Ungulati e agricoltura, convivenza possibile?

Ungulati sempre più presenti anche in pianura, ma non tutti hanno lo stesso impatto sull'agricoltura. Il capriolo è goloso di germogli può provocare seri danni agli impianti frutticoli. Le soluzioni per difendersi

Fino a qualche decennio fa il capriolo in Italia era considerato un animale selvatico di montagna e di collina, legato ad ambienti forestali e comunque assai poco presente in aree rurali di pianura. Infatti, per secoli i caprioli hanno subito la persecuzione da parte dell’uomo, a causa del prelievo incontrollato e alla restrizione del suo habitat naturale, per effetto dell’antropizzazione diffusa del territorio nazionale. La popolazione di questi ungulati in Italia era giunta così a una fortissima rarefazione, toccando i minimi storici nella prima metà del secolo scorso con poche e residue popolazioni sopravvissute nelle aree montane più amene dell’arco alpino e appenninico.

 

 

Dal secondo dopoguerra in poi la situazione è radicalmente cambiata in quanto si è assistito a incrementi di popolazione ed espansioni territoriali sorprendenti.

Quello che è accaduto è stata la conseguenza del boom economico degli anni ’50 e ’60 che, richiamando forza lavoro nelle aree urbane industrializzate, ha determinato lo spopolamento della montagna e delle aree di collina svantaggiate. Questo ha permesso alla natura di riprendersi i territori lasciati incustoditi dall’uomo, attraverso un processo di rinselvatichimento del territorio che ha determinato un conseguente aumento di gran parte delle popolazioni di ungulati selvatici. Parallelamente c’è stata anche una maggiore attenzione dell’uomo nei confronti della fauna selvatica in genere attraverso l’aumento delle aree protette, a interventi di ripopolamento e a una più attenta regolamentazione dell’attività venatoria.

Attuale distribuzione

Tutto ciò ha portato a una distribuzione attuale della specie pressoché continua su tutte le aree di collina e di montagna delle Alpi e degli Appennini centro-settentrionali fino a raggiungere anche ampi tratti di zone costiere. Più sporadica e localizzata è rimasta invece la diffusione del capriolo negli Appennini meridionali mentre manca totalmente in Sicilia e Sardegna.

Inoltre, negli ultimi anni la specie si è adattata a vivere anche in ambienti che all’apparenza sembravano inospitali, a elevato indice di urbanizzazione e dove sussiste una agricoltura intensiva, come la Pianura padana. Il capriolo si è dimostrato una specie ecclettica, in grado di adattarsi anche a situazioni diverse dai suoi habitat naturali, trovando addirittura vantaggi nei territori agricoli.

La specie si è dimostrata meno legata ai boschi rispetto a quanto si credeva nel passato in quanto riesce ad adattarsi anche a situazioni di assenza totale di formazioni arboree vere e proprie. Sono infatti sufficienti piccole aree a siepe o addirittura superfici a vegetazione erbacea spontanea (es. canneti) per consentire a un capriolo di svolgere il suo intero ciclo vitale. Ecco che da iniziali e sporadiche segnalazioni della specie al di fuori delle aree di montagna e di collina negli anni ’80 e ’90 si è giunti a oggi dove sussistono diffusi nuclei consistenti e che si riproducono in fretta in più aree agrarie e antropizzate di pianura. Un trend di espansione di areale che non sembra fermarsi e che renderà sempre più comune in futuro l’avvistamento di questa specie nella nostra pianura.

ungulati
La diffusione del capriolo in Italia

L’impatto con l’uomo

Tutto ciò comporta però dei continui riequilibri tra attività antropica e coesistenza con le popolazioni selvatiche di capriolo e in particolare con la stessa agricoltura. Come tanti altri casi di fauna selvatica, infatti, anche il capriolo ha il suo impatto negativo in agricoltura in quanto erbivoro e pertanto potenziale utilizzatore delle risorse agrarie. Va premesso tuttavia che il suo impatto non ha per fortuna la stessa negatività degli altri ungulati (quali cervo, daino e soprattutto cinghiale) in quanto il capriolo ha abitudini alimentari e soprattutto comportamenti decisamente meno impattanti.

