Idee virtuose per affrontare l’emergenza coronavirus

E progetti per la ripartenza post covid-19

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Alessandro Dordoni, giovane suinicoltore lombardo che gestisce un allevamento a ciclo chiuso di 700 scrofe
«Gli effetti del coronavirus ci hanno costretto a trovare delle soluzioni alternative per mantenere la liquidità aziendale, senza compromettere il benessere degli animali». Lo racconta Alessandro Dordoni, giovane suinicoltore lombardo

L’emergenza sanitaria da coronavirus, che ha portato alla chiusura del canale Ho.Re.Ca. e a sostanziali mutamenti dei consumi, sta causando importanti ripercussioni sul settore suinicolo. Le macellazioni si sono ridotte del 20%, con oltre 200 mila capi su scala nazionale in arretrato, i prezzi all'origine hanno subito un’importante flessione, i prosciuttifici hanno rallentato le loro produzioni e i costi per l’alimentazione animale, a causa della maggior permanenza degli animali in stalla, sono aumentati. Nell'attuale situazione il problema più grande che il suinicoltore sta affrontando è lo smaltimento delle giacenze dei propri animali. Molte scrofaie sono piene di suinetti rimasti invenduti. E questo comporta delle problematiche sia in termini di benessere animale sia di sostenibilità economica per le aziende.

 

 

Alessandro Dordoni, giovane suinicoltore anghino della provincia di Pavia, spiega come la sua azienda agro-zootecnica a carattere familiare stia riuscendo a tamponare questa situazione difficile. «Per via della riduzione delle vendite dei prosciutti, causata dall'emergenza coronavirus, abbiamo avuto un calo sul ritiro degli animali pronti alla macellazione del 40%. Ma siamo riusciti a non creare sovraffollamento in stalla». Pragmatismo, innovazione, economia circolare, benessere animale: i punti di forza dell’azienda Dordoni sui quali Alessandro sta puntando.

 Alessandro, qual è il tuo ruolo in azienda?

«Sono un tutto fare. Ho ventotto anni e da cinque anni lavoro a tempo pieno nell'azienda di famiglia fondata da mio nonno Marcello, oggi gestita da mio padre Francesco. Abbiamo un allevamento a ciclo chiuso di 700 scrofe su 350 ettari. La nostra è anche un’azienda cerealicola, coltiviamo mais (per il 60%) riso (30%) e orzo (10%). Il mais e l’orzo che produciamo sono destinati interamente per l’integrazione dell’alimentazione dei suini. In questo modo riusciamo a limitare l’acquisto di materie prime esterne. Ho sempre voluto fare questo lavoro. Non ho terminato per pochi esami la laurea in ingegneria aerospaziale perché volevo andare continuamente in azienda per apprendere più cose possibili. L’allevamento è la mia passione e il mio futuro».

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Veduta dall'alto dell’azienda Dordoni. In primo piano l’impianto di biogas da 300kW e i capannoni dove vengono allevati i suinetti in modo sperimentale

La vostra produzione di suini media annua a quanto ammonta?

«Alleviamo circa 15 mila suini che vendiamo al settore della macellazione, per un fatturato medio annuo di 4-5 milioni di euro. La nostra azienda vende suini per il prosciutto di Parma. Per tutte le varie fasi dell’allevamento, dalla nascita dei suinetti, allo svezzamento, all'ingrasso, fino al ciclo riproduttivo, seguiamo i rigorosi standard stabiliti dal disciplinare di Parma».

Coronavirus, come l'emergenza ha influito sulla vostra attività?

«Le diminuzioni delle macellazioni causate dai cali delle vendite dei tagli di carne suina, accompagnati anche da una riduzione delle vendite dei prosciutti, hanno causato un importante rallentamento nei ritiri dei capi. Tra marzo e aprile abbiamo avuto un calo del 30-40% sul ritiro degli animali. Questo ci ha costretto a trovare delle soluzioni alternative per mantenere la liquidità aziendale, senza compromettere il benessere dei nostri animali. Il primo obiettivo è stato non creare sovraffollamento in stalla».

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Scrofa che allatta

Coronavirus, quali soluzioni avete adottato per non creare sovraffollamento?

«Inizialmente abbiamo cercato di sopperire al calo dei ritiri provando a vendere i suinetti appena svezzati. Siamo riusciti a tamponare l’emergenza coronavirus per i primi tempi in questo modo. Poi anche le vendite dei suinetti sono calate perché gli allevatori non hanno più acquistato i suinetti poiché non riuscivano a venderli e rischiavano a loro volta il sovraffollamento. La vendita dei suinetti in ogni caso, a lungo andare, avrebbe portato alla nostra azienda a un buco nelle vendite dei suini. Allora abbiamo deciso di cambiare strategia. E abbiamo iniziato a contattare più macelli, chiedendo se avessero la possibilità di ritirare qualche partita di animali. Ci siamo riusciti e per il momento, anche se al limite, non abbiamo un sovrannumero di animali in azienda».

Queste soluzioni vi hanno permesso anche di non perdere importanti quote di fatturato?

«Certamente queste soluzioni ci hanno permesso e ci stanno permettendo di andare avanti. Anche se tra marzo e aprile il calo del fatturato è stato comunque considerevole, abbiamo registrato una diminuzione di circa il 33% rispetto ai primi due mesi di quest’anno. Basti pensare che a inizio anno un caminon con una partita di suini venduti valeva 45 mila euro, oggi ne vale 30 mila. Credo ci sia l’urgenza di trovare delle soluzioni efficaci per il settore. Se questa situazione di emergenza da coronavirus dovesse protrarsi ancora per tutta l’estate sarebbe davvero difficile riuscire a mantenere una sostenibilità economica per l’azienda».

