Nematodi, campionamento e difesa delle colture agrarie

Coltivazione di meloni in serra gravemente danneggiata da nematodi galligeni (Meloidogyne spp.) (foto Giuseppe Lucarelli)
Le corrette modalità di campionamento e l’attuale disponibilità di nematocidi, illustrate nel webinar della Società Italiana di Nematologia

La difesa delle colture agrarie dai nematodi deve essere basata sull’integrazione di mezzi di difesa ecocompatibili e finalizzata non all’eradicazione, come veniva fatto in passato, ma al contenimento delle popolazioni, perché livelli di infestazione al di sotto della soglia di danno sono sopportabili dalle piante. Questa impostazione della difesa dai nematodi delle colture agrarie è stata la cornice all’interno della quale, nel corso del webinar “Nuova legislazione fitosanitaria e la nematologia smart del futuro”, organizzato dalla Società italiana di nematologia, Giada d’Errico, ricercatrice del Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II, ha impostato l’approccio integrato per la diagnosi dei nematodi fitoparassiti e Arturo Caponero, responsabile del Servizio difesa integrata dell’Alsia - Regione Basilicata, ha presentato i nematocidi attualmente utilizzabili in Italia (Questo articolo illustra la seconda parte del webinar, la prima parte è stata pubblicata il 26 ottobre, N.d.A.).

 

 

 

I nematodi, importanti parassiti delle colture agrarie

Apparato radicale di rosa con evidenti lesioni causate da Pratylenchus spp. (nella foto a destra) (foto Francesco Paolo d’Errico)
Pratylenchus spp., nematode delle lesioni (foto Francesco Paolo d’Errico

 

I principali nematodi parassiti di colture agricole, cioè quelli che causano i maggiori danni, ha riferito d’Errico, sono i nematodi galligeni (Meloidogyne spp.), i nematodi cisticoli (Globodera spp. e Heterodera spp.), i nematodi delle lesioni (Pratylenchus spp.) e i nematodi dei bulbi e degli steli (il più noto è Ditylenchus dipsaci).

«In generale i danni consistono in un deperimento della pianta che può portare alla sua morte per malfunzionamento dell’apparato radicale e quindi dell’intera pianta. A livello mondiale i nematodi fitoparassiti sono responsabili di perdite di raccolto annuali di circa il 12-14%, corrispondenti, secondo recenti dati Fao, a oltre 77 miliardi di dollari all’anno. Per rendere efficace l’intervento di difesa è indispensabile conoscere: biologia della specie; pianta ospite (incluse le infestanti); disponibilità di cultivar resistenti (patotipo o razza); carica nematologica; relazione fra cariche e produzione; relazione fra mezzo di lotta scelto (e dose somministrata) e mortalità del nematode; convenienza economica dell’intervento».

 

Il campionamento, base di un’efficace difesa

Per poter eseguire un’efficace difesa delle colture il primo passaggio è il campionamento, ha evidenziato d’Errico. «La rappresentatività del campione è correlata soprattutto alla distribuzione dei nematodi nel terreno, alla superfice del campo e al numero dei prelievi. L’attendibilità dell’analisi dipende dalla conservazione del campione, dal metodo di estrazione utilizzato e dalla carica nematologica. I nematodi non hanno una distribuzione omogenea all’interno di un campo, ma molto disomogenea. Perciò bisogna tenere in considerazione sia la loro distribuzione spaziale all’interno di un’area, che è orizzontale, cioè attraverso il campo (con chiazze irregolari o circolari), e verticale, in base alla profondità delle radici, sia temporale, perché oscilla nel tempo, a seconda della stagione. Di particolare importanza è la profondità del campionamento. I nematodi nel terreno hanno una distribuzione variabile a seconda della specie. Alcune specie hanno una distribuzione più superficiale, altre più profonda. Pertanto soprattutto su piante legnose vanno effettuati due prelievi: un primo a una quota più superficiale (20-30 cm) e un secondo a una quota più profonda (40- 60 cm)».

Il numero dei campioni deve essere consistente per avere rappresentatività della carica. «In campo occorre seguire uno schema prestabilito in aree con caratteristiche pedologiche omogenee ed effettuare un numero di prelievi ≥ 50/ha. Nel caso di parcelle sperimentali occorre effettuare almeno 50 prelievi per ogni parcella. Per nematodi da quarantena o per le piante certificate è consigliato raddoppiare il numero delle prelievi/ha e quindi arrivare anche a 100 prelievi. Per le vaste aree vengono annotate anche le coordinate geografiche, quindi è opportuno munirsi di un Gps».