Innanzitutto la specie è di piccole dimensioni, ha abitudini territoriali e soprattutto ha comportamenti meno gregari rispetto agli altri ungulati. La specie si autoregola e tende a distribuirsi in modo ampio e uniforme nel territorio in base alle disponibilità trofiche presenti, evitando così concentrazioni eccessive di popolazioni come invece avviene con altre specie quali daino e cervo. A causa delle limitate dimensioni del suo stomaco deve assumere alimenti più nutrienti rispetto agli altri ungulati che trova solo avendo a disposizione spazi ampi di territorio senza troppi competitori.

Il danno dovuto al prelievo delle coltivazioni agricole è per questo motivo limitato, in quanto difficilmente concentrato e localizzato nello spazio e nel tempo. Ama in particolare le coltivazioni a erbaio (es. medica), le cerealicole autunno-vernine nelle prime fasi di crescita, la soia e poche altre, ma senza provocare danni di impatto economico rilevante.

Esistono tuttavia delle colture agrarie particolarmente appetite dalla specie e dove si possono invece verificare danni ingenti come nel caso dei frutteti, dei vigneti e degli impianti arborei in generale. L’ungulato infatti predilige particolarmente i germogli e gli apici vegetativi delle specie arboree e arbustive in quanto ricche di sostanze nutritive e soprattutto disponibili tutto l’anno. Alimenti che trova facilmente nelle siepi campestri e nei margini dei boschetti ma purtroppo anche nei giovani impianti agronomici. In questi casi la presenza di una nutrita popolazione di tale ungulato può creare notevoli danni alle talee e giovani piante arboree in quanto può vanificare l’attecchimento dell’impianto.

Altri impatti sensibili si registrano occasionalmente nel caso di orticole specializzate dove il capriolo causa danni per asportazione del prodotto o danneggiamenti agli impianti stessi (es. alla pacciamatura).

Misure di difesa

Tra le misure di protezione delle colture per i giovani impianti arborei vi è innanzitutto la protezione individuale delle piantine tramite shelter purché queste siano alte almeno 100-120 cm e soprattutto siano ben ancorate e non facilmente scalzabili dal terreno. Un’alternativa altrettanto valida, anche per le coltivazioni orticole, è data dalle recinzioni che possono essere una soluzione per superfici piccole e soprattutto sono idonee alla difesa anche nel caso di presenza di cinghiali o cervi.

Più complesso è invece l’utilizzo di repellenti organici o chimici che risultano validi per la difesa puntiforme di una piccola area e che in ogni caso devono essere distribuiti ripetutamente in quanto non perdurano a lungo nell’ambiente. L’impatto maggiore della presenza del capriolo in aree agricole e antropizzate è tuttavia dato dal pericolo di collisioni ed incidenti stradali in genere. Ovviamente una maggiore densità di tali ungulati aumenta proporzionalmente la probabilità di impatti che date le dimensioni dell’animale possono essere particolarmente pericolosi per l’incolumità dell’uomo stesso oltre a causare danni materiali ai veicoli.

Per tutte queste motivazioni è quanto mai necessario attivarsi il prima possibile sulle possibili strategie di convivenza e di gestione della specie nelle aree agrarie di pianura dove la presenza del capriolo è già consolidata. È opportuno prevederne gli effetti nel lungo tempo, valutare le tipologie di colture possibili, il rischio di impatto e soprattutto considerare anche le misure di contenimento più appropriate senza arrivare a gestirne le emergenze.

Sicuramente la presenza del capriolo è un valore e una risorsa per la stessa biodiversità del complesso agricolo ma se i numeri di popolazione risultano consistenti e gli impatti sempre più elevati dovranno sempre più essere valutate con pragmatismo anche le azioni di controllo e di sostenibile gestione della specie.

Ungulati e agricoltura, convivenza possibile? - Ultima modifica: 2020-11-14T09:16:57+01:00 da K4

1 commento

  1. Purtroppo è l’animale uomo che ha sottratto e distrutto il territorio agli altri animali: per sopravvivere, ognuno si ingegna come può….
    Se fossimo un po’ di meno e rispettassimo maggiormente la natura territoriale, ci sarebbe spazio per tutti.

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