Grano duro affossato dalle importazioni dal Mar Nero

    grano duro
    La principale coltura della Penisola soffre la pressione del clima che abbassa rese e qualità. Il crollo dei prezzi delle ultime settimane rischia di far saltare il banco

    Come noto agli operatori di mercato, a partire dalla metà del 2023 si sta assistendo a una rilevante crescita delle importazioni di grano duro. I dati Istat evidenziano un import di 3,14 milioni di tonnellate, contro 1,9 milioni del 2022: il 60,5% il più rispetto al 2022, anno di scoppio del conflitto russo-ucraino e della conseguente crisi sui mercati cerealicoli internazionali, ma superiore del 35% anche rispetto al 2021.

    Dal Canada, primo fornitore dell’Italia, sono arrivate circa 800.000 tonnellate nel 2023, l’82% in più rispetto al 2022, ma in linea con i flussi storici. Gran parte della crescita registrata nel 2023, invece, è dovuta alle forniture dalla Russia: l’import diretto da questo paese è balzato a oltre 400.000 tonnellate, ma il prodotto di origine russa è presente, grazie a triangolazioni commerciali, anche nelle importazioni provenienti dalla Turchia e dal Kazakhstan, che valgono nel complesso oltre 650.000 tonnellate. Infine, anche dalla Grecia sono arrivate circa 400.000 tonnellate, in netto aumento rispetto ai volumi storici.

    Articolo pubblicato sulla rubrica ’Primo piano di Terra e Vita

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    I forti afflussi di import stanno avendo un effetto deprimente sulle quotazioni del frumento duro nell’Unione europea e, naturalmente, su tutte le principali piazze italiane. In particolare, a metà marzo 2024 i prezzi medi oscillavano fra 330 e 345 €/t, con una diminuzione tendenziale del 2-3% su base settimanale a partire dai valori di agosto/settembre 2023, ben superiori a 400 €/tonnellata. In vista del raccolto 2024, dunque, appare più che mai prevedibile, a meno di inversioni di tendenza, una ridiscesa attorno a 300 €/tonnellata, valore toccato all’inizio del mese di luglio 2023.

    Costi di produzione

    Alla luce delle prevedibili dinamiche flettenti dei prezzi è dunque utile un confronto aggiornato con i probabili costi di produzione attesi per la campagna di semina 2023/24. Per quanto concerne l’areale della Pianura Padana, la proiezione del costo complessivo di produzione per il raccolto 2024 è di poco superiore a 2.000 €/ha, includendo la totalità delle voci di costo da sostenere (tab. 1), di cui quasi 1.500 €/ha di costi di coltivazione. I costi sono definiti facendo riferimento a situazioni medie ordinarie per l’area in esame.

    Tra gli oneri di coltivazione, circa 930 €/ha sono computabili per i materiali, di cui poco meno di 300 €/ha per i fertilizzanti e 240 €/ha per la semente. Tra diserbanti e agrofarmaci è calcolabile una spesa di ulteriori 285 €/ha, mentre per il carburante, il costo ammonta a circa 110 €/ha.

    I costi di coltivazione sono completati da poco meno di 550 €/ha dovuti ai costi fissi dei mezzi meccanici (ammortamento, manutenzione, assicurazione ed interessi passivi), al servizio di trebbiatura svolto da contoterzisti e alla manodopera per le restanti operazioni colturali.

    Inoltre, sono da aggiungere i costi comuni aziendali (oneri amministrativi, manutenzione del capitale fondiario, imposte, contributi e spese varie) e, soprattutto, il prezzo d’uso del capitale fondiario, cioè il costo del terreno. Tali voci incidono, nel complesso, per 600 €/ha.

    In concreto, il costo pieno dell’impresa, cioè il reale costo monetario sostenuto, può variare sensibilmente in funzione della configurazione aziendale. Nell’ipotesi di azienda diretto coltivatrice che possieda il terreno in proprietà, il costo pieno scende del 36% circa, attestandosi a poco più di 1.300 €/ha. Altra fonte di variabilità dei costi, in questo caso di più difficile valutazione, riguarda il corretto dimensionamento del parco macchine rapportato alla superficie aziendale.

