Riportare l’Italia a un ruolo competitivo nella produzione mondiale di olio d’oliva. Difendere la reputazione dell’extravergine italiano. Ricostruire una filiera capace di affrontare le sfide strutturali, climatiche e di mercato nei prossimi anni. Questi gli obiettivi strategici della nuova bozza del Piano olivicolo nazionale elaborata dal Masaf sotto la guida del sottosegretario Patrizio La Pietra. Il Piano fa parte del più ampio disegno di legge Coltiva Italia del Governo Meloni, che stanzia 300 milioni di euro per il settore olivicolo, parte di un pacchetto agricolo totale da un miliardo di euro distribuito nel periodo 2026-2028.
Il documento si pone come piano strategico nazionale unico, capace di orientare tutti gli strumenti comunitari e nazionali verso un obiettivo chiaro: rimettere in moto un comparto oggi caratterizzato da produttività insufficiente, elevati costi di produzione, forte instabilità dei raccolti. Senza dimenticare la crescente pressione dei competitor mediterranei, solo per citare un dato: il differenziale di prezzo con la Spagna è tornato sopra il 30%. A tutto ciò si aggiungono gli effetti dei cambiamenti climatici e la minaccia ancora attuale della Xylella.
Il contesto produttivo da cui si parte è noto. Le stime Ismea per la campagna 2024/25 collocano la produzione italiana poco sopra le 220 mila tonnellate, in calo di circa il 30% sull’annata precedente e molto lontana dai livelli storici.
Il consumo è sempre superiore alla produzione, a dimostrazione che l’Italia non è autosufficiente.
Mentre l’import è sempre superiore all’export il che rende il saldo della bilancia commerciale strutturalmente negativo in volume ma anche in valore (salvo rare eccezioni quali il 2020 e con molta probabilità il 2024).
Obiettivo produttivo: +25% in dieci anni
Il primo pilastro del Piano olivicolo nazionale è l’incremento della produzione nazionale: +25% in 7-10 anni, attraverso tre leve operative:
- aumento della superficie olivetata (+68.000 ettari), localizzata solo in aree vocate, irrigabili, meccanizzabili e coltivate con varietà italiane;
- rinnovamento dell’olivicoltura tradizionale con interventi di espianto e reimpianto nelle zone a maggiore vocazione;
- incremento delle rese unitarie, con densità minime di 300 piante/ha e meccanizzazione integrale.













