Scarseggiano guardie forestali e cacciatori per gli abbattimenti. Ma servirebbero anche un coordinamento delle azioni di contenimento, più impegno degli agricoltori per la prevenzione e una filiera della carne

Gli animali selvatici, i cinghiali in particolare, sono una vera e propria piaga che sta flagellando le campagne italiane da Nord a Sud provocando ferite sempre più profonde. Quasi impossibile fare una stima esatta dei danni che ogni anno i circa due milioni di esemplari presenti nel nostro Paese infliggono a campi coltivati, vigneti e frutteti. Inoltre, il mammifero può essere un vettore della peste suina africana.

Tante le cause che hanno portato a questa situazione. Dall’introduzione di capi dall’Est Europa negli anni Cinquanta per scopi venatori, agli allevamenti italiani. Il crollo delle licenze di caccia e, negli ultimi mesi, le limitazioni all’attività venatoria come conseguenza della pandemia da coronavirus, hanno acuito ancora di più il problema. La pressione sull’agricoltura è ormai insostenibile. Una soluzione chiara e semplice non c’è. Ma con il supporto della tecnologia, l’impegno e l’azione coordinata di istituzioni, agricoltori e cacciatori, ed evitando alcuni errori, si possono ottenere risultati soddisfacenti.

 

 

1. Controlli da fare "cum grano salis"

Piero Genovesi

«La legge italiana prevede innanzitutto di provare a intervenire con la prevenzione che a volte può essere molto efficace – spiega il responsabile del servizio di coordinamento fauna selvatica dell’Ispra Piero Genovesi – ad esempio le recinzioni elettriche in alcuni casi possono essere molto più efficaci degli abbattimenti. Ma la prevenzione da sola non basta. Gli abbattimenti sono necessari – sottolinea – e l’Ispra dà indicazioni per aumentarli, oltre a fornire indicazioni per organizzarli in maniera che siano più efficaci».

Perché non basta sparare ai cinghiali per tenere sotto controllo la proliferazione. Bisogna selezionare in base al sesso e all’età degli animali. Un prelievo fatto in maniera non corretta rischia di essere addirittura controproducente. «I cacciatori tendono a preferire i grandi maschi adulti perché rappresentano anche un trofeo, oltre che un buon bottino per la carne, mentre bisognerebbe concentrarsi di più sui piccoli e sulle femmine – precisa il tecnico – perché da loro arriva il maggior contributo alla riproduzione della specie. Se il prelievo è molto sbilanciato sui maschi adulti si potrebbe arrivare anche a un effetto contrario, cioè avere una crescita della popolazione».

Genovesi non risparmia una tirata d’orecchi agli agricoltori. «Dovrebbero essere più attivi nel segnalare la presenza della fauna selvatica per permettere di organizzare meglio il controllo».

2. Emilia-Romagna, Regione modello

Ma c’è una Regione che meglio di altre è riuscita a gestire il fenomeno? Il responsabile fauna selavatica dell’Ispra cita l’Emilia-Romagna. «È una Regione modello perché è riuscita a gestire l’emergenza e a contenere i danni. È stata capace di concentrare gli abbattimenti dove sono stati segnalati più danni, mente a volte succede il contrario. Inoltre, i capi abbattuti vengono misurati, viene stabilito il sesso, insomma c’è un tracciamento preciso ed efficace – ragiona Genovesi – se ci sono dati sui danni ben organizzati e geo riferiti è più facile dire “intervenite lì perché c’è un picco di criticità”».

A volte il territorio viene diviso in zone vocate e non vocate alla presenza del cinghiale. In certi casi può essere opportuno chiudere alla caccia i territori non vocati per concentrare gli sforzi di controllo in altre aree «perché i cacciatori se hanno a disposizione un territorio di caccia non collaborano al contenimento. L’Emilia-Romagna ha fatto scelte molto avanzate da questo punto di vista ed è riuscita a contenere il fenomeno».

