Seminare o non seminare? Questo è il dilemma. Parafrasando Shakespeare, è la domanda che molti agricoltori italiani si pongono in questo autunno 2026. I prezzi di numerose produzioni agricole restano bassi, mentre carburanti e fertilizzanti pesano sui bilanci.
Il problema è particolarmente acuto nel Centro-Sud, dove le alternative colturali sono limitate e le rotazioni ruotano soprattutto attorno a grano duro, oleaginose e leguminose. Con margini spesso prossimi allo zero, quando non negativi, e un clima sempre meno prevedibile, rinunciare alla semina può sembrare la scelta più prudente.
Eppure, l’agricoltura non può fare a meno della programmazione. La vera sfida è decidere oggi in un contesto di incertezza, senza scambiare i prezzi attuali per quelli di domani.
La volatilità dei mercati agricoli non è più un’eccezione, bensì una condizione strutturale. I mercati sono globalizzati e gli strumenti pubblici che un tempo contribuivano a stabilizzarli sono stati abbandonati da venti anni (ammassi, prezzi garantiti, set aside).
Le abbondanti produzioni mondiali degli ultimi anni hanno esercitato una pressione al ribasso sui prezzi. Ma i cicli agricoli insegnano che alle fasi di offerta eccedente possono seguire periodi di scarsità e rialzo dei prezzi. È accaduto anche dopo le crisi cerealicole del 2004, del 2009 e del 2016.
Per chi semina cereali, dunque, la domanda decisiva non è «quanto vale oggi?», bensì «quanto varrà al raccolto, nel luglio 2027?».
Nessuno può saperlo con certezza. Le incognite climatiche, soprattutto nell’emisfero australe, in conseguenza de El Niño, che si preannuncia di gravissima intensità, potrebbero ridurre l’offerta e favorire una ripresa delle quotazioni.
A ciò si aggiunge la geopolitica. Ci sono segnali fortemente rialzisti già nelle ultime settimane. Ma uno scenario possibile non è una previsione affidabile. Altrettanto imprevedibile è l’andamento dei costi: basti pensare alle forti oscillazioni dei fertilizzanti azotati negli ultimi quattro anni.
Come orientarsi, allora? Due scelte sono fondamentali. La prima è conoscere i conti della propria azienda. Quanto costa coltivare un ettaro di cereali? Quanto costa produrre una tonnellata? Quale peso hanno i costi fissi e quelli variabili?
Non bastano impressioni o confronti con l’ultima campagna: occorrono bilanci colturali e valutazioni basate su un orizzonte di cinque-dieci anni. Su cinque anni, per esempio, il prezzo medio del grano duro si è attestato intorno ai 310 euro/ton: un dato che invita a distinguere la convenienza di lungo periodo dalle difficoltà del momento.
La seconda è non affrontare il mercato da soli. Aggregare l’offerta e valutare i contratti disponibili permette di programmare il collocamento del prodotto e concordare in anticipo i criteri di formazione del prezzo. Non elimina i rischi, ma può renderli più gestibili.
Le crisi agricole sono ricorrenti. Non possiamo impedire che si manifestino, ma possiamo prepararci ad affrontarle.
Seminare o non seminare, dunque? La risposta non nasce dalla paura dei prezzi di oggi né dalla speranza di quelli di domani. Nasce dai conti aziendali, dalla gestione del rischio e dalla capacità di organizzarsi. Solo allora la scelta sarà davvero imprenditoriale.
di Angelo Frascarelli
docente di Politica agroalimentare all’Università di Perugia













