Donne in agricoltura, da manodopera invisibile a protagoniste del cambiamento

Maria Caterina Armella (1892), pioniera dell’orticoltura nel Tortonese e alla guida dell’azienda agricola di famiglia dal 1924. Nella foto, scattata nel 1973, legge il numero 23 di Terra e Vita, fresco di stampa
Il 15 ottobre ricorre la Giornata internazionale delle donne rurali. Da Eva Mameli Calvino a Barbara McClintock, fino alle imprenditrici di oggi, un percorso fatto di scoperte scientifiche, innovazione e coraggio. Molte barriere sono cadute, ma restano disparità nell’accesso alla terra, nei redditi e nelle opportunità professionali

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Onu), attraverso la risoluzione 62/136 del 18 dicembre 2007, ha istituito la Giornata Internazionale delle Donne Rurali, fissandone la celebrazione al 15 ottobre di ogni anno.

Questa ricorrenza, che nel 2026 assume un'importanza strategica nel quadro degli obiettivi dell'Agenda 2030, nasce con il duplice intento di riconoscere formalmente il ruolo cruciale della componente femminile nello sviluppo agricolo e rurale e di denunciare le perduranti asimmetrie strutturali che ostacolano il pieno raggiungimento della parità di genere nel settore primario. Le donne rurali costituiscono oltre un quarto della popolazione mondiale e rappresentano, a livello globale, circa il 43% della forza lavoro agricola, rivelandosi figure centrali per la sicurezza alimentare e la gestione sostenibile del territorio.

Negli ultimi tre secoli circa la figura femminile in agricoltura ha vissuto un complesso passaggio sociologico, giuridico e scientifico che ha visto le donne affrancarsi dalla subalternità di semplice manovalanza e "coadiuvante" familiare, per affermarsi come ricercatrici di fama internazionale, consulenti tecniche e imprenditrici agricole innovative. Tuttavia il "soffitto di cristallo" nelle aree rurali non è ancora del tutto abbattuto.

Dalla subalternità all'esplorazione botanica

Per secoli, il ruolo della donna nell'economia rurale è stato pressoché confinato alla pura manovalanza: le donne costituivano una forza lavoro invisibile, piegata nei campi per le mansioni più usuranti o relegate alla mera sussistenza degli orti domestici, prive di alcun potere decisionale o formale riconoscimento. Fino alle soglie dell'età dei lumi, il rapporto tra le donne e l’agricoltura era confinato a conoscenze empiriche di tipo erboristico o terapeutico legate al mondo della botanica, spesso tramandate oralmente, come testimoniato fin dal medioevo dalla figura di Trotula de Ruggiero presso la Scuola Medica Salernitana. Con l'avvento del Settecento, l'Italia divenne teatro di precoci tentativi di emancipazione accademica, culminati nel 1732 con la laurea in filosofia naturale conseguita dalla bolognese Laura Bassi, seguita da altre figure pionieristiche in Europa come la medica tedesca Dorothea Christiane Erxleben.

Tuttavia, nello specifico ambito botanico e agronomico, le donne dovevano spesso accontentarsi di un ruolo amatoriale, relegato alla "botanica per signore", considerata un diletto aristocratico in cui la scienza si stemperava in digressioni mitologiche. L'affermazione in questi campi richiese pertanto atti di straordinaria audacia, capaci di sfidare le convenzioni sociali e legali dell'epoca per transitare dal mero diletto alla vera indagine sul campo.

L'epopea di Jeanne Baret e le pioniere del Settecento

Jeanne Baret

Il caso più emblematico di questa tensione tra vocazione scientifica e restrizioni di genere è incarnato da Jeanne Baret (1740-1807), considerata la prima donna ad aver compiuto la circumnavigazione del globo. Nata in Borgogna da una famiglia di braccianti agricoli e dotata di profonde conoscenze empiriche delle piante officinali, Baret divenne assistente del naturalista Philibert Commerson. Nel 1766, in occasione della grande spedizione scientifica guidata da Louis-Antoine de Bougainville, Baret fu costretta a travestirsi da uomo per aggirare le ferree ordinanze della marina francese, che proibivano l'imbarco alle donne.

