Un'importante occasione di incontro, confronto e dialogo tra il Dipartimento, il mondo della ricerca, le istituzioni, le imprese, la scuola e la società. È questo l’obiettivo dell’appuntamento organizzato ogni anno dal Distal (Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari) dell'Università di Bologna, nel corso del quale ricercatori e studenti e studentesse si confrontano con imprese ed enti del settore agricolo, alimentare, ambientale e della bioeconomia per costruire un confronto su ricerca e innovazione.

Lo scorso 24 settembre si è tenuta la sesta edizione dell’OpenDistal, che si è aperto con una sessione plenaria, durante la quale rappresentanti istituzionali e invited speaker di rilievo nazionale e internazionale hanno offerto il proprio contributo sul tema dell'edizione 2026, "Sistemi Agro-alimentari in transizione. Adattamento, energia e nuove prospettive produttive", affrontandone le principali sfide e opportunità attraverso prospettive scientifiche, tecnologiche e socio-economiche.
Università aperta

«È un piacere tornare in un ambiente che sento come casa e vedere un’aula così partecipata, segno della crescita di un percorso avviato circa dieci anni fa con l’unione di due dipartimenti – ha detto il Magnifico Rettore dell’Università di Bologna Giovanni Molari aprendo ufficialmente l’OpenDistal –. L’obiettivo di questa giornata resta quello di aprire l’università al confronto con le imprese e valorizzare le attività di ricerca e innovazione. Il settore agrario è oggi al centro di grandi trasformazioni, dai cambiamenti climatici alla robotica, fino alle nuove sfide della filiera agroalimentare. In questi anni il dipartimento ha compiuto importanti progressi, anche grazie agli investimenti del Pnrr e al rafforzamento delle relazioni internazionali».
«Le sfide future – ha proseguito il Rettore – riguardano soprattutto il rinnovamento della didattica, anche alla luce dell’intelligenza artificiale, e la capacità di attrarre studenti, ancora insufficienti rispetto alle opportunità offerte dal settore. Sarà fondamentale aggiornare i percorsi formativi senza limitarsi ad aprire nuovi corsi. La compattezza del dipartimento e la collaborazione tra docenti, ricercatori e personale tecnico rappresentano un valore essenziale. Altrettanto strategico è il rapporto con le imprese, indispensabile per collegare ricerca, formazione e mondo del lavoro. Giornate come questa rafforzano un sistema di relazioni da consolidare e sviluppare anche negli anni a venire».
Una lunga tradizione

«Il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna affonda le proprie radici in una lunga tradizione – ha aggiunto Giovanni Dinelli, direttore del Dipartimento – iniziata con la cattedra di agricoltura affidata a Filippo Re nel 1803, tra le prime in Italia. La sua storia prosegue con la fondazione della Regia Scuola Superiore di Agricoltura tra il 1899 e il 1901 e della Facoltà di Agraria nel 1935».
«Dal trasferimento nella moderna sede bolognese nel 2001 – ha spiegato Dinelli – il Dipartimento ha potenziato laboratori, aule e infrastrutture per la ricerca, affiancando alla sede di Bologna quelle di Cesena e Ozzano. I risultati ne confermano il ruolo di riferimento nazionale: secondo il QS Ranking, da cinque anni è al primo posto in Italia tra 31 dipartimenti universitari di Agraria e occupa la 48ª posizione a livello internazionale. Per consolidare questa leadership è stato realizzato un nuovo polo dell’innovazione, inaugurato il 20 aprile 2026, con un investimento di 12 milioni di euro destinato a infrastrutture avanzate, tra cui piste per trattori, serre e camere di crescita.
La missione futura è affrontare le nuove sfide della ricerca e dell’innovazione per garantire al Paese produzioni agricole stabili, redditizie e sostenibili sotto il profilo economico, sociale e ambientale».
Motori diesel e propulsioni alternative
La sessione plenaria ha visto poi le presentazioni tecniche su due temi in qualche modo connessi con il tema portante della giornata: motori diesel e propulsioni alternative in agricoltura e impiego dei dati, del monitoraggio e della modellistica per l’agricoltura europea.

