Tea, serve il coraggio della politica

Michele Morgante, Università di Udine, Membro dell'Accademia nazionale dei Lincei
Le tecnologie di evoluzione assistita sono la più promettente speranza per l’obiettivo della sostenibilità della produzione agricola. La decisione sull’utilizzo di una leva così potente e decisiva per il nostro futuro non può essere lasciata solo a carico dei tribunali amministrativi europei

Il 7 febbraio scorso la storia della regolamentazione nell’Unione Europea del genome editing quando utilizzato su piante di interesse agricolo si è arricchita di un nuovo capitolo da catalogarsi alla voce entusiasmi eccessivi.

Fraintesa la pronuncia sulla mutagenesi in vitro

La Corte di Giustizia Europea ha infatti deliberato non in merito alla regolamentazione del genome editing ma in merito alla regolamentazione dell’utilizzo di metodi mutagenici su colture vegetali in vitro.

Stabilendo che anche queste applicazioni sono esenti dalla normativa ogm così come l’utilizzo degli stessi metodi mutagenici in vivo ossia su piante e non su colture cellulari. Tutto questo era funzionale a rispondere in maniera compiuta al quesito posto dalla Confederation Paysanne, associazione francese di piccoli agricoltori, quesito che aveva già trovato parziale risposta nella ben nota sentenza del luglio 2018 con cui la stessa corte aveva deliberato l’equiparazione dei prodotti del genome editing agli ogm.

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Manca la politica

Ma è da una sentenza di un tribunale, per quanto autorevole, che dobbiamo dipendere? Deve essere il potere giudiziario a decidere come utilizzare questa tecnologia così potente e potenzialmente utile per rendere il nostro sistema agroalimentare più sostenibile dal punto di vista sia ambientale che economico e sociale? Proviamo a partire da una semplice constatazione: oggi noi stiamo sfruttando il capitale di risorse naturali del nostro pianeta in maniera non sostenibile, ossia stiamo consumando più risorse naturali di quante non se ne rigenerino spontaneamente.

L’equazione dell’impronta ecologica

Ce lo fa capire in maniera formale l’equazione dell’impatto globale che mette a confronto l’impronta ecologica delle attività umane con la capacità rigenerativa della biosfera. Oggi l’impronta è pari a 1,6 volte la capacità rigenerativa della biosfera. Ciò vuol dire che stiamo intaccando profondamente il nostro capitale di risorse naturali e più lo intacchiamo più la diseguaglianza aumenta. Dell’impatto sull’ambiente delle attività umane una grossa parte è legata alla produzione di alimenti, anche se comunemente tendiamo a pensare ad altre attività economiche come principali responsabili del degrado ambientale. Il sistema alimentare è responsabile, secondo stime recenti, del 34% delle emissioni totali di gas clima-alteranti. Di questo 34% il 71% è dovuto alla sola produzione primaria, cioè alle attività agricole.

A ciò si devono assommare, fra gli altri, gli effetti sulla perdita di biodiversità dovuti principalmente alla messa a coltura di superfici che vengono sottratte al loro ruolo di ospiti di ecosistemi naturali che sono sempre molto più ricchi in biodiversità di quanto non lo possa essere un sistema agricolo e gli effetti sulla fertilità dei suoli che tende a diminuire per effetto di molte delle attuali pratiche agricole.

Come possiamo fare per riportare almeno in parità l’equazione? Visto che diminuire la popolazione non si può e diminuire l’attività economica sarebbe assai impopolare, non ci resta che giocare sull’efficienza con cui sfruttiamo le nostre risorse naturali per produrre beni e servizi, in altre parole ricchezza o nel caso specifico cibo. E a cosa corrisponde l’efficienza? A scelte politiche e soprattutto ad innovazione tecnologica.


Save the date

“Per un’agricoltura produttiva, sostenibile e competitiva il contributo della genetica vegetale avanzata” 

è il titolo dell'evento che si terrà il prossimo 14 marzo a Roma, presso la sede del Ministero della Cultura, organizzato dal Cluster Agrifood Nazionale Clan e dal Crea.

