L’agricoltura europea si trova oggi al centro di una tempesta perfetta. Guerre alle porte dell’Unione, volatilità dei mercati, cambiamenti climatici sempre più estremi, costi produttivi ancora elevati e una competizione globale che non concede tregua. In questo scenario, il Consiglio Agrifish riunito a Lussemburgo ha consegnato un messaggio politico inequivocabile: la Politica agricola comune deve restare davvero “comune”, ma allo stesso tempo diventare più flessibile, più semplice e maggiormente in grado di rispondere alle specificità nazionali.
La discussione sul futuro della Pac, che accompagnerà il negoziato sul prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, arriva in un momento in cui la sicurezza alimentare è tornata ad assumere una valenza strategica. Non è più soltanto una questione agricola: è una questione geopolitica.
Mercati agricoli stabili, ma esposti a ogni shock
Secondo il commissario europeo all’Agricoltura, Christophe Hansen, i mercati agricoli europei restano nel complesso stabili, ma sono “altamente esposti” alle incertezze geopolitiche, alla variabilità climatica e alle persistenti pressioni sui costi di produzione.
In particolare, continua a preoccupare il comparto dei fertilizzanti. I prezzi dell’urea, pur in diminuzione rispetto ai picchi degli ultimi mesi, restano ancora circa il 40% superiori ai livelli precedenti alla crisi in Medio Oriente, mentre i fertilizzanti azotati a maggio risultavano oltre il 30% più cari rispetto al periodo pre-conflitto e quasi il 70% in più rispetto al 2024.
Una situazione che spinge molti agricoltori europei ad adottare un atteggiamento prudente negli acquisti in vista delle prossime campagne di semina.
Per attenuare le difficoltà, Bruxelles ha messo in campo un pacchetto di sostegno da 540 milioni di euro attraverso la riserva agricola, uno dei più consistenti mai adottati dall’Unione.
Il clima presenta il conto
Se le tensioni geopolitiche rappresentano una minaccia costante, i cambiamenti climatici sono ormai una realtà con cui gli agricoltori devono fare i conti quotidianamente.
La Commissione ha appena autorizzato un nuovo pacchetto di aiuti straordinari da oltre 56 milioni di euro destinato ai produttori colpiti da eventi climatici estremi in cinque Stati membri: Portogallo, Romania, Cipro, Croazia e Slovenia. Tra i settori maggiormente danneggiati figurano frutta, vite, olivo, seminativi e allevamenti.
Particolarmente significativa la situazione del Portogallo, colpito da violente tempeste e alluvioni che hanno provocato ingenti perdite anche nel comparto dell’olio d’oliva e delle olive da tavola. A Cipro, invece, siccità e temperature estreme hanno messo in ginocchio agrumi, vigneti, oliveti e apicoltura.
«Gli shock climatici stanno diventando la nuova normalità per l’agricoltura europea”, ha affermato Hansen, sottolineando che la costruzione di una maggiore resilienza dovrà essere uno degli assi portanti della futura Pac».
Ucraina, da partner commerciale a futuro Stato membro
Uno dei passaggi politicamente più rilevanti del Consiglio Agrifish è stato il confronto con l’Ucraina.
Intervenendo in video collegamento, il vicepremier ucraino Taras Kachka ha illustrato il percorso di avvicinamento del Paese alle politiche agricole europee.
Nonostante la guerra, l’agroalimentare continua a rappresentare oltre il 17% del Pil ucraino e più del 55% delle esportazioni nazionali. Ma il conflitto ha comportato una perdita di oltre il 23% delle terre agricole disponibili, mentre i danni complessivi all’economia rurale superano i 90 miliardi di dollari.
Kiev sta lavorando alla costruzione degli strumenti amministrativi indispensabili per l’adesione alla Pac: organismo pagatore, sistemi di monitoraggio, controlli fitosanitari e strumenti di gestione.
Per Bruxelles, l’Ucraina non è soltanto un candidato all’adesione, ma anche un partner strategico per la sicurezza alimentare europea e per la riduzione della dipendenza dell’Unione dalle importazioni di proteine vegetali. Non a caso, il futuro Piano europeo sulle proteine, atteso il 7 luglio, dovrebbe riconoscere un ruolo significativo al Paese.
Più libertà agli Stati membri
Sul futuro della politica agricola si è registrata una convergenza ampia tra gli Stati membri.
I ministri chiedono maggiore sussidiarietà e più flessibilità nell’attuazione delle misure, con una riduzione degli oneri amministrativi e una maggiore capacità di adattare gli interventi alle esigenze territoriali.
Allo stesso tempo, però, emerge un punto fermo: senza un bilancio adeguato e prevedibile, gli obiettivi della Pac rischiano di rimanere sulla carta.
È qui che si gioca la vera partita politica.
Lo stesso Hansen ha lanciato un monito preciso: un eccesso di flessibilità potrebbe compromettere il carattere comune della politica agricola e indebolire le ragioni di un forte finanziamento europeo.
Il rischio è che, in un contesto di crescente competizione per le risorse del bilancio comunitario, l’agricoltura perda centralità proprio nel momento in cui torna a essere una leva strategica per l’autonomia dell’Europa.
L’Irlanda raccoglie il testimone
Dal primo luglio sarà l’Irlanda ad assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea.
Il ministro dell’Agricoltura irlandese, Martin Heydon, ha già indicato le priorità del semestre: una Pac ben finanziata, sicurezza alimentare e sostenibilità economica, sociale e ambientale.
Parole che riflettono una consapevolezza sempre più diffusa nelle capitali europee: l’agricoltura non può essere considerata una semplice politica settoriale.
La nuova frontiera è la sovranità alimentare
Negli ultimi anni l’Europa ha scoperto quanto possano essere fragili le proprie catene di approvvigionamento. Prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, ora le tensioni in Medio Oriente e l’accelerazione della crisi climatica.
In questo contesto, la Pac non è più soltanto uno strumento di sostegno al reddito agricolo. È un pilastro della sicurezza europea.
La vera domanda che accompagnerà il negoziato sul bilancio comunitario è dunque un’altra: l’Unione è davvero pronta a investire sull’agricoltura come infrastruttura strategica del proprio futuro?
Perché, se il cibo diventa sempre più una questione di potere geopolitico, ridurre il peso della politica agricola significherebbe rinunciare a una parte essenziale della stessa sovranità europea.