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Alimentazione dei suinetti integrata con la produzione di mais e orzo prodotti in azienda

Il settore dell’allevamento intensivo negli ultimi tempi è sotto l’occhio del ciclone, accusato di essere poco sostenibile e poco attento al benessere animale. Cosa ti senti di dire a riguardo?

«Da quando sono entrato in azienda il mio primo obiettivo e impegno è stato trovare le migliori soluzioni che favorissero il benessere animale. Noi allevatori non puntiamo allo sfruttamento dell’animale per trarre maggior profitto, incuranti dell’ambiente. È esattamente il contrario. L’allevatore ha tutto l’interesse nell'allevare in sicurezza rispettando tutte le norme. Gli animali che stanno bene e non sono stressati hanno un accrescimento di peso maggiore, un minor bisogno di cure con antibiotici, una mortalità più bassa e, di conseguenza, l’azienda ha un ritorno economico più alto. La nostra azienda negli ultimi tre anni ha investito tante risorse nel benessere animale e questo ci ha permesso di incrementare del 10% la produzione, e dunque anche i ricavi dal venduto alla macellazione. Il benessere dell’animale si riscontra anche nella qualità delle carni che il consumatore acquista. Una informazione non corretta danneggia l’intero comparto e il consumatore».

Quali strategie hai messo in campo per migliorare il benessere dei tuoi animali? E quali risultati hai ottenuto?

«Ho adottato degli accorgimenti semplici ma molto efficaci. Prima di tutto ho ridotto il numero degli animali nelle stalle. Ho aumentato le analisi su acqua e farine che i suini assumono. E recentemente sto sperimentando una tecnica che ho appreso in Olanda, durante uno dei miei viaggi formativi per gli allevamenti più innovativi e virtuosi del nord Europa, che sta portando ottimi risultati. Ho inserito, in modo funzionale, molti materiali manipolabili e edibili, come paglia e legnetti, all'interno delle stalle dei suini. Questo fa si che gli animali siano molto meno stressati, giochino con i legnetti, e non si mordano le code. Ho adottato questa soluzione nel 60% delle stalle e oggi ho quasi tutti i suini con la coda e con performance produttive migliori. Il mio obiettivo è convertire tutte le stalle in questa modalità: meno animali in ciascun box, più paglia e più legno. Queste strategie volte al benessere animale ci hanno permesso anche di ridurre l’utilizzo degli antibiotici negli ultimi tre anni del 20%».

Suini - con la coda - che giocano nei box sperimentali con materiali manipolabili

In azienda avete puntato anche sull'economia circolare. Quali i vantaggi nell'investire nelle energie rinnovabili?

«Esattamente. Nel 2002 abbiamo installato un impianto fotovoltaico di 150 kW. Nel 2015 abbiamo avviato un piccolo impianto di biogas di 300 kW che riusciamo a far andare interamente con i nostri scarti (reflui, farine, ecc…), senza dipendere dall'acquisto di reflui e dunque non compromettendo la sostenibilità economica. L’energia prodotta dai nostri impianti la utilizziamo per il mantenimento dell’azienda, la parte in eccedenza viene immessa nella rete di energia nazionale. L’investimento in energie rinnovabili, seppur importante, non ha compromesso la liquidità dell’azienda e ci ha permesso di rientrare con le spese nei tempi stimati. Anche i guadagni che ne derivano sono in linea con quanto avevamo stimato prima della loro attivazione».

Da giovane quali innovazioni tecnologiche hai portato in azienda?

«La tecnologia per un allevamento moderno è fondamentale. Ad oggi abbiamo implementato un software che ci consente di monitorare da remoto l’alimentazione automatizzata dei suini. Gestiamo le razioni alimentari rispettando i fabbisogni e le diverse fasi di vita dei suini. Per quanto riguarda le stalle, abbiamo fatto un importante investimento sugli impianti di ventilazione per il raffrescamento degli animali e il riciclo dell’aria. Inoltre da due anni stiamo utilizzando diversi software per tracciare il rendimento produttivo delle scrofe e, con l’aiuto di alcuni genetisti, esaminiamo il loro patrimonio genetico. Lavorare sul miglioramento genetico ci permetterà di selezionare animali più sani e più produttivi».

Suinetti in fase di svezzamento. L'alimentazione è automatizzata e controllabile da remoto

Post coronavirus, quali progetti metterai in campo per la tua azienda?

«Prima della pandemia da coronavirus era mia intenzione investire nella completa digitalizzazione e automatizzazione della gestione aziendale. L’idea era convogliare tutte le attività in un unico software gestionale da utilizzare anche attraverso una applicazione per smartphone, in modo tale da non dover apportare manualmente alcuna modifica, come oggi facciamo, per esempio, con la correzione delle percentuali delle dosi alimentari giornaliere dei suini. E’ un progetto che riprenderò appena sarà possibile.

Sul fronte del benessere animale l’obiettivo sarà avere il 100% dei suini con la coda. Mentre per quanto riguarda l’alimentazione, vorrei incrementare nella dieta dei suinetti l’utilizzo di integratori naturali. Una strategia nutrizionale volta a migliorare l’efficienza delle funzioni della barriera intestinale, permetterebbe una riduzione dell’aggressione dei patogeni e delle tossine e un aumento delle difese immunitarie dell’animale. Tradotto: meno animali malati, meno antibiotici utilizzati. La mia azienda punterà sempre più sul digitale, sul benessere animale e sulla sostenibilità. Il futuro degli allevamenti moderni non può prescindere da questi tre pilastri».

Idee virtuose per affrontare l’emergenza coronavirus - Ultima modifica: 2020-05-21T12:22:55+02:00 da Laura Saggio

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