E poi c’è un problema di “truppe”. «Spesso firmo pareri in cui faccio notare che si è abbattuto troppo poco. Ma molte volte la capacità operativa per abbattere di più non c’è – conclude Genovesi – nel controllo, soprattutto, manca personale perché le guardie scarseggiano. Le Regioni hanno chiesto di poter allargare la platea di operatori autorizzati a intervenire. C’è un nodo normativo su cui si discute da molti anni e per ora non si è trovata una soluzione». Negli ultimi tempi però qualcosa si muove dal punto di vista dei piani di controllo. Anche perché la legge impone alle Regioni di risarcire i danni.

3. Al nord si estende la caccia

Lombardia

La legge regionale varata nel maggio scorso consente di effettuare la caccia di selezione al cinghiale durante tutto l’anno e nelle ore serali con visore notturno. Per l’assessore lombardo all’agricoltura, Fabio Rolfi «serve un intervento nazionale, anche di carattere normativo per i piani di contenimento e le attività di controllo». Nel 2020-21 gli abbattimenti di cinghiali in Lombardia sono diminuiti a causa del lockdown e della sospensione della caccia.

Gli abbattimenti con la caccia collettiva si sono dimezzati passando da 4.858 della scorsa stagione a 2.387 di quest’anno. Rolfi ha proposto di estendere di un mese, fino a febbraio, il periodo di caccia rispettando l’arco massimo di tre mesi previsti. Continua l’emergenza nutrie visto che in conferenza Stato Regioni è stato di recente bocciato uno schema di decreto sul Piano di gestione nazionale della nutria perché non prevedeva risorse. Nel luglio scorso regione Lombardia aveva stanziato un fondo da 200mila euro per la gestione delle nutrie.

Piemonte

Sono cinquemila le segnalazioni di danni causati all’agricoltura dalla fauna selvatica nel 2020 in Piemonte. In netto incremento rispetto a quelle del 2019 secondo i dati della Regione. Il lockdown e lo stop alla caccia hanno acuito l’emergenza che lo scorso 21 gennaio è stata al centro di un incontro regionale nel quale l’assessore all’Agricoltura Marco Protopapa ha presentato una prima bozza del regolamento di disciplina dei contributi per i danni da fauna e le linee guida della gestione del cinghiale. La Cia regionale ha chiesto che la caccia al cinghiale resti aperta anche in febbraio.

Veneto

A luglio 2020 è stato approvato uno schema di convenzione tra Regione e l’ente pagatore Avepa per il pagamento dei contributi a titolo di prevenzione e indennizzo dei danni causati dalla fauna selvatica e dall’attività venatoria alle produzioni agricole e dell’acquacoltura. Le richieste di indennizzo danni si possono presentare dal 1 agosto 2020. Un bando Psr lanciato a marzo 2020 ha messo a disposizione 500mila euro per finanziare recinzioni e dissuasori acustici e luminosi per prevenire i danni causati alle produzioni dalla fauna selvatica e in particolare dai grandi carnivori come il lupo.

Emilia-Romagna

L’Emilia-Romagna ad agosto 2020 ha recepito il Piano nazionale di sorveglianza e prevenzione sulla peste suina africana, approvando linee guida che contengono indicazioni per il “Controllo numerico del cinghiale ed altre misure igieniche di prevenzione della malattia in ambito venatorio”. La Regione ha lanciato anche un bando da 250mila euro che ha finanziato fino al 100% della spesa per l’acquisto di presidi per la prevenzione dei danni da fauna selvatica in base all’articolo 17 della legge regionale n. 8 del 1994.

4. Centro: situazione critica

Toscana

Al momento manca un nuovo piano faunistico venatorio. Nella precedente legislatura sono state approvate le linee di indirizzo ma deve ancora essere predisposta la bozza per la discussione.

