Le condizioni climatiche avverse hanno notevolmente ostacolato la nuova campagna dell’olio di oliva. Secondo Ismea la produzione di olio della campagna 2010/2011 dovrebbe attestarsi sulle 550 mila t, poco più del 5% rispetto allo scorso anno.
La ridotta presenza di giacenze di olio di oliva, in particolare di olio extravergine della scorsa campagna ha animato le contrattazioni sul nuovo raccolto e dopo una calma piatta dei prezzi nell’ultimo anno si è assistito a una ripresa delle contrattazioni con un maggiore interesse per produzione di qualità.
Anche negli altri paesi non è attesa una campagna di eccessiva produzione: Spagna, Grecia, Tunisia e Turchia si attestano sui valori dello scorso anno e le stime Coi (Consiglio olivicolo internazionale) si orientano su un valore complessivo di 2,3 milioni di t.
Le previsioni di produzione rappresentano da tempo un terreno accidentato di confronto tra i vari paesi, dimostrando che il comparto ha assoluto bisogno di trasparenza.
Emblematico il caso della Spagna, leader mondiale della produzione di olio di oliva, dove ogni anno è proclamato con grande enfasi come annus mirabilis con una produzione straordinariamente abbondante, ma poi al dunque il prodotto non si vede: lo scorso anno fu chiesto lo stoccaggio privato, ma proprio in Spagna restò lettera morta.
Il sospetto che le voci di abbondanza dell’offerta siano messe in giro dalla componente industriale per tirare un po’ sul prezzo è diffuso.
Dalla Spagna viene però un altro grande motivo di preoccupazione per il mercato: la continua ricerca di un prodotto a basso costo, dove tra extravergine, lampante e raffinato non vi è più che una differenza di pochi centesimi, ha fatto scendere in picchiata la qualità.
La presenza di oli vergini ed extra di scarsa qualità fin dall’origine potrà oggi, in ogni caso, essere meglio evidenziata dalla prossima applicazione di nuovi metodi analitici quali la determinazione degli alchili esteri voluta dal Coi.
Una prospettiva che impensierisce i confezionatori che si riforniscono nel territorio iberico e hanno contato sinora sulla disinvolta disapplicazione di ogni politica della qualità in Spagna, a partire dal riutilizzo del “remolido”, l’olio di ripasso, e delle altre frodi commerciali che possono creare seri rischi per il consumatore.
I recenti risultati di alcuni controlli presso la gdo iberica hanno dimostrato che oltre il 60% dei prodotti verificati fosse non conforme alla categoria di qualità dichiarata in etichetta.
Una scelta suicida peraltro anche per i produttori iberici che sotto 1,80 euro per l’extravergine non reggono più il peso dei propri costi di gestione nonostante gli straordinari sforzi di razionalizzazione del sistema produttivo, di trasformazione e di riutilizzo dei reflui e delle sanse.
Ormai il valore dell’olio extravergine iberico rischia di divenire inferiore a quello tunisino, dove si registra una poderosa crescita, soprattutto per la produzione biologica.
A differenza della Spagna infatti la Tunisia ha assunto con determinazione una politica di forte riconversione del proprio sistema produttivo verso la qualità e i segmenti alti della produzione, costruendo una propria interessante rete di commercializzazione diretta verso i promettenti mercati del nord Europa e degli Stati Uniti, superando l’antico ruolo di ancella dei confezionatori iberici e italiani.
In Spagna ormai pochi centesimi tra extravergine, lampante e raffinato. E briciole ai produttori
Le condizioni climatiche avverse hanno notevolmente ostacolato la nuova campagna dell’olio di oliva. Secondo Ismea la produzione di olio della campagna 2010/2011 dovrebbe attestarsi sulle 550 mila t, poco più del 5% rispetto allo scorso anno.
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