Dal laboratorio al campo: il Crea accelera sull’innovazione

Parla la direttrice generale Maria Chiara Zaganelli

Maria Chiara Zaganelli
«Le Tea sono una sfida scientifica ma anche culturale. Il nostro compito è trasformare la ricerca in strumenti concreti per gli agricoltori»

Dalle Tecnologie di evoluzione assistita al trasferimento tecnologico, alla ricerca applicata. Maria Chiara Zaganelli, direttrice generale del Crea, traccia le priorità dell’ente nell’accompagnare l’innovazione dell’agricoltura italiana.

 

Il recente via libera di Bruxelles alle Tea rappresenta una svolta per la competitività del settore. L’impegno del Crea in tal senso a livello nazionale è centrale. Quali i principali obiettivi? E come stanno procedendo le sperimentazioni in campo?

Tea4It, il progetto nazionale finanziato dal Masaf e coordinato dal Crea, ha un doppio obiettivo: portare rapidamente risultati concreti in campo e, allo stesso tempo, rafforzare la base scientifica delle nuove Tea. Siamo già nella fase operativa con la sperimentazione su pomodoro, melanzana, orzo, frumento e vite Ngt-1. Le prove partiranno anche nelle aziende del Crea entro il 2026. Parallelamente, stiamo lavorando su un portafoglio più ampio di colture – riso, agrumi, melo, kiwi e pioppo – con attività di caratterizzazione genetica e fenotipica già in corso. L’obiettivo è chiaro: portare queste linee alla sperimentazione prima della chiusura del progetto. Ma Tea4It non è solo prove in campo. È anche ricerca strategica. Ci concentriamo sull’identificazione dei geni che regolano caratteri chiave: tolleranza agli stress, produttività, qualità delle produzioni. Un altro fronte riguarda la recalcitranza: capire perché alcune specie sono più difficili da rigenerare e rendere più efficienti i protocolli, soprattutto per le varietà locali. Infine, c’è un tema decisivo: la proprietà intellettuale. Vogliamo ridurre il divario tra brevetti disponibili e reale utilizzo delle tecnologie.

 

Le Tea restano però un tema complesso anche dal punto di vista “culturale”. Oltre agli aspetti scientifici, resta aperta anche la sfida della comunicazione verso cittadini e consumatori.

Siamo consapevoli che la sfida delle Tea non si gioca solo nei laboratori e nei campi sperimentali, ma anche sul piano della conoscenza e della percezione pubblica. Un’innovazione che non sia ben spiegata e comunicata fatica a essere compresa e ancor di più accettata, con il rischio di non diventare mai patrimonio di tutti e pratica condivisa. Per questo, in costante coordinamento con il Masaf, il Crea è da tempo impegnato in attività di informazione e divulgazione. Si teme ciò che non si conosce: per questo vogliamo rendere accessibili – e anche coinvolgenti – temi complessi, senza rinunciare al massimo rigore scientifico. In questo contesto, per noi è fondamentale comunicare partendo da basi scientifiche solide e condivise. Le modifiche introdotte nelle piante Ngt1, infatti, sono dello stesso tipo di quelle che avvengono in natura o con il miglioramento genetico tradizionale, ma ottenute in modo più preciso e controllato. La classificazione come Ngt1 viene verificata con protocolli rigorosi e tecnologie all’avanguardia, per garantire risultati affidabili e la piena tutela dei cittadini, nel rispetto delle norme. In questi anni abbiamo investito molto nella divulgazione, con iniziative rivolte a pubblici diversi: dai progetti educativi, come il Biotech school contest per gli Istituti Agrari, ai corsi per giornalisti, fino alla partecipazione alla Biotech week. Abbiamo affiancato anche strumenti più divulgativi, come la campagna “Tea al cubo”, il podcast “Tea alle 5” e numeri monografici della rivista Creafuturo. L’obiettivo è sempre lo stesso: spiegare contenuti complessi in modo chiaro, corretto e accessibile, aiutando a superare timori e a costruire un confronto aperto.

 

Negli ultimi anni il Crea ha avuto diversi cambiamenti nella governance. Da poco sono stati nominati anche i nuovi direttori. Oggi l’ente è arrivato a una struttura stabile?

Dal 2016 la struttura dell’Ente si è progressivamente consolidata nelle sue articolazioni, senza però maturare una piena consapevolezza di come un’identità unitaria avrebbe potuto valorizzare in modo più efficace l’insieme delle competenze scientifiche e tecniche confluite nel Crea. Ritengo che la stabilità coincida con l’affidabilità: un’istituzione solida, credibile e capace di adattarsi con rapidità e visione. In questa prospettiva, abbiamo definito gli obiettivi strategici della ricerca Crea e rafforzato il coordinamento amministrativo delle strutture, per migliorarne efficienza ed efficacia, anche sotto il profilo della gestione finanziaria. Anche le nomine dei direttori dei Centri di ricerca rappresentano un passaggio significativo di questo percorso.

 

Nel nuovo Piano triennale di attività 25-27 il Crea punta su innovazione, trasferimento tecnologico, digitalizzazione e maggiore integrazione con i territori. Come si tradurranno concretamente questi obiettivi per le aziende agricole? Qual è il risultato misurabile che un agricoltore dovrebbe vedere?

