Programmare e investire sulla gestione del territorio

Il dissesto idrogeologico è causato da un deleterio mix tra cambiamenti climatici e inadeguata gestione del territorio. Occorre investire per rendere l'Italia più resiliente

La disastrosa alluvione verificatasi in Emilia-Romagna ha rilanciato in modo eclatante il tema della salvaguardia del territorio.

Il dissesto idrogeologico è legato a un insieme complesso di cause, le prime delle quali sono una inadeguata gestione dei territori (eccessivo consumo e impermeabilizzazione dei suoli, infrastrutture residenziali, commerciali e industriali e viabilità mal pianificate, modifica dei corsi d’acqua e occupazione delle naturali zone di loro espansione, ecc.) ma anche, in qualche misura, i cambiamenti climatici in atto.

Il tema è di fondamentale importanza: in Italia il 91% dei Comuni è interessato dal rischio idrogeologico, il 10% della popolazione (e il 9% degli edifici) vive e posa le fondamenta in aree a diretto rischio di alluvione e il 2% (il 4% degli edifici) vive in zone a diretto rischio di frane (dati Ispra).

Eventi tropicali

In un contesto di cosiddetta tendenziale “tropicalizzazione” meteoclimatica, la primavera di quest'anno ha visto una persistenza di depressioni sull'Italia, con episodi alluvionali. Quelli dell'1-3 e del 16-17 maggio hanno colpito soprattutto le province di Modena, Bologna, Ravenna e Forlì-Cesena, dove sono caduti 150-250 mm di pioggia nel primo episodio e 100-250 mm nel secondo episodio (con suoli superficiali ormai saturi). Oltre il 40% della superficie agricola utilizzata è stato colpito dalle conseguenze di questi eventi: in Appennino si sono verificate centinaia di frane, con danni ingenti anche a strade ed edifici, e in pianura le piene fluviali hanno prodotto rotte di argini, con conseguenti vasti allagamenti.

La cura del territorio non basta ma aiuta

Il livello di precipitazioni è stato eccezionale, dell'ordine di grandezza dei massimi storicamente noti nella zona. In montagna e collina la cura del territorio (come la gestione dei boschi, dei pascoli e delle colture agricole e la conservazione e manutenzione delle opere di sistemazione idraulico-agraria e idraulico-forestale) non può, in termini assoluti, scongiurare il verificarsi di frane a seguito di piogge così intense e concentrate, tenuto anche conto della particolare vulnerabilità litogeomorfologica delle zone colpite (ad esempio, strati argillosi appoggiati su strati marnosi). Analogamente vulnerabile è la pianura romagnola dove, in occasione di piene straordinarie, la rottura o il sormonto degli argini della fitta rete di canali e corsi d'acqua con alveo sopraelevato può determinare vaste inondazioni, inevitabilmente rovinose per la forte antropizzazione del territorio.

Premesso ciò, alla cura del territorio collinare e montano, sempre opportuna per ragioni socioeconomiche, culturali e paesaggistiche, pertiene comunque un effetto importante sotto il profilo della salvaguardia idrogeologica. La funzione protettiva e di prevenzione dei fenomeni di dissesto svolta dai territori montani e collinari è riconosciuta già a partire dal Regio Decreto 3267 del 1923 che istituì il vincolo idrogeologico (cosiddetta Legge Serpieri, di cui il 15 giugno prossimo verrà celebrato il centenario con un Convegno presso l’Accademia dei Georgofili a Firenze). Le formazioni boschive, in particolare, contribuiscono a mitigare l'erosione e le frane superficiali (senza differenze significative per tipo di governo): nei bacini montani e collinari è relativamente poco frequente osservare in bosco acqua che scorre in superficie.

L’innesco di frane si verifica soprattutto quando piogge intense si abbattono su suoli che, a causa di eventi precedenti, hanno un contenuto d'acqua saturante, come è accaduto negli episodi sopracitati in Emilia Romagna (soprattutto il secondo). Fattori maggiormente determinanti sono comunque taluni interventi che creano discontinuità sui versanti, quali strade o opere d’arte non adeguatamente progettate e mantenute (ad esempio, tombini e scoline che concentrano le acque da superfici relativamente ampie in un solo punto creando localizzati accumuli con saturazione del suolo).

Allagamento fiume Secchia

Vegetazione e casse d'espansione

Per quanto riguarda i torrenti, la presenza di vegetazione erbacea, arbustiva e arborea sulle sponde aumenta la scabrezza dell’alveo e ciò comporta il rallentamento del deflusso e l’aumento dei livelli idrici, ma d’altro canto può esporre al rischio di trasporto in eccesso di detriti che, a loro volta, possono interferire con riduzioni di sezioni di alveo ed elementi infrastrutturali e costituire significative limitazioni al deflusso: il regolare monitoraggio e la manutenzione, ove e quando necessaria, sono aspetti fondamentali per la prevenzione. Nei tratti a valle i corsi di acqua sono in genere regolarizzati in condizioni predeterminate di sezione idraulica e di scabrezza dell’alveo: qui la progettazione può aver fatto riferimento a criteri (ad esempio, grandezza e tempi di ritorno degli eventi di piena) via via sempre più obsoleti in relazione ai cambiamenti climatici in atto e, ove possibile, rimangono particolarmente opportuni gli interventi che agevolano la possibilità di espansione dei corsi d’acqua ai fini della laminazione delle portate di piena.

Programmare, investire, incentivare

La gestione dei bacini montani e collinari e dei territori rurali svolge, dunque, un ruolo di fondamentale importanza: se si interrompe o vengono significativamente alterate la continuità e la capillarità di azione è inevitabile il verificarsi di “disastri” che definiamo “naturali” ma che in realtà hanno una significativa componente di responsabilità umana, pur in un contesto di tendenziale cambiamento climatico. Occorre, pertanto, una riflessione politica e istituzionale in base alla quale programmare investimenti e processi duraturi di intervento, articolati operativamente mediante una regia centralizzata a scala nazionale contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche (crisi idrica, siccità ed eventi alluvionali sono due facce della stessa medaglia!).

Allo stesso tempo occorre favorire competenze e operatività tecnica diffusa, con risorse umane ed organizzative a livello locale, per una gestione organica e puntuale del territorio, a cominciare da: adeguata pianificazione urbanistica e ambientale per rendere i territori più “resilienti” (riduzione del consumo e della impermeabilizzazione dei suoli, creazione di zone per la espansione naturale dei corsi d’acqua, ecc.); arresto dei fenomeni di abusivismo edilizio; riduzione dello spopolamento e dell’abbandono nelle aree montane e altocollinari, agevolando il reinsediamento e il recupero di attività agricole, zootecniche e selvicolturali (ad esempio attraverso gli strumenti della nuova Pac); recupero e manutenzione delle opere di sistemazione idraulico-agraria e sistemazione idraulico-forestale e, ove necessario, realizzazione di nuove con criteri di compatibilità ambientale.

Programmare e investire sulla gestione del territorio - Ultima modifica: 2023-05-28T18:18:21+02:00 da Simone Martarello

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