Il settore dell’olio d’oliva in subbuglio per il blocco dell’import di prodotti italiani da parte della Cina. A fine dicembre (si veda «Agrisole» n. 46/2011) la Coldiretti rese nota una propria indagine che evidenziava come 4 bottiglie di olio su cinque, commercializzate in Italia, dietro il brand italiano non contenevano olio d’oliva made in Italy ma miscele di oli di diversa origine. E che questo era molto difficile da riscontrare in etichetta.
La stessa indagine rilanciata dalla stampa a inizio gennaio ha provocato diverse polemiche confluite nella decisione da parte di Pechino di mettere “sotto osservazione” le bottiglie di olio d’oliva acquistate dall’Italia.
La decisione della Cina inoltre non è di poco conto considerato che le spedizioni di olio d’oliva dall’Italia verso la Cina sono tutt’altro che episodiche. Nei primi nove mesi del 2011 infatti hanno raggiunto un controvalore di 15,6 milioni di euro con una crescita rispetto allo stesso periodo del 2010 del 4,8 per cento. Ma soprattutto lo scorso anno, rispetto al 2009, l’export di olio italiano in Cina era letteralmente raddoppiato (+94 per cento).
La decisione delle autorità cinesi quindi non hanno mancato di accendere nuove polemiche. La Coldiretti dal canto suo ha rincarato la dose sostenendo come «Le perplessità sollevate in Cina sulla reale origine delle olive utilizzate per produrre l’olio italiano danneggia il vero Made in Italy. Occorre invece fare chiarezza in riferimento alla richiesta dell’“ autorità cinese per la qualità” all’Ambasciata italiana a Pechino di fornire maggiori informazioni sulle aziende italiane che sono sospettate di vendere in Cina olio etichettato come olio d’oliva italiano, ma che in realtà è realizzato con oli provenienti da altri paesi». Sulla stesa lunghezza d’onda della Coldiretti anche il presidente di Copagri, Franco Verrascina. «Abbiamo sempre denunciato – ha detto – che buona parte del prodotto made in Italy, olio d’oliva compreso, è in realtà figlio di tutt’altra origine territoriale e oggi veniamo a sapere che la Cina pone forti dubbi sulla reale provenienza dell’olio d’oliva italiano da essa stessa importato. Che beffa sapere che tali dubbi provengono proprio dalla patria delle contraffazioni ».
Su una posizione invece diversa da Coldiretti e Copagri il presidente del Consorzio di valorizzazione dell’extravergine di qualità, Elia Fiorillo. «È antica regola di marketing – ha spiegato Fiorillo – esaltare le qualità dei propri prodotti senza però sparare a zero sugli altri prodotti similari. Non perché non è politically correct. La correttezza non c’entra. L’interesse invece sì. E con azioni del genere nel breve periodo si può anche portare a casa un vantaggio, ma sul medio lungo periodo quello che resta è solo la denigrazione. Il consumatore non ricorderà più quale prodotto era superiore all’altro. Terrà a mente solo l’elencazione dei difetti, delle storture denunziate, facendo di tutt’erba un fascio. Insomma, l’esaltazione sarà momentanea con un boomerang di ritorno micidiale per l’intero olio made in Italy».
A respingere fermamente invece le accuse sono le imprese olearie italiane. «Innanzitutto non ci risulta un vero e proprio blocco dell’import – spiega il direttore dell’associazione delle industrie olearie (Assitol), Claudio Ranzani – ma solo una maggiore attenzione in dogana sugli oli provenienti dall’Italia. Anche se abbiamo ricevuto notizia che alcune catene distributive stanno già sostituendo l’olio italiano con quello di altri paesi concorrenti. E la cosa certo non ci fa piacere ».
Il tutto poi per allarmi che appaiono ingiustificati. «Trovo improprio – aggiunge Ranzani – parlare di olio “taroccato”. Il regolamento comunitario prevede che si possano commercializzare miscele di olio di diversa origine e che questo vada indicato in etichetta. E nessuna delle nostre imprese di discosta dal dettato delle norme Ue».
Ma soprattutto quello che all’Assitol risulta difficile da comprendere è perché in Italia si faccia fatica a fare un gioco di squadra. «Ricordo che il mercato Usa, che oggi è il terzo mercato di consumo al mondo dopo Italia e Spagna – aggiunge il direttore dell’Assitol – si è aperto all’olio made in Italy proprio grazie al lavoro delle imprese italiane che sono andate Oltreoceano prima con l’olio raffinato. Nel tempo si è affermata fra i consumatori americani una maggiore cultura dell’olio e oggi su quel mercato si acquista soprattutto extravergine ma sono sono presenti tutte le categorie di prodotto. Insomma quel lavoro è poi andato a vantaggio di tutti».
Ma non è un problema solo di rapporti di filiera. «L’altro aspetto che colpisce – conclude Ranzani – è il silenzio su questa vicenda, che pure coinvolgi interessi nazionali, del Governo. Saranno anche importanti ma spread e andamenti dei titoli non sono gli unici problemi che abbiamo ».
Dopo le denunce sul falso olio italiano Pechino mette sotto osservazione le spedizioni da Roma
Ma le imprese di Assitol non ci stanno: sono state rispettate tutte le normative comunitarie
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