Per le imprese, questo si traduce in innovazioni concrete e immediatamente applicabili: varietà più resilienti agli stress climatici e agli attacchi parassitari, strumenti digitali per ottimizzare l’irrigazione e gli interventi in campo, tecnologie di agricoltura di precisione che consentono di utilizzare gli input solo dove e quando servono. Il risultato misurabile per l’agricoltore è una riduzione dei costi di produzione, una maggiore efficienza nell’uso delle risorse, rese più stabili anche in condizioni climatiche difficili e, soprattutto, una redditività più solida. La sfida del Crea è proprio questa: trasformare l’innovazione in soluzioni concrete e rapidamente adottabili, rafforzando il trasferimento tecnologico, la sperimentazione in campo e una sinergia sempre più stretta con i sistemi produttivi e i territori.

 

L’innovazione agricola italiana continua a viaggiare ancora a due velocità. Il Crea riesce a trasferire ricerca e innovazione anche nelle aree più fragili del Mezzogiorno o il rischio è che le aziende più strutturate restino le uniche a beneficiare delle nuove tecnologie?

Il tema è reale, ma non può essere letto solo in chiave geografica. La differenza non è tanto tra Nord e Sud, quanto tra contesti in cui l’innovazione trova organizzazione, servizi e capacità di accompagnamento, e contesti in cui queste condizioni sono più deboli. In Italia esistono modelli molto efficaci, anche in territori caratterizzati da aziende di piccole dimensioni, che grazie a una forte organizzazione delle filiere, a sistemi di consulenza strutturati e a una gestione collettiva dei servizi riescono a esprimere livelli di eccellenza internazionale.

In questo contesto, il Crea opera su tutto il territorio nazionale mettendo a disposizione ricerca, sperimentazione e trasferimento tecnologico.

 

Come state lavorando per mettere a sistema la grande mole di dati eterogenei che raccogliete?

La sfida non è solo raccoglierli, ma integrarli e interpretarli in modo coerente, trasformandoli in conoscenza utile e in strumenti affidabili di supporto alle decisioni. In questa direzione il Crea sta rafforzando la propria capacità di integrazione di dati provenienti da diverse sorgenti – osservazioni satellitari, rilievi da drone, sensori in campo, dati aziendali e reti di monitoraggio – per costruire modelli agronomici e ambientali sempre più robusti e predittivi. È infatti nella modellistica che il dato acquisisce valore, consentendo di supportare scelte operative su irrigazione, fertilizzazione e difesa fitosanitaria in modo più efficiente e sostenibile. Un ruolo importante è svolto anche da sistemi informativi strutturati come la Risa, di cui il Crea è organismo di riferimento nazionale, che consente di raccogliere e analizzare in modo sistematico dati economici, ambientali e sociali delle aziende agricole, offrendo una base informativa solida per valutazioni di sostenibilità e per il supporto alle politiche pubbliche. In questo quadro si inserisce anche il progetto per la costruzione di un database nazionale del germoplasma. L’obiettivo è integrare e rendere interoperabili le informazioni disponibili sulle risorse genetiche vegetali conservate nelle collezioni Crea, assicurandone tracciabilità, qualità e accessibilità. Si tratta di un’infrastruttura fondamentale sia per la ricerca sia per la valorizzazione della biodiversità agricola.

 

Molti agricoltori continuano a percepire una distanza tra ricerca e attività aziendale. Dove si rompe la catena tra laboratorio e campo?

Si tratta di un’osservazione che abbiamo ascoltato spesso in passato e che in alcuni casi può ancora riflettere una distanza reale tra ricerca e applicazione. Oggi però questa distanza si sta progressivamente riducendo, perché è cambiato il modo stesso di fare ricerca: non più lineare e “a valle”, ma costruito insieme agli utilizzatori fin dalle prime fasi. Il Crea sta investendo in modo sempre più convinto in contesti di sperimentazione aperta, in particolare attraverso i propri living labs, dove ricercatori, agricoltori, tecnici e imprese lavorano insieme su problemi concreti. In questi spazi l’innovazione viene testata direttamente in condizioni reali, consentendo una valutazione immediata dell’efficacia e una più rapida trasferibilità alle aziende. Accanto a questo, si stanno sviluppando numerose esperienze di coinvolgimento attivo degli operatori, che permettono di raccogliere dati, osservazioni e feedback direttamente dal territorio, rafforzando il legame tra ricerca e pratica agricola e migliorando la qualità e l’utilità dei risultati prodotti. Le aziende sperimentali del Crea svolgono in questo senso un ruolo centrale: non solo luoghi di prova, ma infrastrutture aperte di trasferimento tecnologico, dove è possibile vedere, valutare e adottare soluzioni in modo concreto.

 

A fine mandato, quale risultato concreto le piacerebbe poter rivendicare come il più importante per il Crea e per l’agricoltura italiana?

Mi piacerebbe poter dire di aver contribuito a fare del Crea un motore ancora più forte di innovazione per il Paese, capace non solo di produrre conoscenza di qualità, ma di trasformarla in opportunità concrete per l’agricoltura italiana. Il risultato più importante, per me, sarebbe vedere una ricerca che arriva davvero a terra: che entra nelle aziende agricole, che supporta le imprese nelle scelte quotidiane, che aiuta le istituzioni a prendere decisioni più efficaci perché fondate su evidenze solide. Una ricerca che accompagna e guida le grandi transizioni – ambientale, digitale, economica – senza lasciare indietro nessuno. Mi piacerebbe che il Crea fosse riconosciuto sempre di più come un punto di riferimento autorevole, capace di connettere scienza, territori e politiche pubbliche, e che al suo interno si sia rafforzata una comunità viva, attrattiva per i giovani talenti, orgogliosa del proprio ruolo. Se riusciremo a dimostrare che la ricerca pubblica può fare la differenza – rendendo l’agricoltura più competitiva, sostenibile e resiliente – allora non sarà solo un risultato del Crea, ma un passo avanti per tutto il sistema Paese.

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