«In Toscana si contano circa 500mila cinghiali – afferma il direttore Cia Agricoltori Italiani della Toscana Giordano Pascucci –. I dati ci dicono che la situazione è fuori controllo». Per ogni 100 ettari di territorio ci sono almeno 25-30 cinghiali, mentre il piano faunistico regionale prevede da 0,5 a un massimo di 5 capi. I danni alle colture da sei anni ammontano a circa 4 milioni di euro annui. Bilancio critico anche per quanto riguarda la caccia: -48% negli ultimi 3 mesi del 2020 rispetto all’anno precedente. Il bollettino delle Atc della Toscana rileva quasi 16.784 cinghiali cacciati in meno da ottobre a dicembre 2020. Una delibera di Giunta dello scorso dicembre autorizza gli agricoltori a intervenire direttamente nei loro fondi per difendersi dai cinghiali.

Lazio

La Regione stanzia più 100mila euro l’anno per la gestione, 500mila per gli indennizzi e 300mila per la prevenzione dei danni da fauna selvatica. «La situazione è preoccupante – afferma il direttore della direzione regionale Capitale naturale, parchi e aree protette Vito Consoli –. Sebbene nelle aree protette negli ultimi anni abbiamo indennizzato il 100% dei danni da fauna selvatica, le criticità per gli agricoltori restano».

Fuori delle aree protette la fauna selvatica è gestita dagli Atc, ma la Regione ha competenza e può normare sia all’interno delle aree protette che su tutto il territorio. La fauna selvatica all’interno di parchi e riserve è protetta, quindi l’attività venatoria è vietata, ma e se ci sono squilibri ecologici o di agro-ecosistemi l’ente parco può intervenire attraverso piani di contenimento che prevedono catture con gabbie trappola o attività di sparo in battute organizzate. La Regione ha firmato nel 2019 un protocollo d’intesa triennale con Federparchi, Coldiretti e Legambiente, che nelle aree protette integra le attività esistenti di prevenzione e controllo cinghiali. L’accordo prevede uno stanziamento regionale di 100.000 euro l’anno.

Umbria

La giunta regionale ha approvato di recente un nuovo regolamento che consente il prelievo dei cinghiali tramite caccia di selezione. È previsto il riconoscimento dell’abilitazione al prelievo per i cacciatori già abilitati per le specie capriolo e daino, previa frequentazione di un corso integrativo. Viene inoltre stabilito l’obbligo di usare munizioni atossiche (senza piombo) a partire dalla stagione venatoria 2021/2022.

5. Sud: piani di controllo mirati e carne valorizzata

Basilicata

La giunta regionale ha approvato a metà gennaio, con il parere favorevole dell’Ispra, un piano di controllo triennale (2021-2023), che, informa l’assessore all’Agricoltura Francesco Fanelli, «punta a ridurre di almeno il 30% le richieste di risarcimento dei danni causati alle colture agricole. Prevede un prelievo in controllo senza vincoli quali-quantitativi e limite numerico, adottando, a seconda dei periodi, le forme di prelievo ammesse. Il prelievo è consentito tutti i giorni della settimana, fino a 5.600 capi secondo la ripartizione riportata nel piano. Anche i proprietari e/o conduttori di fondi agricoli muniti di licenza di caccia potranno effettuare il controllo, previa richiesta di autorizzazione, valida 12 mesi dalla data di rilascio».

E sempre in Basilicata è partito un progetto pilota finanziato con 150mila euro dalla Regione per creare una filiera delle carni di cinghiale lucano. i primi capi prelevati dai selecontrollori al centro di lavorazione selvaggina nella zona industriale di Tito. Le carni saranno trasformate e immesse sul mercato.

Campania

Già operativo il Piano di gestione e controllo del cinghiale nel territorio a caccia programmato (Piano Tcp) 2020-2022. Finalizzato, quindi, al controllo della specie nelle aree dove non è possibile esercitare il prelievo venatorio ed è complementare al “Piano di gestione e controllo del cinghiale nelle aree protette”. Inoltre, Coldiretti Campania in collaborazione con il Centro di riferimento regionale per l’Igiene Urbana Veterinaria e la cooperativa agricola multifunzionale Falode di Castello del Matese ha avviato un progetto di lavorazione delle carni.

