Dalla terra abbandonata al rilancio: il piano della Campania per l’agricoltura

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L’assessora all’Agricoltura Maria Carmela Serluca traccia le linee strategiche dei prossimi anni: dal rafforzamento delle filiere al sostegno al reddito delle imprese, fino alle politiche per attrarre i giovani

Nel pieno di una fase complessa per l’agricoltura italiana, tra tensioni sui mercati internazionali, cambiamenti climatici e sfide legate alla competitività, la Regione Campania prova a rilanciare il proprio sistema agroalimentare puntando su innovazione, aggregazione e valorizzazione delle identità territoriali. L’assessora all’Agricoltura Maria Carmela Serluca traccia le linee strategiche dei prossimi anni: dal rafforzamento delle filiere al sostegno al reddito delle imprese, fino alle politiche per attrarre giovani e recuperare terreni abbandonati. Un quadro articolato che tocca, tra gli altri, temi cruciali come la gestione dei beni confiscati e il rilancio dell’immagine dei prodotti campani, anche alla luce delle criticità del passato come la “terra dei fuochi”.

Guardando ai prossimi anni, quali sono le tre priorità su cui l’assessorato all’agricoltura intende concentrare il proprio lavoro per rafforzare la competitività del settore?

«Per le caratteristiche specifiche del sistema campano, ritengo centrale il rafforzamento dell’associazionismo e degli accordi di filiera, strumenti fondamentali per accrescere la capacità contrattuale delle imprese e generare maggiore valore sul territorio. L’innovazione e la sostenibilità sono poi direttrici trasversali imprescindibili. Puntiamo ad un’agricoltura moderna, capace di integrare nuove tecnologie e intelligenza artificiale, senza perdere il legame con identità e tradizioni del territorio».

Le aziende agricole in questo particolare e difficile momento storico di cosa hanno più bisogno?

«In primo luogo, è fondamentale difendere il reddito delle imprese agricole potenziando gli strumenti di gestione del rischio e di stabilizzazione. Allo stesso tempo è importante favorire il ricambio generazionale. Infine, è strategico continuare a valorizzare l’identità e la qualità delle produzioni locali, che stiamo sostenendo anche attraverso un piano di promozione internazionale. Un’attenzione particolare la meritano in questo scenario le aree interne della regione, che sosterremo attraverso attività e percorsi dedicati».

In Campania esistono migliaia di ettari di terreni agricoli abbandonati. La Regione sta lavorando a strumenti per recuperarli e rimetterli in produzione?

«Sì, stiamo lavorando per costruire un percorso solido e duraturo di recupero dei terreni agricoli abbandonati e della loro rimessa in produzione. Con la legge regionale n. 10 del 2023 è stato definito un quadro normativo chiaro per la valorizzazione di queste aree e per favorire la nascita delle associazioni fondiarie, che rappresentano uno strumento decisivo. Si tratta di forme di aggregazione tra soggetti pubblici e privati che consentono di superare la frammentazione e rimettere a sistema terreni oggi inutilizzati, spesso perché i proprietari non hanno la possibilità di gestirli direttamente. In questo periodo stiamo lavorando alla definizione delle linee guida attuative. L’obiettivo è favorire il recupero di queste superfici, anche attraverso il coinvolgimento di giovani e di nuove imprese agricole».

Lei ha parlato di ricambio generazionale, ma i giovani se ne vanno dalle aree interne e dalle campagne, e, nonostante i bandi e gli incentivi, le aziende giovanili continuano a diminuire. Cosa va corretto?