Sotto mentite spoglie Baret sopportò condizioni di vita estreme sulla nave Étoile, svolgendo un lavoro scientifico monumentale. Fu lei, di fatto, a raccogliere, classificare e catalogare migliaia di campioni vegetali in Sud America e nel Pacifico, inclusa la scoperta della celebre pianta ornamentale successivamente denominata Bougainvillea e di altre specie a lei dedicate, come il Solanum baretiae. Al suo rientro in Francia, il suo valore scientifico e il suo comportamento esemplare furono tali che, nel 1785, il Re Luigi XVI le concesse una pensione statale, riconoscendola ufficialmente come una "donna straordinaria" e una botanica di eccezionale perizia.

Nello stesso secolo, in Inghilterra Mary Delany (1700-1788) contribuisce alla diffusione della classificazione linneana e alla creazione di dettagliatissimi mosaici botanici in carta. Negli Stati Uniti, l'orticultrice Martha Daniell Logan (1704-1779) instaurò una fitta rete di scambi di sementi, ponendo le basi per l'agricoltura commerciale delle colonie.

L'Ottocento: l'emancipazione dal lavoro manuale e la nascita della fitopatologia

Il vero punto di flesso storico si verificò nel corso del XIX secolo, quando le donne iniziarono a farsi strada negli istituti di ricerca, trasformando il loro apporto da semplice manodopera agricola a contributi scientifici di altissimo livello. In Italia, la botanica Elisabetta Fiorini Mazzanti pubblicò nel 1831 lo Specimen Bryologiae Romanae, mentre la belga Marie-Anne Libert fu insignita di una medaglia d'oro al merito dall'imperatore di Prussia per i suoi studi crittogamici.

Eleanor Anne Ormerod

Verso la fine dell'Ottocento, il contributo femminile si istituzionalizzò nella ricerca applicata finalizzata alla difesa delle colture, divenendo essenziale per il progresso economico agricolo. In Gran Bretagna, Eleanor Anne Ormerod (1828-1901) divenne una figura chiave nell'istituzionalizzazione dell'entomologia. Grazie ai suoi rapporti annuali sugli insetti nocivi e ai suoi studi sull'impatto meteorologico, divenne consulente per la Royal Agricultural Society e, nel 1878, la prima donna ammessa alla Meteorological Society, guadagnandosi l'appellativo di "protettrice dell'agricoltura".

Negli Stati Uniti, il passaggio all'inquadramento statale si materializzò nel 1887 con Effie Southworth, assunta come prima ricercatrice presso la sezione di micologia del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti (Usda), fornendo la prima eziologia dell'antracnosi del cotone (Colletotrichum gossypii).

Contemporaneamente, Angelina Eilshemius Hesse, pur non essendo una ricercatrice ufficiale, intuì l'uso dell'agar-agar come substrato solido termoresistente per la coltura in vitro: un'innovazione che permise a Robert Koch di rivoluzionare la microbiologia e la nascente patologia vegetale.

Il Novecento: l'accesso accademico e le pioniere delle scienze agrarie

Margaret Newton

Il XX secolo segnò la rottura definitiva del monopolio maschile nei dipartimenti universitari di agraria. La canadese Margaret Brown Newton (1887-1971), prima donna nel suo Paese a conseguire un dottorato in Scienze Agrarie (1922), condusse studi genetici fondamentali sulla ruggine dello stelo del frumento (Puccinia graminis), identificandone le razze fisiologiche.

In Olanda, Johanna Westerdijk (1883-1961) si impose come la "gran dama della patologia vegetale", divenendo la prima donna nominata professoressa associata nei Paesi Bassi (1917) e guidando le pionieristiche ricerche sulla letale grafiosi dell'olmo, affiancata dalla sua brillante allieva Marie Beatrice Schwarz. In Portogallo, Mathilde Bensaúde dimostrò per prima l'eterotallismo nei funghi basidiomiceti e fondò il Servizio di Quarantena Fitopatologica nazionale.