Puglia

Forse è la Regione più indietro nella gestione dell'emergenza. Ha appena finanziato un accordo tra gli Ambiti territoriali di caccia di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Bari finalizzato alla redazione di un Piano di gestione e controllo del cinghiale.

«Obiettivo dell’accordo – informa Domenico Campanile, dirigente di sezione “Gestione sostenibile e tutela delle risorse forestali e naturali” presso il Dipartimento Agricoltura della Regione – è la definizione di un rapporto di collaborazione e supporto scientifico fra Atc e Università di Bari per lo sviluppo di tutte le attività ora propedeutiche e, poi, attuative di un Piano regionale. Le attività oggetto dell’accordo riguardano: monitoraggio su consistenza e dinamica della popolazione di cinghiale, attualmente in corso; individuazione di strategie di mitigazione del danno alle colture; predisposizione del Piano regionale di gestione e controllo, mediante cattura, caccia e altre misure; relazioni con l’Ispra per l’approvazione del Piano; verifica degli effetti delle strategie di mitigazione attuate».

Calabria

Da maggio 2020 è entrato in vigore un piano di controllo che, entro aprile 2021 permetterà di abbattere fino a 10mila capi (rispetto ai 3.400 del tetto precedente), operando su una superficie di circa 250mila ettari. Il piano prescrive anche il tipo di cinghiali da eliminare per ottenere risultati migliori, quindi più maschi e femmine giovani.

6. Nuove tecnologie per censire gli animali

Contare gli animali selvatici non è facile, tanto più se la specie vive in foresta e ha abitudini notturne come i cinghiali. Ricercatori del Cnr e dell’Ispra hanno eseguito una serie di censimenti utilizzando il metodo del “distance sampling” e visori termici notturni in diverse aree protette italiane, dimostrando che stimare le popolazioni di cinghiali in maniera precisa e accurata è possibile. Lo studio, pubblicato sulla rivista Wildlife Biology, è stato condotto in condizioni ambientali molto diverse. Dai boschi mediterranei del Monte Arcosu (Sardegna) alle aree agricole di gran pregio nei Colli Euganei (Veneto), fino alle quote maggiori della montagna appenninica (Foreste Casentinesi, Toscana ed Emilia Romagna).

La disponibilità di stime delle popolazioni può permettere di programmare efficacemente le azioni di controllo necessarie al contenimento della specie e di valutare quanto tali azioni siano state efficaci – ha detto il responsabile della ricerca Stefano Focardi – l'indagine dimostra che negli ambienti studiati, con uno sforzo accettabile, si possono ottenere stime precise al 20%. Un notevole salto di qualità visto che in Europa oggi nessuno riesce a stimare le popolazioni di cinghiali e la disponibilità di metodi precisi per la stima delle popolazioni può essere estremamente rilevante per la formulazione delle mappe di rischio».

7. Le professionali: «Situazione figlia del disimpegno delle istituzioni»

Cia agricoltori italiani

Ha portato, per prima, sul tavolo di Camera e Senato una proposta di modifica della legge 157/92 che regola la materia. Tra i punti chiave: sostituire il concetto di “protezione” con quello di “corretta gestione”, parlando finalmente di “carichi sostenibili” di specie animali nei diversi territori. Non delegare all’attività venatoria le azioni di controllo della fauna selvatica, ma prevedere la possibilità di istituire personale ausiliario. Rafforzare l’autotutela degli agricoltori e garantire il risarcimento integrale dei danni subiti. «La nostra organizzazione è da tempo fortemente impegnata sul tema – ha affermato il presidente Dino Scanavino – e pronta a collaborare con ministeri e Parlamento per arrivare in tempi brevi a nuovi strumenti di gestione della fauna selvatica».

Coldiretti

Per la Coldiretti l’emergenza fauna selvatica è il risultato di una lunga stagione di disimpegno istituzionale su adeguati interventi di programmazione e controllo con conflitti di competenze fra Stato e Regioni su chi deve intervenire per risolvere il problema. «È necessario introdurre nell’ordinamento il concetto di “legittima difesa”, consentendo all’agricoltore che ha già subito danni di poter procedere all’abbattimento o alla cattura dell’animale protagonista dell’incursione – ha dichiarato il presidente Ettore Prandini –. Serve un piano straordinario per garantire la sicurezza nelle città e nelle campagne dove la fauna selvatica causa ogni anno centinaia di milioni di euro di danni alle colture».