    In virtù dei costi medi calcolati, pertanto, si possono verificare quali siano le combinazioni di resa produttiva e prezzo alla produzione che permettono la copertura delle spese sostenute (fig. 1). Come rilevabile, nell’areale considerato, per l’impresa diretto coltivatrice dotata di terreno in proprietà, con una quotazione di 400 €/t, il pareggio si realizza con rese attorno a 3,3 t/ha, mentre con un prezzo di 350 €/t, si sale a 3,8 t/ha e con 300 €/t a 4,4 t/ha.

    Considerando, invece, la totalità dei costi sostenuti, le soglie di cui sopra salgono, rispettivamente, a 5,2, 6 e 7 t/ha. Nei terreni migliori della Pianura Padana, con una corretta pratica agronomica e rotazionale e in condizioni ordinarie si può considerare una resa oscillante fra 5 e 6 t/ha (dati Istat) che, dunque, rende già critico l’obiettivo del pareggio dei costi complessivi di produzione se la fase di contrazione dei prezzi dovesse proseguire. Va, tuttavia, considerata la crescente aleatorietà delle condizioni climatiche, con periodi primaverili ed estivi sempre più asciutti che condizionano fortemente la produttività dei terreni, così come rese decisamente più contenute sono ipotizzabili in areali di collina, tanto da rendere pressoché impossibile la copertura del costo totale di produzione con valori di prezzo inferiori a 350 €/t.

    Per l’impresa diretto-coltivatrice con terreno in proprietà l’obiettivo del pareggio dei costi vivi sostenuti è più alla portata, ancorché messo a rischio nel caso di problemi produttivi che limitino le rese. In ogni caso, va evidenziato come sia inaccettabile la quadratura dei conti ottenuta comprimendo eccessivamente la remunerazione dei fattori aziendali.

    Una situazione altrettanto difficoltosa emerge anche per le aree meridionali del Paese dove, a fronte di costi di coltivazione inferiori corrispondono rese produttive più contenute. Relativamente ai costi sostenuti, a titolo di esempio, nella provincia di Foggia, il costo di coltivazione riferito alla campagna 2022/23, è stimabile in 1.245 €/ha, dunque circa il 15% in meno dell’areale della Pianura Padana. Le rese del frumento duro, tuttavia, oscillano in quest’area attorno a 3 t/ha, ma con punte anche di 2,5 t/ha nel 2022 (dati Istat).

    Tali valori, va ricordato, vanno integrati con gli aiuti previsti dalla Pac, qui non considerati in quanto molto variabili in funzione degli impegni assunti da ciascuna impresa, ma di base stimabili in circa 150 €/ha.

    grano duroConsiderazioni di sintesi

    Il frumento duro, al pari degli altri cereali, ha evidenziato una notevole volatilità dei prezzi, in conseguenza delle turbolenze dovute all’instabile situazione geo-politica internazionale. Da oltre 500 €/t tra fine 2021 e metà 2022, le quotazioni medie sono precipitate sotto 350 €/t a luglio 2023, per risalire rapidamente fino ad oltre 400 €/t nel periodo successivo. Terminata la risalita, invece, si è avviata una fase di progressiva diminuzione che appare legata all’esplosione dell’import, la cui tendenza sembra confermarsi nei primi mesi del 2024. La previsione per l’immediato futuro sembra orientata ad un consolidamento delle quotazioni sui livelli attuali, considerando che la domanda non appare particolarmente brillante e che l’outlook produttivo è ottimistico per l’Italia nel 2024, nonostante le difficoltà del clima e il calo delle superfici investite.

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    Se i prezzi rappresentano più che mai un’incognita è, invece, una certezza che i costi di produzione siano ormai attestati sui livelli registrati nel biennio precedente all’attuale campagna produttiva, con una forte crescita dovuta all’incremento dei prezzi delle materie prime che faticano a rientrare su livelli più contenuti.

