Un ruolo diverso e più consapevole per l’agricoltura

agricoltura
Marino Mosconi, agricoltore di Ancona
Partendo dal commento all'editoriale di Frascarelli su Terra e Vita n.37/2018 dedicato alla "Pac che può essere... stupefacente", un nostro lettore analizza lo stato di salute dell'agricoltura italiana. «Che - sottolinea - deve staccarsi dall'industria»

L’insostenibilità economica di molte aziende agricole rimane. Così come la scarsa competitività di molte produzioni. E per molti agricoltori i fondi della Pac rappresentano quel filo d’ossigeno che allunga l’agonia…

Stupefacenti a parte qualcuno deve preoccuparsi di dare un senso all’agricoltura italiana di oggi che non è più quella dello slancio produttivistico seguito all'ormai lontana rivoluzione verde post-bellica.

La bilancia commerciale dei prodotti agroalimentari rimane ancora negativa. Dietro all’enfasi dell’export c’è il sostanziale deficit verso le importazioni.

Numeri che non tornano

Esportiamo 41 miliardi ma ne importiamo 45 di agroalimentare, importiamo/consumiamo il 110% di quello che esportiamo/vendiamo a terzi e, di quello che mandiamo fuori, l’83% (34 miliardi) è prodotto/venduto dal manifatturiero (industriale).

Esportiamo 7 miliardi di prodotti strettamente agricoli e ne importiamo 14,5; importiamo il doppio di quello che esportiamo a livello di produzione agricola.

Siamo un Paese manifatturiero e stiamo bene nel libero mercato, dicono gli smart-profeti ma nel libero scambio - agroalimentare - compriamo 4 miliardi più di quello che vendiamo. E tanta parte di quello che vendiamo è fatto con materia prima d’importazione (con buona pace del pensiero fisiocratico).

Il manifatturiero-industriale-alimentare italiano gode di ottima reputazione a livello globale e vende prodotti con buon valore aggiunto ottenuto anche con materie prime di basso costo… chapeau!

L'agricoltura deve redimersi

E l’agricoltura? La produzione italiana non riesce a soddisfare la crescente domanda dell’industria alimentare. Qual è l’opportunità che ne scaturisce per il settore primario nazionale? Aumentare la produzione!  Ipse dixit lo smart-pensiero.

Crescere la produzione agricola e integrarsi col settore manifatturiero? Che significa? Forse adeguarsi? Forse offrendo più quantità (senza meno qualità)?  Forse offrendo meno quantità ma offrendo l’assist per una confezione più etica e più remunerativa?

Il senso dell’agricoltura italiana oggi è di smarcarsi dall’industria agroalimentare!

Ammettere che si è lasciata “integrare” nel prodotto (cibo) ben processato, ben conservato, ben presentato… e di aver sbagliato lasciandosi scippare un’immagine costruita nel tempo con la sua “Civiltà Rurale” dei diversi territori.

Ammettere che si è lasciata “infinocchiare” da patronati sedicenti amici… e redimersi.

Redimersi non è continuare a credere alle varie forme di patronato.

Redimersi è riflettere sui numeri:

Oltre un milione di proprietari di fondi agricoli, 12 milioni di ettari coltivati a vario titolo, più di un milione e mezzo di iscritti a un solo patronato, almeno un’altra metà iscritti agli altri aventi diritto a dire la propria singolarmente e insieme… e contoterzisti (post-industriali che chiedono un posto tra i contadini) con almeno tre patronati a rappresentare meno di 40.000 ditte (di cui almeno la metà già agricole).

Statistiche “trilussiane” che evidenziano metà della s.a.u. a seminativo ma sottolineano che la Pac vale solo il 28%...mediamente.

Valore del settore alimentare 140 miliardi di cui meno del 30% in esportazione (significa che quasi 3/4 ce lo mangiamo noi).

Valore della produzione vegetale in campo 28 miliardi, valore della produzione zootecnica 18 miliardi, valore della produzione “secondaria” (agriturismi e trasformazioni domestiche) 1,5 miliardi.

Agli esperti frequentatori di dati lascio il compito di definire le diverse quote di auto-approvvigionamento per le principali coltivazioni (frumento tenero e duro, riso, latte fresco, burro e formaggi, carni bovine-suine-avicole, olio d’oliva, zucchero, pomodoro e così via) e di trarre le conseguenze…

Una riflessione sul grano duro

Io mi permetto una riflessione - sola - sul frumento a grano duro: checchè si sbandieri che dobbiamo importare per soddisfare l’industria della pasta, la produzione italiana copre il doppio di quanto si consumi in pasta (4 milioni/t al 67% = 47 kg pasta pro capite x 60 milioni di italiani), sottolineo: produciamo il frumento necessario per la nostra pasta, la qualità è tracciabile (anche dalle autostrade) e il prodotto finito è legato alla materia prima come il formaggio grana d.o.p. al latte italiano…duro

Una dop per la pasta italiana per gli italiani? Tre dop per i tre diversi distretti? Latte italiano – grana italiano, frumento italiano – pasta italiana? E che l’industria vada per la sua strada… senza scimmiottarla con confezioni di anonime qualità soggettive e sconosciute, solo infiocchettate per dirsi di nicchia.

 

Un ruolo diverso e più consapevole per l’agricoltura - Ultima modifica: 2019-01-08T17:46:29+00:00 da Gianni Gnudi

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