Lo 0,1% all’anno. È quanto sono cresciute le produzioni, in media, nell’Unione europea tra il 2011 e il 2023, secondo uno studio di Oxford Economics commissionato dalla Bayer. Negli Stati Uniti l’aumento è stato dell’1%, nel mondo del 2%, in Brasile del 3,3%. Una crescita quasi ferma, quella europea, mentre altri grandi Paesi aumentano quindi i volumi. E nel frattempo, per gli agricoltori, le condizioni si complicano.
Se n’è parlato il 15 ottobre durante l’incontro online “Innovating for European Agriculture”, organizzato dalla Bayer per presentare una ricerca che affianca all’analisi economica un’indagine su oltre ottomila consumatori e interviste approfondite a circa novanta agricoltori. Otto i mercati coinvolti, Italia compresa. Il punto di partenza è la distanza tra la velocità con cui aumentano le pressioni sulle aziende e quella con cui arrivano gli strumenti per affrontarle. Bayer lo chiama “divario di resilienza”.
«La pressione economica e agronomica sta crescendo, ma allo stesso tempo le opzioni si restringono», ha osservato Frank Terhorst, responsabile strategia e sostenibilità della divisione Crop Science, riferendo quanto raccolto nei recenti incontri con agricoltori francesi, tedeschi e olandesi.
Produzioni ferme, costi in salita
Il confronto sui tassi di crescita riguarda la produzione complessiva delle coltivazioni, non le rese di una singola specie. Un distinguo importante da fare quando si parla di sistemi agricoli diversi per superfici, colture e organizzazione. Anche la crescita della produttività europea, secondo Oxford Economics, è però rimasta indietro rispetto a quella di altri grandi produttori.
Dall’altra parte ci sono i costi delle aziende agricole. Nel 2025, rispetto al 2020, i prezzi dei fertilizzanti risultavano più alti del 60%, quelli dell’energia del 51%, quelli di macchine e attrezzature del 25%. Il problema, ha spiegato Jeremy Leonard, responsabile dei servizi di analisi industriale globale di Oxford Economics, emerge soprattutto nei margini. Ai mezzi tecnici si aggiungono il costo e la disponibilità del capitale: se la redditività si riduce, diventa più difficile acquistare proprio le tecnologie che potrebbero aumentare la produttività.
Essere grandi aiuta, ma piccolo è bello
"Ma quanto dipende dalle tecnologie e quanto dalle dimensioni aziendali?" è stata la domanda ricorrente nella discussione finale dell'incontro. Leonard ha riconosciuto che la scala produttiva conta, precisando che lo studio si concentra soprattutto sull’accesso all’innovazione. L’economista Monica Michail ha aggiunto che nel rapporto emerge una maggiore propensione delle aziende grandi ad adottare strumenti digitali (e questo è comprensibile).
Ma ciò non significa che la "salvezza" stia soltanto nell'aumentare le dimensioni aziendali. Jeremy Leonard ha richiamato, come considerazione personale, il ruolo delle aziende nel tessuto sociale delle aree rurali europee. Se si vuole preservare questa struttura, ha osservato, rendere accessibili le innovazioni diventa ancora più importante.
Il clima pesa già sui raccolti
Alle difficoltà economiche si aggiunge il clima. Le stime della Banca europea per gli investimenti richiamate nello studio attribuiscono ai rischi climatici perdite medie annue di 17,4 miliardi di euro nei campi europei. È il 6,4% della produzione. Nel 2050 potrebbero diventare 24,8-28,9 miliardi, ovviamente con effetti diversi tra regioni e colture.
«Abbiamo appena ascoltato i numeri, ma io li vivo ogni giorno», ha commentato Judith de Vor, allevatrice di vacche da latte olandese di quinta generazione e componente del consiglio del Global Farmer Network. Nella sua esperienza, il passaggio da periodi molto piovosi a fasi calde e asciutte (quella che potremmo definire una tropicalizzazione del clima, ndr) cambia le condizioni di coltivazione e si accompagna a problemi fitosanitari nuovi, con cui gli agricoltori non sempre hanno familiarità.