Copagri

Chiede di individuare idonei canali di finanziamento per la realizzazione di strumenti di protezione e prevenzione dai danni della fauna selvatica. Sburocratizzare e semplificare le procedure di risarcimento, ai sensi dell’articolo 26 della Legge 157/1992, aumentandone la dotazione finanziaria. Scorporare il risarcimento o l’indennizzo per i danni di alcune specie selvatiche o inselvatichite dalla quota massima prevista dal regolamento de minimis. Promuovere bandi per la realizzazione e la manutenzione di strumenti di prevenzione a difesa dei comprensori o di singole proprietà. Rafforzare la presenza delle rappresentanze del mondo agricolo negli Atc. «È urgente una nuova governance sul fenomeno dei danni della fauna selvatica – ha specificato il presidente della Copagri Franco Verrascina – ricostituendo il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale o prevedendo l’istituzione di una cabina di regia o osservatorio permanente in capo al Mipaaf».

Confagricoltura

Per il direttore generale Franco Postorino «la questione è diventata esclusivamente politica. Abbiamo proposto più soluzioni per affrontarla e risolverla, senza risultato. Le restrizioni agli abbattimenti previste dalle misure anti Covid hanno peggiorato una situazione già precaria. L’insostenibilità è sempre più evidente e qualcuno, prima o poi, dovrà farsi carico di questa responsabilità. Finora poco o nulla è stato fatto per porre in sicurezza persone, aziende agricole, animali, ambiente e territorio. Ancora nessun intervento per impedire l’arrivo della Psa. Pericolosissima per il settore suinicolo italiano e per le sue eccellenze».

Emergenza cinghiali, i fucili non bastano - Ultima modifica: 2021-02-12T19:09:45+01:00 da Simone Martarello

8 Commenti

  1. Si all estensione dell’ orario di abbattimento e ad uso visori termici ,poca spesa molta resa. Il profilattico glielo cambiano quelli del WWF e mentre loro si adoperano con queste idee ,noi lavoriamo per il benessere della comunità.

  2. Gabbie di cattura e attivare filiere di trasformazione carni ed il ricavato indennizzare chi ha ricevuto danni che aspetta da anni.

  3. io anni fa feci il corso per selecontrollo cinghiale, quello per capriolo e daino lo avevo già…… chiamato 1 volta per danni alle colture, poi più nulla…… mancano i fucili? noooooooo manca la volontà….. i fucili ci sono, chiamateli

  4. La colpa è delle normative restrittive e delle squadre che hanno di fatto avocato a loro l’esclusiva dell’abbattimento, pertanto si sono decuplicati negli anni 70/80 qualsiasi cacciatore poteva abbatterli senza nessun problema senza riserve personali definite zone vocate dove può abbatterli solo la squadra, questo è di fatto il dramma cinghiale, che avendo le zone assegnate lasciano dei riservini molto spesso per far sì che vi sia la tendenza a riprodursi, mentre un tempo quando chiunque poteva abbatterlo ciò non avveniva, la colpa è esclusivamente delle istituzioni imbeccate dalle squadre, non ci prendiamo in giro

  5. parole, paroloni, di gente che ha voglia di non cambiare niente. una volta chiesi ad un tizio come mai era negato l’accesso ai selettori nelle zone a tabella rossa. risposta: perché si disturberebbe la fauna. questa è la risposta corrente. però le battute organizzate dalla provincia con 15 persone non danno fastidio. QUESTE PERSONE NON VOGLIONO CAMBIARE NIENTE. finché ci sono cinghiali ci sono danni, se ci sono danni ci sono fondi per rimborsi, tutto questo significa soldi money. ecco spiega perché il selettore non può entrare ah esercitare in riserve.

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