 

Prelievo e conservazione dei campioni

Piante di Vicia faba parassitizzate da Dytylenchus dipsaci (o dalla specie affine D. gigas), appartenente al gruppo dei nematodi degli steli, dei bulbi e dei tuberi (foto Giuseppe Lucarelli)

Il prelievo dei campioni può essere compiuto dal terreno o da parti di piante (radici, foglie, bulbi, steli, semi, ecc.). «Anche in questo caso la rappresentatività del campione è data dal numero dei prelievi. Un caso particolare è il prelievo da legname di conifere o altre forestali. Su alberi viventi è necessario effettuare prelievi con un trapano a batteria in tre diverse direzioni intorno all’asse del fusto, raccogliendo circa 60 g di segatura da almeno 5 piante. Su alberi morti è necessario tagliare dischi di legno dal fusto (considerando la parte basale, la mediana e l’apicale). Nel caso, invece, di legno accatastato (in mobilifici, depositi di legname, ecc.) si possono prelevare frammenti di legno, trucioli, segatura e così via. Infatti i nematodi sono presenti anche nel legname, per cui è necessario controllare i materiali importati per evitare l’introduzione di organismi non presenti o non ancora rilevati in un determinato territorio. È infine importante una valida conservazione del campione. In laboratorio, i campioni, in attesa dell’estrazione, va conservato in frigorifero a una temperatura di 5-8°C non oltre la settimana. Il metodo di estrazione varia in relazione al gruppo trofico che si prevede di rilevare».

 

I nematocidi attualmente utilizzabili in Italia

I nematodi sono organismi soil borne particolarmente difficili da combattere, ha sostenuto Caponero, perché sono capaci di muoversi attivamente e di “rifugiarsi” anche a considerevole profondità nel terreno, possono mantenersi quiescenti in mancanza di piante ospiti (i nematodi cisticoli), possono parassitizzare molte piante spontanee. «I nematocidi, come gli altri “pesticidi”, sono stati e sono interessati dall’evoluzione normativa europea in tema di sostenibilità del loro uso, con l’eliminazione di molti dei nematocidi (fumiganti e non) che potevano essere utilizzati in agricoltura fino a non molti anni fa e con limitazioni per quelli sopravvissuti. Infatti su 26 sostanze attive, solo 14 sono consentite in Italia (comprendono sette diversi meccanismi d’azione, tre fumiganti, cinque prodotti per uso in biologico)».

 

Il “dopo bromuro di metile”

Non esistono prodotti alternativi con le stesse caratteristiche del bromuro di metile, ha precisato Caponero. «Dopo l’eliminazione del bromuro di metile (e la revoca dell’1,3-dicloropropene) le strategie di controllo dei nematodi, più che mirare alla loro “eradicazione”, tendono al contenimento della carica nematica presente negli strati di terreno esplorati dalle radici al di sotto di una soglia di danno, integrando prodotti chimici con mezzi biologici e/o pratiche agronomiche. In tale prospettiva c’è un forte impegno della ricerca per individuare prodotti e strategie di minore impatto ambientale rispetto a quelli tradizionali. Il controllo integrato considera diversi parametri: tipo di nematodi, carica nematica, tipo di terreno (struttura, tessitura, sostanza organica, pH), clima (e stagione), precessione colturale, coltura da impiantare e ciclo colturale, disponibilità di varietà/portinnesti resistenti/tolleranti. Tenendo conto dei diversi parametri, è necessario integrare i diversi mezzi a disposizione: chimici, fisici, biologici, agronomici e genetici».

 

Mezzi chimici fumiganti

Gravi danni su melone in serra causati da nematodi galligeni (Meloidogyne spp.) (foto Giuseppe Lucarelli)

I fumiganti entrati in Annex I sono Metam-sodio, Metam-potassio, Dazomet. «Essi sono precursori del metil-isotiocianato, cioè per idrolisi rilasciano metil-isotiocianato (tempertura ottimale 20°C, minima 12-14°C) attivo sugli insetti e i nematodi, su vari funghi tellurici e sui germinelli di alcune infestanti, con livello di azione variabile sui diversi organismi. Vanno distribuiti nel terreno 4-6 settimane prima dell’impianto della coltura poiché il metil-isotiocianato è fitotossico. L’applicazione è effettuabile sia in pieno campo sia in serra dove è più semplice migliorarne gli effetti, tenendo chiusa la struttura (per limitata evaporazione del metil-isotiocianato ed effetto sinergico del calore)».

I fumiganti che invece non sono entrati in Annex I sono l’1,3 Dicloropropene e la cloropicrina, annualmente autorizzati, con provvedimenti temporanei, per usi «di emergenza»: il primo dal 2009 (nel 2020 decreto del 5 febbraio), il secondo dal 2012 (nel 2020 decreto del 17 febbraio). Entrambi sono utilizzabili anche in combinazione fra loro come “soluzione innovativa”.

