l’evoluzione della domanda globale, assai favorevole al made in italy, «Ci sono più di due miliardi di persone nel mondo che desiderano visitare l’Italia, vivere, vestire e mangiare come noi, peraltro potendoselo permettere, e la dimostrazione è nelle cifre dell’aumento dell’export agroalimentare».

Programmare e agire in un'ottica di filiera

Tra i punti critici, invece, ci sono «gli squilibri strutturali che caratterizzano la filiera
agroalimentare italiana e il confronto sfavorevole con la produttività dei principali
partner europei». Per il presidente di Ismea «competitività ed equità sono due facce
della stessa medaglia, per cui non è un paradosso dire che per rimanere competitivo il sistema deve sostenere le eccellenze, che sono motore di crescita e sviluppo». Per effetto della sua ristrutturazione Ismea è tenuta ad operare per tutta la filiera. «Ritornare a pianificare - conclude Corali - e intervenire in ottica di filiera rimane il solo approccio che consente di prevenire che interventi a favore degli uni si riverberino negativamente su altri attivi lungo la medesima catena del valore».

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