L'eccellenza Italiana: Eva Mameli Calvino e Jole Ceruti Scurti

Eva Mameli Calvino

In Italia, le scienze agrarie trassero immenso giovamento dall'opera di ricercatrici illustri. Eva Mameli Calvino (1886-1978), madre del famoso scrittore Italo, divenne nel 1915 la prima donna in Italia a conseguire la libera docenza in botanica. Trasferitasi a Cuba nel 1920 per dirigere il dipartimento di botanica della Stazione Sperimentale Agronomica di Santiago de las Vegas, condusse avanzati studi fisiologici su colture da reddito essenziali come canna da zucchero, canapa e tabacco, istituendo contemporaneamente scuole professionali per l'emancipazione delle donne dei campesinos. Rientrata a Sanremo, introdusse specie esotiche (pompelmo, kiwi, yucca) e nel 1931 fondò la rivista Il Giardino Fiorito, promuovendo una visione pionieristica della conservazione naturale.

Nel campo della micologia, Jole Ceruti Scurti (1922-1981) ha impresso un'orma indelebile. Divenne specialista del Servizio Fitosanitario del Ministero dell'Agricoltura e successivamente professoressa ordinaria all'Università di Torino. Le sue ricerche si concentrarono sui patogeni di colture nevralgiche (carbone del granoturco, oleocellosi degli agrumi) e sull'isolamento delle pericolose micotossine e aflatossine che contaminavano i mangimi minacciando la filiera zootecnica. Al Sud, Angiolina Oliveti, laureata in Scienze Agrarie, divenne un pilastro della modernizzazione in Calabria, introducendo il concetto di agriturismo per valorizzare l'identità territoriale in un panorama profondamente maschilista.

La rivoluzione genetica: il contributo di Barbara McClintock

Nel panorama delle scienze agrarie e biologiche del Novecento, un posto di assoluto rilievo spetta alla scienziata statunitense Barbara McClintock (1902-1992), figura che ha rivoluzionato la comprensione della genetica vegetale. Iscrittasi alla Cornell University, si scontrò con le rigide preclusioni accademiche dell'epoca: l'accesso ai corsi del dipartimento di miglioramento vegetale era infatti vietato alle donne. McClintock aggirò l'ostacolo iscrivendosi a botanica e specializzandosi in citologia, dedicando la sua carriera allo studio dei cromosomi del mais (Zea mays).

Barbara McClintock

Negli anni Quaranta e Cinquanta, attraverso la meticolosa osservazione delle mutazioni cromatiche nei chicchi delle pannocchie da lei stessa coltivate in un orto sperimentale, intuì che il genoma non era un'entità rigida e statica. Scoprì l'esistenza dei "trasposoni" (o jumping genes), porzioni di Dna in grado di spostarsi fisicamente da una posizione all'altra del cromosoma, alterando in tal modo l'espressione genetica e provocando mutazioni. Inizialmente osteggiata e incompresa da una comunità scientifica ancora fortemente ancorata ai paradigmi della genetica classica, la sua visione dinamica del Dna trovò pieno riscontro decenni dopo grazie all'avvento della biologia molecolare. Questa eccezionale tenacia e il valore inestimabile delle sue scoperte le valsero, nel 1983, il Premio Nobel per la Medicina (unica donna a riceverlo non condiviso per questa disciplina), consacrando definitivamente il suo impatto storico non solo nella genetica cellulare, ma in tutto il comparto del miglioramento agricolo moderno.

L'evoluzione dell'imprenditoria agricola

Mentre nelle università si abbattevano le barriere accademiche, nelle campagne si consumava una transizione altrettanto radicale: l'affrancamento dal ruolo giuridicamente inquadrato di "coadiuvante" per raggiungere il ruolo di capo azienda. Per decenni, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, il lavoro femminile nei campi è rimasto subordinato all'autorità del capofamiglia.

