Nel numero 9 del 1986, Antonio Saltini firmava su Genio Rurale – una rivista dell'Edagricole che oggi non c'è più – un articolo dal titolo Agronomo: professione da reinventare. Il pretesto era l'arrivo in Italia di una società britannica di consulenza che offriva alle grandi aziende cerealicole un servizio di assistenza tecnica a contratto – analisi del terreno, programmi colturali, controlli periodici fitopatologici e vegetazionali – sul modello che in Inghilterra aveva consentito a centinaia di aziende di superare i 100 quintali di frumento e i 110 di orzo per ettaro.
Saltini ne traeva una provocazione rivolta all'intera categoria: mentre agronomi stranieri si rivolgevano alle aziende della Penisola per vendere consulenza tecnica a pagamento, quelli italiani cedevano terreno di fronte alla moltiplicazione dell'assistenza tecnica pubblica gratuita, non ancora capaci di affermare la propria specializzazione sul mercato.
Quarant'anni dopo, Giuseppe Concaro – fondatore di S.A.T.A. (Studio Agronomico Tecnico Associato) che poi diventerà SATA Srl, di cui oggi è presidente – ricorda quell'articolo come uno degli stimoli che contribuirono alla nascita proprio di una realtà dedicata alla consulenza agronomica, a Tortona, nell'alessandrino. Insieme a Matteo Domenico Bosso, attuale amministratore delegato, Concaro ripercorre quarant'anni di storia di Sata che sono anche una lettura della trasformazione che hanno avuto l'agricoltura, la filiera agroalimentare e il ruolo professionale dell'agronomo nel nostro Paese.
Un'avventura iniziata nel 1986
Sata nasce nell'inverno del 1986. Tre giovani laureati con specializzazioni complementari: uno orientato agli aspetti economici ed estimativi, uno a quelli commerciali, uno – Concaro – alla fitopatologia, con una specializzazione a Bologna e due anni di esperienza presso la cooperativa Apsov, dove aveva già condotto consulenza tecnica e prove sperimentali.
La svolta arriva dal contatto proprio con una società inglese che già dall'86 collabora con lo studio. Il modello operativo è quello descritto nell'articolo del 1986: consulenza tecnica su colture estensive, prove sperimentali in collaborazione con i dipartimenti di Bologna (come il prof. Brunelli) e Torino (soprattutto il prof. Garibaldi), prevalentemente su cereali ma anche su bietola, tabacco e orticole industriali. Dopo un breve periodo monocratico con Concaro, dello studio entrano a far parte dal 1988 l'agronomo Roberto Capurro e successivamente nel 2006 Matteo Bosso, dottore forestale, che ancora oggi fanno parte della Società.
Quando la Gdo cambiò il ruolo dell'agronomo
Un salto importante avviene a cavallo tra 1988 e 1989, quando Coop Italia lancia "Prodotto con Amore", la prima linea di prodotti ortofrutticoli a marchio della distribuzione italiana basata su disciplinari produttivi e tracciabilità, con l'obiettivo dichiarato di abbattere del 50% i residui di fitofarmaci rispetto alle soglie di legge. È, per l'epoca, un requisito tecnico avanzato. Coop si rivolge ai propri fornitori e chiede che si strutturino per garantirlo. Un fornitore di Casale Monferrato cerca un agronomo specializzato e lo trovai in Sata.
La tendenza cresce in tutta la Gdo: entro i primi anni Novanta escono Nature di Conad, poi Naturama di Esselunga, poi progressivamente le altre catene distributive italiane e straniere. «Chi ci mette il nome – Coop, Conad, Barilla, Mutti – vuole garanzie, e queste garanzie passano attraverso definizione di regole e controlli di diversa natura: in campo, nello stabilimento, sul prodotto», spiega Concaro.
Questa fase ridefinisce il profilo professionale dell'agronomo di filiera: non più solo consulenza in campo, ma presidio di un sistema che include produttori, centri di stoccaggio, cooperative e OP, confezionatori. Il lavoro si articola in progettazione di disciplinari, audit periodici, campionamenti per analisi, invio a laboratori per la verifica dei requisiti contrattuali.
Il laboratorio di analisi e i servizi normativi
Il laboratorio, appunto. Nei primi anni Novanta Sata si appoggia a laboratori emiliani, toscani e veneti. Nel 1993 è tra i fondatori di Cadir Lab, che dal 1995 entra nell'offerta commerciale come servizio integrato e oggi appartiene interamente al gruppo. Il laboratorio di analisi è il punto di svolta che distingue il servizio di controllo di filiera da una semplice consulenza: permette di verificare in modo indipendente il rispetto dei requisiti contrattuali e, con l'introduzione del campionamento operato da soggetto terzo, di garantire la tracciabilità dell'intero processo.