    La situazione per il frumento duro, pertanto, appare certamente critica e di non facile soluzione. Politiche di controllo dell’import appaiono utili, ma difficili da sostenere nell’attuale contesto, per cui non rimane che puntare su una più incisiva promozione della filiera nazionale.


    1In Sicilia si fa la danza della pioggia

    Alberto Agosta (foto di Terry W Sanders)

    Piogge poche e distribuite a macchia di leopardo. A soffrire di più è il cuore della Sicilia. Esattamente dove si coltivano i cereali, grano duro in testa. Nelle aree interne dell’Isola e in particolare nell’Ennese si è assistito a una stagione autunno-vernina tra le più secche degli ultimi decenni. Una siccità simile si verificò nel 2002. Allora dovette intervenire la Protezione Civile per rifornire di acqua e foraggio gli animali allevati allo stato brado. Anche l’annata agraria 2023/24 sarà ricordata come una delle più tragiche per l’agricoltura dell’isola. I seminativi soffrono. Le semine effettuate tardivamente, approfittando delle prime piogge utili alla preparazione del terreno e rinunciando alla tecnica della falsa semina, in parecchie zone sono irrimediabilmente perse: il seme è germinato ma poi la pianticella è seccata.

    «Se nelle nostre zone le piogge non dovessero arrivare entro la prima metà di aprile – afferma Biagio Pecorino, presidente della coop Valdittaino di Assoro in provincia di Enna – possiamo dire addio ad almeno l’80% della produzione del nostro comprensorio». Preoccupa il fatto che non sono previste precipitazioni nelle prossime settimane e comunque una parte della produzione è persa: anche nelle zone esposte a Nord, dove si risente meno della scarsità o dell’assenza delle precipitazioni, si è avuto uno scarso accestimento e le piante sono già nella fase della spigatura.

    Stanno meglio i seminativi delle basse Madonie e del resto della provincia di Palermo. Nella zona di Valledolmo, dove si coltiva il “pomodoro siccagno” alternandolo a grano duro e sulla, prevale la fiducia. «Finora le piogge, seppure limitate, sono state sufficienti a portare avanti la coltura del grano, l’altitudine e l’esposizione a Nord dei terreni assicurano anche la formazione della condensa che è sufficiente alle piante» spiega Vincenzo Pisa, presidente della coop Rinascita che trasforma un pomodoro che da secoli si coltiva in pieno campo in assenza di irrigazione.

    A Roccapalumba, zona collinare dell’entroterra palermitano, Manuela Morello, titolare dell’azienda agricola “Acque di Palermo” grazie alle precipitazioni degli ultimi giorni di febbraio ha potuto tirare un sospiro di sollievo: «Le piogge dei giorni scorsi hanno salvato i nostri cereali (insieme al grano duro viene coltivato anche l’orzo, ndr), ma per ottenere le rese che ci auguriamo la pioggia deve tornare nelle quantità e nei giusti tempi».

    Il clima dello scorso anno, caratterizzato da abbondanti piogge primaverili, ha consentito (o forse imposto) concimazioni tardive. «I risultati – riferisce l’imprenditrice – si sono visti nella qualità della granella che per la varietà di grano duro Antalis ha presentato il 13,5% di proteine, valore superato dal 14,5% del “Mix 250” un miscuglio di varietà moderne di grano duro seminato un campo prova di un ettaro».

    Anche per l’azienda agricola di Alberto Agosta che si trova a cavallo tra Monreale (Pa) e Poggioreale (Tp), la pioggia tardiva che ha interessato la zona occidentale della Sicilia è stata provvidenziale. La produzione di grano duro basata sulle varietà Orizzonte e Antalis si salverà e potrà approvvigionare senza problemi il pastificio artigianale dove si produce pasta semintegrale con il marchio Feudo Mondello. Il pastificio è, per la Sicilia, un raro esempio di chiusura della filiera del grano duro.