In tale quadro di rigidità normativa e culturale, spicca la parabola imprenditoriale di Armella Maria Caterina (classe 1892). Nel 1924, rimasta vedova giovanissima, assunse da sola l’intera gestione dell’azienda agricola di famiglia e negli anni ’30 è tra le primissime orticoltrici nel tortonese (Alessandria), caso pionieristico di assunzione diretta del rischio d'impresa. Medaglia d’onore 1943-1945, durante la seconda guerra mondiale offrì supporto morale e alimentare alla comunità durante l'occupazione, incarnando il coraggio della donna rurale e distaccandosi nettamente dalla figura di passiva forza lavoro: la sua azienda divenne un presidio di resistenza civile. È stata altresì produttrice emerita di diversi ecotipi locali orticoli, tra cui la fragola “Profumata di Tortona” e il pomodoro “Delizia di Tortona”, oggi riconosciuti Pat (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) dal Masaf.

Il profilo contemporaneo: innovazione, etica e sostenibilità

L'eredità di queste donne vive oggi in un modello manageriale "in rosa", fortemente orientato alla multifunzionalità, alla sostenibilità e all'etica.

Emilia Nardi, subentrata giovanissima nel 1984 alla guida delle Tenute Silvio Nardi a Montalcino (fondate nel 1895), ha trasformato l'azienda in una pietra miliare del Brunello, divenendo voce dell'imprenditoria rurale femminile fino alla sede centrale dell'Onu a New York. In Sicilia, l'imprenditrice agricola Valentina Blunda guida la cooperativa "Sicily Food Belice Valley" intrecciando la produzione di olive con l'economia solidale e la lotta alla mafia, denunciando il caporalato e instaurando presidi di legalità. In Trentino, la vicenda di Agitu Ideo Gudeta, rifugiata etiope fondatrice de "La Capra Felice", ha lasciato un'eredità indelebile nell'agricoltura biologica e rigenerativa; dopo il suo tragico omicidio, in sua memoria è stato istituito un premio per sostenere le donne pioniere nell'agricoltura sostenibile.

Analisi strutturale

I dati dell'Istat (Censimento dell'Agricoltura 2020) e di Eurostat (2023) offrono una fotografia precisa della situazione femminile in agricoltura.

In Europa, le donne gestiscono circa il 32% delle aziende agricole. In Italia, i capi azienda donna sono il 31,5% del totale (circa 500.000 unità) e le donne occupate nel settore rappresentano circa il 30% della forza lavoro.

Tuttavia, persiste un forte divario strutturale (gender gap): un'azienda maschile nell'Ue è grande in media 21 ettari, contro i 9 ettari di quelle femminili (in Italia 12 ha contro 7,7 ha). Questo è il frutto di secolari schemi di trasmissione ereditaria patrilineare. Poiché i sussidi comunitari (Pac) premiano storicamente l'estensione fondiaria, le donne risultano strutturalmente penalizzate, generando un reddito medio inferiore del 42% rispetto agli uomini.

Nonostante la ridotta estensione fondiaria e un ritardo nella digitalizzazione (11,6% contro 17,7% degli uomini), l'imprenditoria femminile primeggia nell'istruzione avanzata nei comparti innovativi: nell'agricoltura biologica, il 55% delle donne a capo azienda possiede un diploma o laurea (contro medie nazionali inferiori). Esse guidano inoltre oltre il 34% delle strutture agrituristiche nazionali e dominano gli indici di sostenibilità ambientale e sociale (agricoltura multifunzionale).

Il ruolo contemporaneo: consulenza tecnica e ricerca scientifica

Negli ultimi decenni, l'emancipazione femminile nel settore primario si è consolidata non solo nella conduzione aziendale, ma anche nell'esercizio delle libere professioni tecniche e nella ricerca accademica e applicata.

I dati forniti dal Consiglio dell'Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali (Conaf) tracciano un quadro di forte dinamismo: nell'arco di dieci anni, il numero delle donne agronomo in Italia è cresciuto del 113% (a fronte di un +49% maschile), raggiungendo la quota di circa 4.000 professioniste iscritte all'albo. Oggi le donne rappresentano il 18% dell'intera categoria a livello nazionale, affermandosi in ruoli nevralgici per la consulenza strategica alle imprese, lo sviluppo dell'agricoltura di precisione, la certificazione e la sicurezza alimentare. Nonostante questi traguardi, il divario di genere permea ancora le professioni intellettuali: il Conaf segnala infatti che i redditi dei professionisti uomini superano mediamente di un terzo quelli delle colleghe, le quali spesso scontano difficoltà di inserimento legate alla complessa conciliazione tra la fase di avvio della libera professione (corsi di specializzazione ecc.) e l'esigenza di formare una famiglia.