«Inoltre – ha aggiunto Caponero – l’industria chimica sta studiando nuove sostanze fumiganti in tutto il mondo. In Europa si è tentata la reintroduzione del Dimetildisolfuro (DMDS), molecola largamente presente in natura (è prodotta da diverse specie di alliacee e brassicacee, da organismi marini e da vari microrganismi), ma tossica ad alte concentrazioni sulla funzionalità mitocondriale dei nematodi. Brassicacee e altre famiglie botaniche contengono glucosinolati i quali per idrolisi liberano isotiocianati e nitrili, composti tossici ad ampio spettro d’azione (meccanismo di difesa attiva della glucosinolati-mirosinasi). Selezioni di Brassica juncea sono disponibili per colture da sovescio che, oltre all’effetto “biofumigante”, apportano una significativa quantità di sostanza organica al terreno».

 

Mezzi chimici non fumiganti

I mezzi chimici non fumiganti possono essere utilizzati come geodisinfestanti prima del trapianto o, alcuni, anche con la coltura in atto.

«Essi sono esteri fosforici (Fenamifos e Fostiazate), carbammati (Oxamil), benzammidi (Fluopyram), avermectine (Abamectina). Ricordo, infine, l’azadiractina: sistemica, non è più registrata come nematocida, ma solo come insetticida. Quest’anno però ha ottenuto l’uso in deroga per pomodoro e fragola. È disponibile anche in formulazioni per la somministrazione in chemigazione che hanno comunque attività anche contro i nematodi. E anche la fluazaindolizine, attiva per contatto sulle forme mobili con un nuovo meccanismo d’azione, che sarà commercializzata, forse dal 2022, in formulati liquidi sulle principali ortive e su diverse arboree».

Sui mezzi chimici, fumiganti e non fumiganti, Caponero ha sottolineato che «la loro efficacia è incrementata dall’uso combinato o associato ad altre tecniche di controllo; i nematocidi non fumiganti hanno scarsa efficacia sugli stadi quiescenti, sulle uova o sui nematodi già entrati nella pianta; sulle ortive i migliori risultati si ottengono con un trattamento in pre-trapianto seguito da uno o più durante la coltura».

 

Mezzi agronomici

La solarizzazione è una pratica consolidata, da sola o integrata ad altri metodi di disinfezione

La solarizzazione è una pratica consolidata, da sola o integrata ad altri metodi di disinfezione. «Viene effettuata nel periodo di massima insolazione da luglio ad agosto. Il trattamento viene prolungato per almeno 4 settimane (risultati migliori si hanno nei primi 30-40 cm di terreno solarizzando a temperature non inferiori a 45-50 °C per circa 40 giorni). Il terreno da solarizzare va portato alla capacità idrica di campo prima di stendere i teli e mantenuto umido per tutta la durata del trattamento. Le coperture devono consentire l’effetto serra (film di PE, LDPE, PVC o EVA, con uno spessore di 0,03-0,05 mm). Nelle colture protette, la solarizzazione a serra chiusa migliora l’effetto del trattamento».

 

Mezzi biologici (estratti vegetali)

I mezzi biologici (estratti vegetali) registrati come sostanze attive sono numerosi, ha citato Caponero: estratto di aglio: attivo sulle forme libere, da distribuire al terreno con finalità preventive; olio di chiodi di garofano: attivo sui nematodi liberi e sui Tynechida (galligeni) da distribuire al terreno con finalità preventive; timolo e geraniolo: miscela a base di oli essenziali, autorizzata per il controllo dei nematodi galligeni su diverse colture orticole (non sono registrati come s.a.); quillaja, olio di sesamo: non sono registrati, azione nematocida blanda e collaterale, buoni in caso di bassa infestazione e in associazione a nematocida; olio di Tagete: buona efficacia, alto costo, non registrato; olio di Neem: sistemico, buona efficacia, va ripetuto, ha effetto collaterale contro oidio, insetti e Pyrenocheta; gelatina: di contatto, biologica, mostra buona efficacia, ma va ripetuto, con aumento dei costi.

 

Mezzi biologici (antagonisti)

Galle su apparato radicale di pomodoro causate da Meloidogyne spp.

Diversi funghi del terreno svolgono attività antagonista verso vari nematodi. «L’unico commercializzato in Italia – ha concluso Caponero – è il ceppo P251 del deuteromicete Paecilomyces lilacinus, parassita di uova e forme mobili di nematodi dei generi Meloidogyne, Globodera e Heterodera. Pochonia chlamydosporia ha mostrato buona attività nel parassitizzare le uova di M. incognita. È in sviluppo la sua registrazione per utilizzo commerciale».

 

Cliccando sul seguente link https://youtu.be/WTvPWOEz2MQ è possibile rivedere l’intero webinar “Nuova legislazione fitosanitaria e la nematologia smart del futuro”.

Nematodi, campionamento e difesa delle colture agrarie - Ultima modifica: 2020-10-27T18:08:37+01:00 da Giuseppe Sportelli

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