    I produttori, cinque per l’esattezza - Alberto con moglie e fratello oltre a due cugini - sono tutti proprietari di un proprio fondo agricolo che in passato faceva parte di un antico feudo. In totale 270 ettari tutti in un unico corpo gestiti oggi da un consorzio in cui sono confluite le aziende dei diversi membri della famiglia Agosta che hanno deciso di chiudere la filiera e che, grazie a un finanziamento del Psr, hanno realizzato il pastificio comprensivo di mulino a pietra. Un impianto che, nell’attesa che la pasta riesca a conquistare il palato di un sempre maggior numero di clienti, al momento non funziona al pieno della propria potenzialità. Nel frattempo il grano duro non trasformato viene venduto sul mercato locale.

    «Più che venduto, svenduto – precisa Agosta –. Quest’anno l’import selvaggio ha messo ko il grano duro italiano e non mi stupisce che in molti stiano smobilitando vendendo o affittando i terreni alle società energetiche». Con buona pace di ambientalisti e tutori del paesaggio le migliori “terre granarie” siciliane saranno presto coperte da pannelli fotovoltaici. E poco importa se siano a terra o sospesi. Tanto sotto quelli del sistema che chiamano agrivoltaico non si può coltivare granché. Angela Sciortino


    2In Emilia coltivato... a perdere

    Eros Gualandi

    «Quest’anno i costi di carburanti e mezzi tecnici sono un po’ diminuiti rispetto al 2022 e al 2023 diciamo circa del 10%, annate nelle quali molte aziende hanno cercato alternative alle lavorazioni classiche del terreno, tipo la semina su sodo, per risparmiare qualcosa. Ma con questi prezzi si va poco lontano». Così Eros Gualandi (nella foto) presidente della cooperativa Il Raccolto, tratteggia la campagna del grano di quest'anno. «Per il 2024 prevediamo costi a ettaro di circa 1.800 euro ai quali va aggiunto l’affitto per chi non ha terreni di proprietà – a un prezzo di 330 €/t per fare pari servono rese di 72 q/ha, rese difficili da ottenere, dato che la media si aggira tra i 55 e i 60, con punte di 65 q/ha. In sostanza, con i prezzi attuali si lavora sottocosto».

    Ma dato che il frumento è fondamentale per le rotazioni (si pensi al pomodoro da industria nell’areale padano), Gualandi invita gli imprenditori agricoli a considerare la sua coltivazione come un costo necessario per produrre reddito con altre colture. «È un concetto della disperazione – conclude Gualandi – ma non abbiamo alternative». S. Mart.


    3L'Ue pensa di mettere un freno all'importazione dall'Ucraina

    Non sarà la panacea di tutti i mali del grano ma almeno è un segnale che va nella direzione di tutelare gli agricoltori europei e italiani. Il Parlamento europeo ha rinviato il via libera alla proroga dell'esenzione annuale dei dazi per i prodotti agricoli ucraini. A passare sono stati due emendamenti che hanno inserito nella lista dei prodotti per i quali l'Ue può introdurre una clausola di salvaguardia automatica per riportare in vigore le tariffe doganali, orzo, frumento, avena, mais, uova, pollame, zucchero e i prodotti del miele. L'approvazione dei due emendamenti ha reso quindi necessario il ritorno del testo sulle misure commerciali autonome (Atm) alla commissione sul commercio internazionale del Pe. L'iter della norma non è però finito. Commissione e Consiglio e europeo dovranno dare il via libera nei triloghi.

    Anche se non produce effetti nell'immediato, la decisione dell'assemblea di Bruxelles è stata accolta con favore dalle associazioni di categoria. Coldiretti ha parlato di "misura importante per contribuire a fermare le speculazioni che stanno destabilizzando il mercato europeo, ferma restando la necessità di continuare a sostenere il Paese sotto l'aggressione russa".

