In un tempo in cui l'intensificarsi degli eventi climatici estremi mette sempre più a dura prova le aziende agricole – comprese quelle ortoflorovivaistiche – la gestione del rischio assume un ruolo sempre più centrale per preservare il reddito e garantire la continuità produttiva.
In questo scenario opera VH Italia, tra i principali operatori assicurativi del settore agricolo, che dal 1995 – insieme a Gartenbauversicherung, compagnia specializzata nell'assicurazione delle serre – dà vita al gruppo Agrorisk.
Alessandro Bellini, direttore di VH Italia e manager in charge di Hortisecur Italia. Lo abbiamo intervistato per capire come stanno cambiando i rischi climatici per le aziende ortoflorovivaistiche e quali strumenti, assicurativi e non solo, servono oggi per gestirli.
Come stanno cambiando i rischi per le aziende ortoflorovivaistiche italiane, anche considerando l’intensificarsi degli eventi estremi?
Oggi non stiamo assistendo semplicemente a un aumento dei rischi, ma a un cambiamento della loro natura. Gli eventi meteorologici estremi stanno diventando più difficili da leggere attraverso le sole serie storiche: aumenta la volatilità e, soprattutto, aumenta la possibilità che uno stesso evento produca conseguenze rilevanti contemporaneamente su aree territoriali estese. Per l’ortoflorovivaismo questo tema è particolarmente importante, perché spesso siamo di fronte ad aziende caratterizzate da un’elevata concentrazione di valore, investimenti importanti in strutture ed impianti, e con cicli produttivi nei quali anche una breve interruzione può generare conseguenze economiche significative.
Dobbiamo inoltre considerare che il rischio climatico non agisce più in maniera isolata. Può sommarsi al rischio energetico, all’aumento dei costi di produzione, alle difficoltà logistiche o alle oscillazioni di mercato. Per chi si occupa professionalmente di gestione del rischio significa conoscere sempre meglio il territorio, le strutture, le colture, le concentrazioni di valore e le correlazioni tra i diversi rischi. Per questo, dati e tecnologie predittive diventeranno strumenti sempre più centrali per trasformare la complessità in capacità di decisione.
In che modo questi cambiamenti stanno modificando le esigenze degli imprenditori agricoli?
L’imprenditore agricolo oggi non chiede più soltanto: Quale polizza devo acquistare? La domanda sta diventando molto più ampia: “Come posso rendere più stabile la mia azienda di fronte a una volatilità crescente?”
Quando aumentano contemporaneamente volatilità climatica, costi e incertezza dei ricavi, la gestione del rischio diventa una componente della gestione finanziaria dell’impresa. Occorre quindi capire quali rischi l’azienda può sostenere autonomamente, quali può mitigare attraverso investimenti tecnici o organizzativi e quali deve trasferire all’esterno.
Da questo punto di vista anche l’offerta assicurativa deve evolvere. Il cliente non ha bisogno solo di una copertura assicurativa, ma di supporto per analizzare correttamente la propria esposizione e decidere consapevolmente. Vale una distinzione semplice: risparmio e autofinanziamento gestiscono la frequenza; l'assicurazione deve soprattutto proteggere dalla severità.
I rischi relativamente frequenti e sostenibili possono essere in parte trattenuti dall’impresa o condivisi attraverso strumenti mutualistici. I rischi meno frequenti, ma capaci di compromettere seriamente il patrimonio o la continuità aziendale, devono invece trovare un trasferimento assicurativo efficiente.
L’agricoltore del futuro sarà quindi sempre più un imprenditore che, accanto alla produzione, deve saper gestire anche il proprio capitale e la propria esposizione al rischio.
Cosa rappresenta per le aziende ortoflorovivaistiche italiane la collaborazione tra VH Italia e Hortisecur italia?
Rappresenta soprattutto la possibilità di mettere insieme due specializzazioni molto verticali e complementari.
VH Italia ha sviluppato una forte competenza nella gestione dei rischi atmosferici in agricoltura, nell’underwriting, nella valutazione tecnica, nella gestione dei sinistri e nell’utilizzo crescente di dati e tecnologia. Hortisecur porta invece una conoscenza estremamente specifica del mondo ortoflorovivaistico e delle sue peculiarità, comprese le strutture, gli impianti e le dinamiche produttive tipiche di questo settore.
La collaborazione permette quindi di guardare l’impresa da una prospettiva più ampia. Una serra, ad esempio, non è soltanto una superficie agricola esposta a grandine o vento. È contemporaneamente una struttura, un investimento, un ambiente produttivo e un asset indispensabile per garantire continuità all’attività dell’impresa. Per proteggerla correttamente occorre comprendere tutti questi elementi.
A mio avviso è proprio questo il valore della collaborazione: non sommare due cataloghi di prodotti, ma integrare competenze differenti intorno allo stesso rischio aziendale.
La mia doppia responsabilità nelle due realtà mi dà la possibilità di facilitare questo processo, perché mi consente di mettere in comunicazione esperienze, competenze tecniche e conoscenza del mercato italiano. In un settore sempre più complesso come il nostro, la specializzazione resta fondamentale. Ma la specializzazione produce ancora più valore quando riesce a dialogare con altre competenze.
Oggi è ancora sufficiente assicurarsi contro i singoli rischi o serve un approccio più integrato?
L’assicurazione rimane un elemento indispensabile, ma da sola non può essere la risposta a ogni rischio.
