L’economia circolare conviene, falla… circolare

Un modello sostenibile in cui l'agricoltura è al centro e non si tratta di un ritorno al passato, ma di un balzo verso un futuro più sostenibile e redditizio. Occorre però che tutta la società faccia la sua parte, fornendo "scarti" non contaminati da riciclare

L’economia circolare non produce rifiuti e dispensa grandi opportunità. In Europa sono stati stimati risparmi per le imprese nell’acquisto di materie prime pari all’8% del fatturato annuo, riduzioni delle emissioni di gas climalteranti fra il 2 e il 4%, una crescita del PIL dell’1% e nuovi (milioni di) posti di lavoro (documenti accessibili cliccando qui).

Versatile, sostenibile ma soprattutto conveniente

L’economia circolare è modulare, versatile, adattabile, sostenibile, soprattutto, sembra sia molto conveniente. Lo scarto di produzione, il prodotto a fine vita, la materia esausta, tutto è riciclato, rigenerato, reimmesso nel ciclo di produzione. L’energia, ovviamente, proviene da fonti rinnovabili, cioè dal sole, sfruttando in modo diretto o indiretto la nostra preziosa stella: fotovoltaico, solare termico, idroelettrico, eolico, biomasse, mareomotrice.

  1. L’economia circolare è alternativa all’economia lineare dove si utilizzano materie prime “originali” e non ci si cura dei rifiuti della produzione e “del fine vita” dei prodotti.
  2. L’economia lineare funziona se le risorse sono illimitate e gli scarti, dispersi nell’ambiente, non producono sensibili alterazioni alla biosfera.
Né l’una, né l’altra di queste condizioni è vera.

 

Segnali di allarme

L’economia oggi è fondamentalmente lineare: usa prevalentemente energie da fonti fossili; non si cura “del fine vita” dei suoi prodotti, ricicla poco e o concentra i rifiuti in un luogo, creando problemi locali di gestione e inquinamento, o li disperde nell’ambiente creando un inquinamento diffuso. Disperdendo la materia sulle terre e le acque del pianeta si rende antieconomico il suo riutilizzo e, al contempo, questa materia dispersa altera gli ecosistemi accelerando problemi legati ai mutamenti climatici, alla produzione di cibo, alla biodiversità. Inoltre per fosforo, silicio, terre rare (così indispensabili per le nuove tecnologie), e per altri elementi, vi sono pronostici sull’anno in cui si esauriranno. Un segnale di allarme al quale prestare attenzione.

Marcite lombarde, do you remember?

L’agricoltura è, proprio per il suo divenire biologico, il sistema economico che più facilmente può accogliere questo paradigma, perché già sperimentato nel recente passato con successo (un bell’esempio erano le marcite lombarde).

L’economia circolare però non propone un ritorno all’agricoltura d’inizio ‘900, ma vi s’ispira per quanto concerne la capacità di reimpiegare tutti gli scarti nel ciclo produttivo. È, infatti, questo il passaggio più critico, che oggi si può compiere solo ricorrendo all’innovazione, pescando fra le diverse “filosofie di produzione” le soluzioni più idonee, rinunciando ai miti e guardando alla sostanza delle scelte.

Un patto di fiducia tra campagna e società

Obiettivo prioritario: ritornare a chiudere i cicli della materia (del carbonio, dell’azoto, degli elementi nutritivi, della sostanza organica, dell’acqua, ecc.) perché, in un’agricoltura circolare (moderna), non è importante dove siano e quante siano le aziende, le città, i paesi coinvolti nel ciclo, ma è importante che il ciclo si possa chiudere.

Ciò diverrà possibile solo nel momento in cui le città, dove è riversata circa l’80% della produzione agricola, restituisca all’agricoltura la materia esausta, lo scarto.

Su questo delicato e fondamentale passaggio, che non dipende solo dall’agricoltore, rischia di fallire l’agricoltura circolare. Il motivo lo avrete ben capito, per chiudere il cerchio, l’agricoltura ha bisogno che il “rifiuto” non sia contaminato da sostanze estranee al sistema biologico, cioè ne sia rispettata la sua utilizzabilità in agricoltura, senza il timore di alterare il bene a noi più prezioso: la terra.

 

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