L’iniziativa sarà l’occasione per illustrare il Position Paper “Nuove tecniche genomiche genome editing e cisgenesi” redatto grazie alla collaborazione tra Clan, CREA e Federchimica Assobiotec.

clicca per maggiori informazioni


 

Cisgenesi e Genome editing

Cisgenesi e il genome editing tramite CRISPR/Cas, che in Italia abbiamo chiamato Tecnologie di Evoluzione Assistita o TEA, ci permettono di modificare in maniera mirata singoli geni o addirittura singole basi del DNA all’interno dei geni ottenendo risultati che sono indistinguibili da quelli che potremmo ottenere per incrocio o per mutazione spontanea ma molto più velocemente e in maniera più precisa, ossia senza effetti collaterali indesiderati.

E possiamo usare queste tecnologie per rendere le piante più resistenti ai patogeni, per renderle più tolleranti alla siccità, per renderle capaci di meglio sfruttare i fertilizzanti azotati ed anche per renderle capaci di meglio sfruttare l’energia solare attraverso il processo della fotosintesi. Tutte modificazioni che ci possono permettere di migliorare la sostenibilità delle produzioni agricole e diminuire l’impatto ambientale dell’agricoltura.

Sinergie tra innovazioni

Non è quella genetica l’unica strada per migliorare l’impronta ecologica della produzione di alimenti, ci sono altre innovazioni tecnologiche come quella dell’agricoltura digitale o di precisione, che attraverso una serie di innovazioni in campo agronomico ci può permettere di meglio sfruttare i fattori produttivi, ossia acqua, fertilizzanti e agrofarmaci e forse in futuro ce ne saranno altre, come ad esempio l’agricoltura cellulare che potrebbe permetterci di produrre proteine animali in maniera più sostenibile.

Le Tea meritano fiducia

Ma poi abbiamo bisogno del coraggio della politica che deve guardare alla scienza con fiducia e senza posizioni preconcette e deve convincere il consumatore a fidarsi delle innovazioni. Infatti se dal punto di vista delle decisioni politiche, dopo le due recenti consultazioni pubbliche che sono state svolte dalla Commissione Europea in merito alle TEA, il cammino verso una diversa loro regolamentazione rispetto a quella usata per gli ogm sembra ormai segnato, anche se in tempi che non sono ancora noti, gli ostacoli che si frappongono oggi all’adozione di queste nuove tecnologie sono di natura sociale.

L’uomo, come abbiamo visto più volte nel corso della storia, è tradizionalmente avverso alle innovazioni. E questo sembra ancora più vero in campo alimentare dove i consumatori sembrano più disponibili a tornare indietro che ad andare avanti. I valori che oggi vincono nel marketing alimentare sono quelli del tradizionale, del naturale, del piccolo è bello e molti sembrano avere grande nostalgia di un passato che in realtà era molto meno roseo di quanto non si tenda a ricordare. Se l’innovazione tecnologica è indispensabile per diminuire l’impatto ambientale delle produzioni agricole come possiamo fare per cercare di renderla più accettabile ai consumatori?

Rinnovare il patto tra società e scienza

Dobbiamo far capire che la scienza ci può permettere di conciliare produttività e sostenibilità, di conciliare innovazione e tradizione, di mantenere la diversificazione agricola ed alimentare e di diminuire le drammatiche diseguaglianze economiche e sociali fra diverse parti del pianeta. Abbiamo bisogno di un approccio flessibile e non dogmatico, dobbiamo stabilire un nuovo patto basato sulla fiducia fra scienziati, agricoltori e consumatori. Non aiutano certo in questo senso le prese di posizione di chi di volta in volta prende di mira la nuova tecnologia che si profila all’orizzonte agitando lo spettro del Frankenfood, salvo poi ripensarci e tornare dopo molto tempo sui propri passi.

La fiducia nella scienza e nel metodo scientifico, come ci ha insegnato la recente esperienza della pandemia, non è come un abito che oggi si mette e domani si smette per poi tornare ad indossarlo in futuro in base alle necessità del momento, è un elemento non negoziabile dello sviluppo sostenibile del pianeta.

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Tea, serve il coraggio della politica - Ultima modifica: 2023-03-08T10:19:27+01:00 da Lorenzo Tosi

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