Per molti anni abbiamo ragionato prevalentemente per singole avversità: grandine, gelo, vento, eccesso di pioggia. È una logica che continuerà ad avere una propria validità tecnica, ma oggi dobbiamo aggiungere una seconda prospettiva: capire quale effetto complessivo questi eventi possono avere sulla capacità dell’impresa di generare reddito e mantenere continuità. La gestione moderna del rischio deve quindi essere costruita per livelli. I rischi ad alta frequenza e impatto economico limitato dovrebbero essere gestiti innanzitutto attraverso prevenzione, organizzazione aziendale, pratiche agronomiche, riserve e autofinanziamento. L’assicurazione deve invece essere particolarmente efficace nel proteggere l’impresa dagli eventi ad alta severità, quelli capaci di mettere in discussione il patrimonio o la continuità aziendale.
A questi strumenti si aggiungono oggi dati, sistemi di allerta, tecnologie di monitoraggio e, dove tecnicamente appropriato, soluzioni parametriche o finanziarie. Il futuro non sarà quindi assicurazione oppure qualcos’altro. Sarà assicurazione più prevenzione, mutualità, tecnologia e capacità finanziaria dell’impresa. È un cambiamento anche culturale: dobbiamo smettere di considerare la polizza come il punto di partenza della gestione del rischio. La polizza è uno degli strumenti. Il punto di partenza deve essere il rischio dell’impresa.
Quanto è importante avere procedure efficienti per l’accesso ai contributi e agli aiuti pubblici per la stabilità economica delle aziende agricole? A che punto siamo/ci sono criticità a questo proposito?
È molto importante, perché nel sistema italiano il sostegno pubblico è una componente strutturale della gestione del rischio agricolo. Proprio per questo le procedure attraverso cui tale sostegno arriva alle imprese devono essere semplici, prevedibili e soprattutto tempestive. Un contributo che arriva molto tempo dopo il sostenimento del costo può essere corretto sotto il profilo amministrativo, ma meno efficace sotto il profilo finanziario. L’impresa agricola deve infatti anticipare costi, sostenere investimenti e gestire la propria liquidità. La distanza temporale tra spesa e contributo diventa quindi essa stessa un elemento di rischio.
Esiste inoltre un tema di complessità del processo. Agricoltori, intermediari, compagnie, Consorzi di Difesa e amministrazioni devono confrontarsi con una quantità significativa di regole, dati e procedure. Ogni disallineamento genera costi, ritardi e incertezza. Credo quindi che il salto di qualità necessario sia passare da una logica prevalentemente amministrativa a una logica di servizio all’impresa con procedure più veloci ed una maggior integrazione tra i soggetti all’interno del processo.
In generale sulla gestione del rischio, quali sono le principali criticità del sistema italiano?
A mio avviso una delle principali criticità è la frammentazione. Abbiamo molte competenze, diversi strumenti e importanti risorse pubbliche, ma spesso vengono gestiti come elementi separati. Manca ancora una vera architettura integrata del rischio.
Il secondo tema riguarda la dipendenza del mercato assicurativo dal sistema delle agevolazioni. Il sostegno pubblico è fondamentale e deve rimanere un elemento importante del sistema, ma se la domanda assicurativa è guidata prevalentemente dall’incentivo economico si rischia di perdere di vista il principio tecnico fondamentale: assicurare correttamente il rischio che può compromettere l’impresa.
Un terzo problema riguarda la stabilità delle regole. L’assicurazione lavora sulla capacità di valutare e prezzare un rischio nel tempo. Se la cornice normativa e operativa cambia frequentemente, diventa più difficile per compagnie, intermediari e aziende programmare. Dal 2026, con un PGRA biennale, si è in parte dato una risposta a questo problema.
Infine esiste una questione di cultura del rischio. Dobbiamo far crescere la capacità dell’imprenditore agricolo di ragionare in termini di probabilità, severità, patrimonio esposto e capacità finanziaria di assorbire una perdita.
Quali sviluppi si aspetta nei prossimi anni e cosa potrà influenzare maggiormente il settore della gestione del rischio in Italia?
Vedo almeno tre grandi trasformazioni.
La prima sarà tecnologica. Avremo una capacità molto superiore di profilare più correttamente il rischio grazie a dati satellitari, informazioni meteorologiche, sensoristica, modelli climatici e intelligenza artificiale. Questo consentirà una tariffazione più granulare, underwriting più consapevole e una gestione dei sinistri più rapida. Ma la tecnologia non sostituirà la competenza tecnica: la renderà ancora più importante, perché qualcuno dovrà interpretare correttamente quei dati e trasformarli in decisioni. Tecnologia che potrà essere messa a disposizione del cliente stesso.
La seconda trasformazione sarà finanziaria. Con rischi sempre più correlati e potenzialmente sistemici, non possiamo immaginare che tutto venga trasferito alle compagnie assicurative. Dovremo costruire una migliore stratificazione del rischio tra impresa, mutualità, assicurazione, riassicurazione e intervento pubblico.
La terza sarà culturale. L’agricoltura dovrà progressivamente adottare una concezione più finanziaria della gestione aziendale. Proteggere una coltura sarà importante, ma sempre più importante sarà proteggere la capacità dell’impresa di continuare a investire, produrre e generare reddito dopo un evento avverso.
Per questo credo che il settore evolverà dal semplice risk transfer verso un vero risk management integrato.








