Da Grande Fiume a torrente: crolla la portata del Po e Anbi lancia l’allarme

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Portate in forte calo nel Delta e allerta anche su Adige e Brenta. Per i Consorzi di bonifica il nuovo regime idrologico impone infrastrutture di accumulo e una revisione delle regole sulla gestione dell’acqua

Il rapido calo della portata del Po riaccende l’allarme sulla gestione delle risorse idriche nel Nord Italia. A preoccupare è soprattutto la velocità con cui il Grande Fiume è passato, in pochi giorni, da oltre 1.000 a meno di 350 metri cubi al secondo a Pontelagoscuro, nel Ferrarese, scendendo ben al di sotto della soglia considerata critica per il funzionamento delle barriere antisale nel Delta.

Secondo Anbi, la situazione è il risultato di un cambiamento strutturale del regime idrologico. La progressiva scomparsa dei ghiacciai sta infatti riducendo quella funzione di “serbatoio naturale” che garantiva un rilascio costante di acqua durante la stagione estiva. I corsi d’acqua tendono così ad assumere un comportamento sempre più torrentizio, con le precipitazioni che defluiscono rapidamente verso il mare senza essere trattenute, come è giù avvenuto per le pur abbondanti piogge di inizio giugno.

Delta del Po già in emergenza

L’emergenza è particolarmente evidente nel Delta, dove l’acqua marina è risalita per circa dieci chilometri nell’entroterra. Per evitare la distribuzione di acqua salata ai campi, il Consorzio di bonifica Delta del Po ha disposto la chiusura di alcune derivazioni irrigue.

Massimo Gargano, direttore generale di ANBI, sottolinea come il problema non riguardi soltanto il Veneto. In Piemonte il Tanaro registra una portata inferiore del 90% rispetto ai valori abituali, mentre in Toscana l’Arno presenta flussi quasi dimezzati. Secondo l’associazione, l’acqua caduta con le precipitazioni di inizio giugno è già stata completamente scaricata a mare, evidenziando la mancanza di un sistema diffuso di invasi in grado di trattenere la risorsa.

Veneto sotto osservazione

La crisi idrica non interessa quindi soltanto il Po. In Veneto la situazione viene monitorata con crescente attenzione a causa della scarsa disponibilità di neve accumulata durante l’inverno, che sta riducendo gli apporti ai principali corsi d’acqua regionali.

Anbi Veneto segnala che, al momento, non si registrano fenomeni di ingressione salina su Adige e Brenta, ma il livello di allerta resta elevato, anche in vista dell’ondata di caldo prevista nei prossimi giorni e del conseguente aumento dei fabbisogni irrigui.

Particolarmente delicata la situazione nel comprensorio del Consorzio di bonifica Brenta, tra le province di Padova e Vicenza. La riduzione delle portate delle risorgive e del torrente Tesina ha già spinto il Consorzio a invitare cittadini e utilizzatori a un impiego parsimonioso della risorsa idrica. Se le condizioni dovessero peggiorare, non si escludono ulteriori misure di gestione dell’acqua disponibile.

Servono invasi e regole adeguate al nuovo clima

Per il presidente nazionale di Anbi Francesco Vincenzi, l’attuale situazione dimostra la necessità di adeguare le politiche idriche alla nuova realtà climatica. L’associazione chiede di accelerare la realizzazione del Piano invasi multifunzionali e il potenziamento della rete idraulica nazionale, ricordando come gli eventi meteorologici estremi abbiano provocato negli ultimi tre anni danni per circa 4 miliardi di euro l’anno.

Secondo Anbi, anche i criteri che regolano il Deflusso Ecologico dovranno tenere conto della trasformazione dei fiumi italiani, sempre meno caratterizzati da portate costanti e sempre più soggetti a brusche oscillazioni legate agli eventi meteorologici. Una questione che, oltre agli aspetti ambientali, riguarda direttamente la tenuta produttiva dell’agricoltura e la sicurezza degli approvvigionamenti idrici.

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