De Vor ha insistito anche sui prezzi riconosciuti ai produttori. L’accesso all’innovazione serve, ma deve accompagnarsi a condizioni economiche favorevoli al loro utilizzo e può servire, perché no, a rendere il mestiere attrattivo alle generazioni successive. Una responsabilità che, a suo giudizio, riguarda anche politica, distribuzione e consumatori.
La difesa, il problema dei prossimi cinque anni
Uno dei nodi più problematici, lo sappiamo, riguarda la protezione delle colture. Come riportato dalla Bayer, le sostanze attive approvate nell’Ue sono passate da oltre mille nei primi anni Duemila a circa 420. Negli ultimi sette anni ne sono uscite dal mercato oltre 92, mentre è arrivata una sola nuova sostanza attiva di sintesi. Terhorst ha indicato proprio le lacune nei programmi di difesa come una delle principali difficoltà da affrontare nei prossimi cinque anni. Nelle testimonianze raccolte per la ricerca, un viticoltore del Beaujolais descrive la necessità di fare due, tre o quattro passaggi per ottenere ciò che prima riusciva a fare con uno. In alcuni casi, aggiunge, manca ancora una sostituzione praticabile e conveniente.
La richiesta di Bayer è accelerare l’arrivo di nuove soluzioni sia chimiche sia biologiche. Matthias Berninger, responsabile affari pubblici, scienza e sostenibilità del gruppo, ha proposto una corsia preferenziale per i prodotti innovativi. Secondo la sua lettura, i procedimenti di rinnovo assorbono risorse del sistema autorizzativo, mentre le novità restano in attesa.
Tea, due tempi diversi
E il miglioramento genetico? Nella discussione è emersa una distinzione utile tra ciò che le nuove tecniche genomiche possono fare per accelerare la selezione e le caratteristiche più complesse che si vorrebbero ottenere nelle piante.
Terhorst considera queste tecniche una piattaforma importante per adattare più rapidamente le varietà alle condizioni ambientali. Un contributo che riguarda il lavoro continuo dei breeder: trovare un equilibrio tra resa e adattamento, aggiornando il materiale genetico a disposizione degli agricoltori.
Diversi sono i tempi per alcune applicazioni più ambiziose, come nuovi caratteri di resistenza alle malattie o legati alla nutrizione azotata. Per questi sviluppi Terhorst ha prefigurato un orizzonte che va al prossimo decennio. «Nel frattempo è importante rafforzare le soluzioni disponibili per la protezione delle colture, sia di sintesi sia biologiche», ha sottolineato. Genetica e difesa, nella proposta dell’azienda, devono quindi procedere insieme.
Berninger ha richiamato anche le opportunità per frutta, ortaggi, vite e altre colture che finora hanno beneficiato meno delle biotecnologie tradizionali.
L'opinione dei consumatori
Quanto ai consumatori, l’indagine, come dicevamo pocanzi, ha coinvolto oltre ottomila persone in otto mercati europei: Italia, Francia, Germania, Polonia, Romania, Spagna, Regno Unito e Benelux, considerato nel suo insieme. L’84% degli intervistati considera la sicurezza degli approvvigionamenti alimentari una questione di sicurezza nazionale e la stessa percentuale sostiene l’accesso degli agricoltori alle tecnologie più recenti.
Nel confronto è stato però osservato che le risposte dipendono anche da come vengono poste le domande e che l’apertura generale all’innovazione non risolve il dissenso su alcune nuove tecnologie, come le stesse Tea. Terhorst ha quindi proposto di partire dagli obiettivi condivisi: produzioni, reddito e minore impatto ambientale. Per gli agricoltori, la questione cruciale resta comunque poter scegliere soluzioni adatte alle proprie condizioni. E avere i margini per adottarle.