Nel campo della ricerca scientifica, le donne sono oggi protagoniste assolute all'interno dei principali poli d'eccellenza, dai Dipartimenti Universitari di Agraria (come il polo universitario della Federico II di Napoli, riconosciuto al vertice nazionale nelle scienze agrarie) fino a centri di rilevanza statale come il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria). Numerose ricercatrici italiane guidano quotidianamente laboratori all'avanguardia in ambiti cruciali quali la genomica vegetale, la bioinformatica, il miglioramento genetico e l'ortoflorovivaismo, dimostrando come le scienze agrarie siano inestricabilmente connesse all'innovazione tecnologica e alla lotta ai cambiamenti climatici.

Il ruolo dell'Ue

Per mitigare i divari, l'Unione Europea ha promosso il progetto Grass Ceiling (Gender Equality in Rural and Agricultural Innovation Systems), finanziato con 2,8 milioni di euro (2023-2025) e attivo in nove nazioni. Tramite nove Living Labs, 72 innovatrici rurali collaborano con enti accademici per creare strumenti come il Rural Women Innovation Compass e introdurre metodi di gender proofing nei bilanci agricoli. Il fine è transitare verso impegni vincolanti nella futura Politica Agricola Comune (2028-2034), garantendo l'allocazione equa dei fondi a prescindere dall'estensione fondiaria.

L'agricoltura sarà sempre più donna in futuro?

Alla luce dell'analisi storica e statistica, è possibile rispondere in modo inequivocabilmente affermativo alla prospettiva che l'agricoltura sia, e sarà, "sempre più donna", sebbene ancora diversi ostacoli restino da superare. I più recenti studi ed elaborazioni statistiche forniti da enti e organismi ufficiali certificano infatti una vitalità del comparto femminile che supera di slancio quella maschile.

Sebbene il numero complessivo delle aziende agricole sia in contrazione, quelle a guida femminile hanno registrato negli ultimi cinque anni tassi di crescita nettamente più intensi: in diverse aree del territorio nazionale le imprese femminili sono cresciute del +2,9% a fronte di un modesto +0,3% di quelle maschili.

Guardando al futuro, i dati Eurostat confermano la propulsione di questo ricambio generazionale: sebbene a livello generale le donne gestiscano il 32% delle aziende agricole europee, tra i "nuovi agricoltori" la quota femminile sale sensibilmente al 38%. Il futuro del settore primario vedrà le donne protagoniste indiscusse non per i volumi di terra posseduta, ma per la convergenza tra agricoltura, sostenibilità ambientale e fornitura di servizi sociali: un ecosistema multifunzionale in cui la capacità manageriale femminile ha già dimostrato di essere un motore inarrestabile dell'innovazione rurale.

Un percorso che non è concluso

Le donne sono passate dall'essere manodopera invisibile a pioniere della fitopatologia ottocentesca, fino a raggiungere i vertici accademici con figure come Eva Mameli Calvino e Barbara McClintock, le cui formidabili scoperte nella genetica vegetale continuano a influenzare le basi dell'agronomia odierna. Nelle campagne, il coraggio di figure pionieristiche ha spezzato vecchi retaggi culturali, aprendo la strada alle odierne manager agricole.

Insomma, i dati confermano che l'agricoltura è strutturalmente proiettata a essere sempre più "donna", trainata da giovani imprenditrici che scommettono su istruzione, sostenibilità e multifunzionalità. Tuttavia, il traguardo della piena parità in ambito rurale dipenderà anche dalla capacità delle istituzioni di scardinare le ultime e pesanti barriere strutturali legate alla disparità fondiaria e sociale e agevolare allo stesso tempo l'accesso ai finanziamenti pubblici.

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