    Il sindacato ha fatto notare che finora grazie anche alle agevolazioni decise dall'Ue, nel 2023 gli arrivi in Italia di grano tenero ucraino sono quadruplicati (+283%) rispetto al 2021, prima dell'inizio della guerra, arrivando a quota 470mila tonnellate. Ma anche le importazioni di mais sono aumentate a tripla cifra (+134%), arrivando a 1.800.000 tonnellate.

    Plaude anche Cia-Agricoltori italiani, che da tempo chiedeva di includere cereali e miele nella lista di prodotti per cui è previsto un freno d’emergenza sull’import dall'Ucraina, da attivare in caso di superamento della media del triennio 2021/2022/2023.

    «Siamo soddisfatti dell’esito del voto al Parlamento europeo in merito all’attivazione di un freno di emergenza nel caso di ulteriori aumenti delle importazioni dall’Ucraina». Così il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti ha commentato la decisione dell'eurocamera.

    «La nostra richiesta agli europarlamentari mirava proprio a fare in modo che il sostegno incondizionato all’Ucraina evitasse la destabilizzazione dei mercati agricoli nella Ue – ha aggiunto Giansanti –. Le forti tensioni che si sono registrate negli ultimi tempi nei Paesi membri limitrofi all’Ucraina, dal blocco delle frontiere alla distruzione dei prodotti ucraini, non hanno giovato a nessuno». S. Mart.


    4Granaio Italia al via da luglio?

    Uno degli strumenti da tempo invocati dagli agricoltori per tentare di riportare un certo equilibrio nei listini del grano duro è "Granaio Italia", il registro telematico delle giacenze dei cereali gestito dal Sian, che dovrebbe rilevare truffe sull’origine della materia prima, a vantaggio del prodotto italiano.

    Nei giorni scorsi si è riunito un tavolo al Masaf, convocato dal sottosegretario Patrizio Giacomo La Pietra, al quale hanno partecipato Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Copagri, Italmopa, Assalzoo, Confcooperative fedagripesca, Legacoop agroalimentare, Agci agrital, Confederazione italiana liberi agricoltori e Compag. L'incontro è servito a stabilire il via dal primo luglio del registro, sul quale dovranno essere dichiarate le operazioni di carico e scarico di granaglie e farine superiori alle 30 tonnellate.

    Tutti i partecipanti al tavolo si sono detti soddisfatti per la partenza dello strumento, anche se mettono in guardia dal possibile aggravio burocratico per le aziende agricole e da eventuali costi ulteriori. Coldiretti ha anche rilanciato sul Fondo nazionale per la filiera grano-pasta, chiedendo che la dotazione finanziaria sia aumentata dagli attuali 10 a 30 milioni di euro.

    Italmopa ha auspicato che "il monitoraggio venga esteso anche all’analisi qualitativa dei raccolti nazionali, offrendo in tal modo agli operatori della filiera, la possibilità di disporre da un lato, di informazioni in grado di garantire una maggiore trasparenza e di conseguenza un miglior funzionamento del mercato, dall’altro, di elementi volti ad individuare, in vista della loro risoluzione, le maggiori criticità constatate". Tradotto: i mulini fanno notare che se il prodotto italiano non è di qualità adeguata devono rifornirsi all'estero. Proprio quanto accaduto nel 2023, con una primavera molto piovosa che ha compromesso i raccolti.

    E anche quella di quest'anno si annuncia come una delle campagne più scarse per il frumento duro in Italia. I dati Cia sulle nuove semine segnalano un calo delle superfici coltivate di circa 130mila ettari, più o meno il 10% in meno rispetto al 2023, riportando gli ettari dedicati vicino al minimo degli ultimi dieci anni, registrato nell'anno pandemico 2020. Anche il clima autunno-invernale non è stato particolarmente favorevole alla coltura.

    Grano duro affossato dalle importazioni dal Mar Nero - Ultima modifica: 2024-03-18T18:45:17+01:00 da K4

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