Riguardo al primo tema, «la propulsione dei trattori è al centro delle attività di ricerca e sviluppo di Cnh – ha riferito Mario De Amicis, Direttore dell’Engineering sui trattori di media potenza e specializzati di Cnh – che punta a migliorare l’efficienza energetica attraverso diverse soluzioni tecnologiche. Nonostante la diffusione di alternative, il motore diesel resterà ancora per diversi anni il riferimento per le macchine destinate alle lavorazioni in campo aperto, caratterizzate da elevati fabbisogni di potenza e cicli di lavoro impegnativi».
Accanto al diesel, il costruttore sviluppa carburanti alternativi, elettrificazione e sistemi ibridi. «Il metano rappresenta una soluzione già commercializzata con i modelli T6 e T7 – ha spiegato De Amicis –. Se prodotto attraverso la trasformazione degli scarti aziendali in biometano, consente di realizzare un sistema di economia circolare, riducendo le emissioni di CO₂ e i costi operativi, con risparmi di manutenzione stimati intorno al 30%. Restano tuttavia ostacoli legati alla disponibilità delle infrastrutture e all’autonomia».
«Cnh ha inoltre sperimentato trattori elettrici a batteria e prototipi ibridi – ha aggiunto De Amicis – capaci di migliorare la risposta in potenza e ridurre i consumi, in alcuni casi del 10-20%. Al momento, però, i costi elevati non rendono ancora conveniente la commercializzazione su larga scala. Le macchine elettriche risultano particolarmente promettenti per attività in ambienti chiusi, come serre e stalle, dove silenziosità e assenza di emissioni locali costituiscono vantaggi significativi. Anche l’idrogeno è oggetto di sperimentazione, sebbene permangano criticità relative a costi, sicurezza, durata e infrastrutture».
«Parallelamente – ha concluso De Amicis – Cnh lavora sul miglioramento dei motori diesel tradizionali, puntando su combustione avanzata, riduzione degli attriti e funzionamento a regimi inferiori. L’obiettivo è aumentare l’efficienza energetica di circa l’8%».
Secondo l’azienda, non esiste una tecnologia valida per tutte le applicazioni: la scelta deve dipendere dal tipo di lavoro. Per questo Cnh sostiene il principio della neutralità tecnologica, lasciando ai costruttori e al mercato la possibilità di individuare le soluzioni più adatte. Costi, infrastrutture e politiche industriali saranno determinanti per accelerare la transizione.
Come prevedere i raccolti in Europa
L’utilizzo di dati meteo, satelliti e intelligenza artificiale per prevedere i raccolti in Europa è stato l’oggetto della presentazione di Riccardo Henin, del gruppo di ricerca Agri4Cast della Food Security Unit del Joint Research Centre (Jrc).