«Il tema della presenza dei giovani in agricoltura è centrale e va affrontato partendo dai dati di sintesi. Nella scorsa programmazione la Regione ha investito molto sul ricambio generazionale, finanziando oltre 3.000 giovani agricoltori under 40, che diventano più di 3.500 considerando anche il Piano sviluppo e coesione. Un dato significativo che abbiamo rilevato con uno studio indipendente è che ben l’85% dei giovani insediati continua l’attività anche dopo la fine del periodo di sostegno: questo ci dice che gli strumenti funzionano, ma vanno rafforzati. Il punto, quindi, non è tanto correggere quanto rendere le misure più ampie e accessibili. Per questo, nella nuova programmazione Csr abbiamo aumentato le risorse per l’insediamento dei giovani, portandole a quasi 35 milioni di euro. Allo stesso tempo, sappiamo che gli incentivi da soli non bastano: per attrarre i giovani interverremo infatti con decisione anche sulla formazione, sull’associazionismo, e sullo sviluppo di servizi nelle aree interne».

In che modo?

«Con l’intervento SRH02 del Csr stiamo formando esperti che affiancheranno soprattutto le aziende guidate da giovani, mentre con l’ SRG07 abbiamo già investito 60 milioni di euro in progetti di filiera nei comparti strategici per creare più reddito e fare sistema. Parallelamente, stiamo rafforzando l’Akis, il sistema di innovazione e conoscenza in agricoltura, con centri di competenza regionali per trasferire le innovazioni. L’obiettivo è chiaro: non solo favorire l’ingresso dei giovani, ma creare le condizioni perché possano restare e crescere nel settore».

E quali saranno nei prossimi mesi i principali bandi e misure regionali per sostenere gli investimenti delle aziende agricole su innovazione e digitalizzazione?

«Nell’ambito del Csr saranno pubblicati a breve i bandi SRD06, investimenti per la prevenzione da danni derivanti da calamità naturali, e proprio qualche giorno fa è uscito il bando SRG09 relativo alla cooperazione per azioni di supporto all’innovazione.
Accanto a questi, attiveremo anche misure per la diversificazione del reddito, come quelle per fattorie didattiche e sociali. Parallelamente, stiamo investendo nella digitalizzazione della macchina amministrativa e nello sviluppo di istruttorie più rapide, grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di rendere tutte i sostegni più accessibili e veloci».

I terreni confiscati alla criminalità possono diventare un volano di sviluppo economico e sociale. Quali progetti o modelli di gestione agricola la Regione intende promuovere su questi beni?

«I terreni confiscati alla criminalità rappresentano un’opportunità concreta di sviluppo economico e sociale per il territorio. Un esempio è il “Fondo Nappo” a Scafati, che ho recentemente visitato: qui si realizzano orti sociali e coltivazioni condivise, creando opportunità di lavoro e coesione per la comunità. Un’altra esperienza virtuosa è “Vitematta” a Casal di Principe, che coniuga agricoltura, formazione e innovazione sociale. Puntiamo ad estendere questi modelli presenti sul territorio, valorizzando i terreni confiscati come strumenti di sviluppo rurale sostenibile, inclusione giovanile e promozione delle filiere locali».

Qual è oggi la situazione dal punto di vista agricolo nella “terra dei fuochi” e quali azioni sono in campo per garantire controlli, sicurezza e trasparenza?

«Per quanto riguarda la crisi di tredici anni fa, che – occorre ricordare – coinvolse meno del 2% della superficie coltivata in Campania, va sottolineato un dato fondamentale: i prodotti agroalimentari campani sono oggi tra i più controllati d’Europa e, di conseguenza, tra i più sicuri sul mercato. Dal 2013, un gruppo di lavoro nazionale, a cui partecipa anche l’Assessorato regionale all’Agricoltura, svolge un’opera capillare di monitoraggio. Grazie a progetti come “Campania Trasparente”, vengono effettuate migliaia di analisi su suolo, acque e prodotti finali, garantendo una tracciabilità totale. La sicurezza alimentare è certificata da un sistema di vigilanza scientifica che non ha eguali, tutelando sia i consumatori che le eccellenze del comparto agricolo campano. Dal punto di vista dell’agricoltura possiamo dire che abbiamo trasformato una criticità in una opportunità. Grazie a questo, e alle attività di informazione e promozione che svolgiamo, oggi a tutte le latitudini, dagli Stati Uniti al Giappone, associano i prodotti agroalimentari campani alla Dieta Mediterranea e alla salute».

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