Nelle imprese familiari sale la fame di ricerca

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Studio realizzato con il supporto dell’Università Ca’ Foscari. Più informatizzazione e innovazione funzionale all’attività aziendale per nuovi sbocchi sui mercati
«Le imprese agricole familiari, che in Italia sono ben il 98%, fanno prodotti di alta qualità, ma senza innovazione e ricerca non riescono ad essere competitive sui mercati internazionali». Lo ha affermato il presidente della Federazione nazionale dell’impresa familiare di Confagricoltura (Fnifc) Roberto Poggioni, in apertura della presentazione (svoltasi a Roma lo scorso 17 marzo) dello studio sui fabbisogni di ricerca e innovazione nell’impresa familiare, realizzato da Pria (Progetti di ricerca e innovazione in agricoltura) con il supporto del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Pria – ha dichiarato il suo presidente Sergio Ricotta – attraverso l’indagine svolta, si è posta l’intento di supportare Confagricoltura nel far emergere i fabbisogni innovativi delle imprese agricole. Il fine ultimo è quello di mettere in stretto contatto il mondo imprenditoriale con quello della ricerca attraverso un percorso virtuoso di scambio continuo e circolare tra i fabbisogni delle imprese, la ricerca e il trasferimento di innovazione».

A presentare i risultati dello studio, l’amministratore delegato di Pria Ruggero Targhetta e i docenti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Carolina Gavagnin e Matilde Cassin.

 

Forte la voglia di collaborare

L’indagine sui fabbisogni e propensione per l’innovazione delle aziende, condotta su un campione di 130 imprese appartenenti al settore primario, ha dimostrato che più dell’80% delle imprese è interessato a svolgere attività di ricerca e innovazione; in particolare, l’interesse cresce sensibilmente con l’innalzarsi del titolo di studio dell’imprenditore. La maggioranza di queste imprese, il 68%, intende realizzare le attività di ricerca e innovazione in cooperazione con altri soggetti e utilizzare (l’87% delle imprese), oltre a risorse finanziarie proprie, principalmente fondi Feasr.

Lo studio ha approfondito anche il tema dell’informatizzazione aziendale, dal quale è risultato che l’80% delle imprese utilizza sistemi informatici nella gestione aziendale e di coloro che non ne fanno uso, il 61% intende comunque dotarsene in futuro. La % di utilizzo decresce con l’aumentare dell’età del titolare, passando dal 92% nella fascia d’età fino ai 40 anni al 68% nelle aziende con titolari over 60; mentre cresce con l’innalzarsi del titolo di studio, andando dal 60% nelle aziende con titolare con licenza elementare o media, all’84% in quelle con titolari laureati. L’88,5% del campione totale dichiara di utilizzare normalmente la rete per le proprie attività: il 95% nel Centro Italia, l’87% al Nord e all’86% al Sud. Bassa, invece, la % di aziende che possiedono un sito web (solo il 42%) o che fanno commercio elettronico (34%), con notevoli differenze a seconda dell’indirizzo produttivo (viticoltura e colture protette, ad es., registrano % più alte della media). In merito al ricambio generazionale più del 90% delle imprese ritiene che il passaggio generazionale sia un’opportunità di sviluppo.

«I dati – ha commentato il presidente di Confagricoltura Mario Guidi – confermano l’urgenza, da un lato di superare il digital divide, che accentua ancor più le divisioni tra nord e sud, dall’altro di collegare sempre più il mondo della produzione alla ricerca scientifica. Imprenditori e ricercatori devono cooperare, i primi indicando i loro fabbisogni, i secondi recependo e indirizzando la sperimentazione, finalizzandola all’ottenimento di risultati che trasferibili subito sul campo». Confagricoltura, ha concluso Guidi, intende acquisire il ruolo di ‘innovation broker’, la nuova figura che si affaccia nel settore come intermediario della diffusione di innovazione.

Leggi l'articolo completo su Terra e Vita 13/2016 L’Edicola di Terra e Vita

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