Siccità, in Polesine aglio e mais rischiano di scomparire

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Produzioni più che dimezzate per due eccellenze della zona e agricoltori allo stremo. L'anno prossimo quasi certa una riduzione delle superfici dedicate

Dopo il riso del Delta del Po, in grande sofferenza per la mancanza d’acqua, il Polesine chiuderà questa rovente estate con enormi perdite per altri due prodotti simbolo del territorio: l’aglio e il mais. Lauro Ballani, presidente di Confagricoltura Rovigo, il direttore dell’associazione Massimo Chiarelli e la consigliera regionale Laura Cestari hanno fatto un sopralluogo nel Medio Polesine nelle aziende agricole per toccare con mano gli effetti della siccità. Da Polesella a Frassinelle e Arquà Polesine il colpo d’occhio è desolante: il mais è ingiallito e verrà trinciato per essere inviato negli impianti a biomasse, mentre l’aglio, senz’acqua, non è cresciuto e le perdite supereranno il 50%.

Aglio, perso il 60% della produzione

I fratelli Rizzato hanno tre diverse aziende tra Frassinelle e Polesella. Coltivano mais, barbabietola e soia in rotazione, oltre a dieci ettari di aglio. Roberto Rizzato mostra l’aglio, un’eccellenza che corrisponde a 400 ettari coltivati in tutta la provincia, pari all’85% della produzione veneta. «Facevamo 10 quintali di aglio, ma quest’anno a causa della siccità ne porteremo a casa tre o quattro – spiega –. I bulbi sono piccolissimi, perché senza pioggia non si sono sviluppati. Valevano 285 euro al quintale, ma l’industria ci ha già detto che ce li pagherà meno, quando dovremmo prendere di più perché i costi sono triplicati. Siamo alla quarta generazione, la mia famiglia ha sempre fatto aglio. Ma penso che questo sarà l’ultimo anno. Un’altra annata così, senza reddito, non possiamo permettercela, perché dovremmo vendere i beni di famiglia per sopravvivere».

«Tutto l’aglio del territorio è in sofferenza ed evidenzia calibri piccoli – conferma Enrico Suriani, produttore e commerciante di aglio bianco polesano Dop con sede a Rovigo, che vende a grossisti e grande distribuzione –. Si fatica a venderlo anche perché è un momento difficile sul mercato europeo e mondiale. Ci sono troppe giacenze in frigo a causa del calo dei consumi, perciò la domanda è bassa».

Mais, costretti a trinciare

Stefano Rizzato ha enormi distese di mais. Tutto giallo. Le pannocchie non si sono sviluppate a causa della siccità. Sono meno della metà e, al posto delle 700 cariossidi prodotte in annate normali, se ne contano una cinquantina. I trattori nei campi stanno trinciando tutto. «Non c’è più niente da salvare. Manderemo tutto al digestore di Guarda Veneta, che produce biogas – commenta amaro –. E questo significa che prenderemo 280 euro per ettaro quando le altre stagioni prendevamo 3.000 euro per ettaro per il trinciato. Solo il seme costa 250 euro. Come facciamo a starci dentro? Ho 57 anni, è l’annata peggiore della mia vita e so già che non farò più aglio, ma non so neanche cosa farò con il mais, perché dicono che le prossime estati saranno tutte come questa. Ho perso il 40% di grano e vedo male pure le barbabietole da zucchero. Cosa faremo? Pianteremo solo le colture autunno-vernine, che si raccolgono prima dell’estate? Una cosa è certa: non ci è mai successo di irrigare incessantemente per quattro mesi. E non potremo più farlo, perché, con i prezzi del gasolio saliti da 0,75 euro al litro a 1,40, non è economicamente sostenibile».

siccitàGrano falcidiato

Qualche chilometro più in là, ad Arquà Polesine, c’è l’azienda di Giorgio e Amedeo Rizzi. Dieci ettari di grano, che si sviluppano attorno a una villa veneta, con perdite del 50% e dieci ettari di mais con perdite dell’80%. «Qui non faremo più granoturco – scandisce Giorgio –. L’acqua non arriva, quindi con estati come questa è impensabile continuare con questa coltura. La trebbiatura costa più di quanto si guadagna con la resa, perciò conviene trinciare, che peraltro ha comunque un costo».

Troppi nodi per un solo pettine

A causa della siccità la provincia di Rovigo rischia di perdere migliaia di ettari di mais, dopo che già l’anno scorso ha visto un calo del 5,6% della coltura scendendo a 27.600 ettari. Il che significa meno mais ceroso destinato a foraggio per gli animali. «Stiamo perdendo tutti i produttori di aglio e cominciamo a perdere anche quelli di mais – dice il presidente Lauro Ballani –. La qualità del trinciato è bassa e la zootecnia ne risente. Le quotazioni dei cereali stanno precipitando. Quindi produciamo poco, prendiamo meno e spendiamo tanto. La frutta è scomparsa quasi tutta, basti pensare alle pere, che erano il fiore all’occhiello del Polesine e del Ferrarese. La poca rimasta ha pezzature così piccole da risultare invendibile. I prezzi del gasolio sono alle stelle e non possiamo irrigare. I tecnici ci dicono di lasciare metà dei raccolti nel campo. Le nostre aziende agricole sono in ginocchio.

«Bene lo stato d’emergenza a causa della siccità, ma bisogna riempirlo di risorse, da assegnare alle imprese che hanno davvero necessità per lavorare e investire – sottolinea –. Di fronte a scenari sempre più torridi e siccitosi dobbiamo capire come intervenire e cosa fare in futuro. Per il Po servirebbe un generale Figliuolo che decida il da farsi: servono altre barriere anti sale? O è meglio garantire un flusso minimo per mantenere il cuneo a mare? Anche con i consorzi bisognerà studiare un regolamento irriguo, per evitare perdite. E poi bisogna fare ricerca, andare avanti con le biotecnologie. Ci sono mais a basso consumo idrico, dobbiamo superare i pregiudizi ideologici e guardare alle migliori soluzioni per produrre cibo».

Siccità, in Polesine aglio e mais rischiano di scomparire - Ultima modifica: 2022-07-12T14:56:24+02:00 da Terra e Vita

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