«Il gruppo di ricerca del Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea – ha spiegato Henin – nell’ambito dell’unità dedicata alla sicurezza alimentare, elabora previsioni indipendenti sulle rese agricole degli Stati membri e di alcuni Paesi limitrofi. Le stime, aggiornate durante la stagione colturale a partire da marzo, confluiscono in un bollettino mensile utilizzato dalla Direzione generale dell’Agricoltura per valutare le condizioni produttive e supportare le decisioni, comprese quelle relative agli aiuti in caso di calamità naturali.
L’analisi integra tre fonti principali: osservazioni e previsioni meteorologiche, dati satellitari e modelli di crescita delle colture. Le informazioni provengono da oltre 6.000 stazioni meteorologiche europee, integrate con dati grigliati e previsioni a breve, medio e lungo termine. Le immagini satellitari consentono invece di osservare la risposta della vegetazione e di individuare anomalie attraverso indicatori specifici. I modelli colturali simulano infine lo sviluppo delle piante, la disponibilità idrica e la produzione di biomassa. Questi dati alimentano modelli statistici che stimano le rese in tonnellate per ettaro».
«L’estate analizzata – ha specificato Henin – ha evidenziato condizioni particolarmente critiche in gran parte dell’Europa centro-occidentale, con temperature molto superiori alla media, deficit di precipitazioni e ridotta crescita vegetativa. Anche quando le piogge risultano apparentemente sufficienti, temperature elevate possono aumentare l’evapotraspirazione e ridurre l’acqua disponibile nel suolo. Le conseguenze riguardano anche i pascoli e la produzione di foraggio, con possibili ripercussioni sugli approvvigionamenti invernali.
Tra le sfide future figura l’integrazione delle previsioni meteorologiche su orizzonti temporali differenti in un sistema continuo, capace di fornire informazioni coerenti dal breve termine alle proiezioni climatiche. Un’altra opportunità deriva dai satelliti ad alta risoluzione, che permettono di passare dall’analisi di vaste aree agricole a quella dei singoli appezzamenti. L’enorme quantità di dati richiede però maggiori capacità di archiviazione e calcolo».
«Il cambiamento climatico – ha concluso Henin – avrà effetti differenti nelle varie aree europee: nel Sud e nell’Ovest crescerà l’importanza della gestione dell’acqua; nel Nord potrebbero aprirsi nuove opportunità per alcune colture; nell’Est resteranno determinanti anche fattori strutturali e tecnologici, che aumentano la vulnerabilità alle oscillazioni delle rese».
La tavola rotonda
Oltre a svariate sessioni tematiche dedicate ai diversi stakeholder del Dipartimento, pensate per favorire lo scambio di conoscenze, la nascita di nuove collaborazioni e il dialogo tra università, territorio e mondo produttivo, nel pomeriggio si è tenuta una tavola rotonda sulla Pac post-2027, con la partecipazione di Silvia Lorenzini (Direzione Generale Agricoltura, Caccia e Pesca della Regione Emilia-Romagna), Patrizia Alberti (Responsabile Area Innovazione, Formazione e Consulenza), Davide Gnesini (Responsabile del Servizio Tecnico di FederUnacoma), Maria Grazia Manzini (Presidente dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della Provincia di Bologna) e Mattia Onofri (Responsabile Frutta Ufficio Produzioni e Servizi Agricoli di Conserve Italia).
La tavola rotonda si è sviluppata a partire dalla relazione di Silvia Lorenzini, che ha sottolineato come la futura Politica agricola comune (Pac) rappresenti un passaggio decisivo per definire il modello di agricoltura europeo e trasformare ricerca, conoscenza e innovazione in soluzioni concrete per le imprese e i territori. «Il negoziato è ancora aperto – ha riferito Lorenzini – ma le proposte presentate dalla Commissione europea nel luglio 2025 delineano tuttavia un cambiamento significativo, basato sull’integrazione finanziaria, sulla flessibilità e su una nuova governance.
Nella programmazione 2023-2027, i due pilastri della Pac, Feaga e Feasr, sono gestiti attraverso un unico Piano strategico nazionale, che integra interventi nazionali e regionali. L’esperienza attuale ha evidenziato come le risorse finanziarie, pur essenziali, non siano sufficienti: servono regole semplici, stabili, verificabili e compatibili con l’organizzazione delle aziende agricole. La complessità degli ecoschemi, per esempio, ha rallentato l’attuazione degli interventi e ridotto l’adesione ad alcune misure, con conseguenti perdite di risorse per i territori».
«Per il periodo 2028-2034 – ha spiegato la direttrice – la principale novità è la confluenza dei fondi agricoli in un fondo europeo unico, destinato anche a coesione, pesca, sicurezza e altre politiche. Alla Pac sarebbe riservata una dotazione di circa 293 miliardi di euro a livello europeo, pari a circa 31 miliardi per l’Italia. A queste risorse potrebbero aggiungersi fondi di flessibilità e finanziamenti per lo sviluppo rurale, portando il totale potenziale a circa 41 miliardi. L’accesso a queste risorse aggiuntive, tuttavia, non è automatico».
Il nuovo assetto offre opportunità di coordinamento, ma comporta anche il rischio che l’agricoltura perda visibilità e debba competere con altre politiche per ottenere finanziamenti. «Saranno quindi decisive le scelte nazionali sulla governance e sul rapporto tra Stato e Regioni – ha evidenziato Lorenzini –. Queste ultime chiedono di mantenere un ruolo centrale nella programmazione, così da adattare gli interventi alle specificità produttive e territoriali».
Una criticità riguarda soprattutto l’Akis, il sistema di conoscenza e innovazione in agricoltura. «La proposta europea ne riconosce l’importanza, promuovendo l’integrazione tra ricerca, consulenza, formazione e imprese – ha concluso la direttrice – ma non gli assegna una dotazione finanziaria dedicata. Le attività dovranno quindi trovare risorse nel fondo comune e attraverso programmi complementari, come Interreg e Horizon, affrontando la concorrenza con gli altri settori.
La sfida sarà costruire partenariati stabili tra istituzioni pubbliche, università e sistema di consulenza, capaci di intercettare finanziamenti e favorire il trasferimento dell’innovazione alle aziende. Per rendere efficace la futura Pac occorrerà dunque coniugare obiettivi europei comuni, flessibilità territoriale, regole applicabili e risorse adeguate per ricerca e innovazione».