Nello stesso periodo si affianca un secondo asse di servizi, quello normativo: l'autocontrollo HACCP (direttiva 93/43/CEE,decreto legislativo 155/97), e successivamente i principali schemi certificativi volontari: EUREPGAP, (oggi GlobalG.A.P.), IFS. Si sviluppa anche un'attività strutturata di formazione, rivolta a capi filiera, responsabili di magazzino e produttori, su tematiche che i percorsi universitari non affrontavano perché legate a evoluzioni normative e di mercato ancora in corso. Il profilo tecnico dell'agronomo Sata si amplia: da agronomo di campo ad agronomo di sistema, capace di leggere e presidiare l'intera filiera.
La qualità che evolve
Concaro distingue almeno quattro accezioni di qualità nella filiera agroalimentare che si sono succedute e sovrapposte nel corso di questi quarant'anni di attività.
La prima, nata negli anni Novanta, è quella igienico-sanitaria: abbattimento dei residui di fitofarmaci, sicurezza alimentare.
La seconda concezione di qualità emerge tra la fine del primo e l'inizio del secondo decennio, quando alcune catene – Coop in testa – chiedono ai fornitori di implementare sistemi di gestione della qualità secondo la norma ISO 9000: qualità di processo, di organizzazione, di sistema.
La terza è merceologica e organolettica: prodotti con caratteristiche legate all'ambiente pedoclimatico, all'agrotecnica specifica, a genetiche particolari. Si afferma tra il 1995 e il 2005, soprattutto sull'ortofrutta, con la valorizzazione dei prodotti tipici.
La quarta, degli ultimi dieci anni, integra le prime tre alla sostenibilità ambientale.
Le colture estensive: cereali e pomodoro da industria
Fino al 2013 circa il presidio di filiera Sata riguardava prevalentemente l'ortofrutta. La scelta strategica di rafforzare la presenza sulle colture estensive – cereali, pomodoro da industria, nocciolo, riso – segue lo stesso schema già sperimentato con la Gdo: un soggetto industriale che investe sul proprio brand chiede ai fornitori standard tecnici verificabili.
Per i cereali Barilla, con la Carta del Mulino, ha indicato ai propri fornitori disciplinari che includono il divieto di seme riprodotto, la creazione di fasce fiorite per la biodiversità, requisiti igienico-sanitari estesi lungo tutta la catena, mulini e centri di stoccaggio inclusi. Il premio riconosciuto per i prodotti di filiera rispetto al prezzo convenzionale si è attestato storicamente tra il 10 e il 20%. Con Barilla, un modello simile è stato adottato da Mondelez, Saiwa, Galbusera e altri. Sul pomodoro da industria il primo riferimento è stato Mutti.

Sperimentazione e consulenza tecnica
La sperimentazione è stata da sempre un'asse importante dello studio agronomico alessandrino: già dall'86 si conducono prove con le università di Bologna e Torino e con le principali ditte agrochimiche. A metà anni Novanta si riduce per effetto della crescita del lavoro di controllo di filiera. Ma attorno al 2011-12 Sata decide di riprenderla in modo strutturato, con un responsabile dedicato e risorse distribuite per areale – nordovest, nordest, centro e sud. «Ci siamo resi conto che l'uomo Sata stava forse avendo troppo a che fare con le carte e la burocrazia», dice Concaro.
Rispetto ai classici centri di saggio, Sata colloca la propria sperimentazione in una fase più applicativa e di sviluppo: prove varietali finalizzate a definire quali genetiche inserire nei disciplinari per areale e destinazione d'uso, prove su fitofarmaci e biostimolanti funzionali all'aggiornamento delle strategie di difesa consigliate ai clienti di filiera. Il know-how che ne deriva alimenta la credibilità tecnica del personale negli audit e nelle consulenze: un agronomo che conosce le caratteristiche reologiche delle varietà di grano per areale e destinazione d'uso – biscotti, panificazione, lievitati – porta un livello di interlocuzione tecnica diverso rispetto a chi opera solo tramite una checklist.
Le nuove sfide della difesa fitosanitaria
Al di là delle problematiche esistenti, Roberto Capurro pone una forte attenzione sul grave problema delle avversità emergenti e sulle crescenti difficoltà di controllo delle erbe infestanti.
La progressiva riduzione dei principi attivi ammessi, lo sappiamo, è uno dei nodi più rilevanti degli ultimi anni. Bosso lo inquadra senza attenuanti: «È vero che mancano i mezzi, ma non si fanno tutti gli sforzi necessari per sfruttare tutta la conoscenza che è già disponibile in alternativa. Sembra che si tolgano solo mezzi di difesa, mentre non si fa abbastanza per usare quello che le tecnologie oggi consentono di mettere in campo. È fondamentalmente un problema di formazione e trasferimento di conoscenze».
Concaro individua quattro direttrici tecniche per aiutare ad affrontare questa sfida. La prima è il ritorno all'agronomia di base: rotazioni colturali, gestione della sostanza organica, fisiologia della coltura. «L'agronomo moderno deve essere un po' più agronomo "vecchio". La monocoltura ha messo in ginocchio la bietola, la cipolla, la patata.»
La seconda è la genetica, per le resistenze a patogeni e adattamento agli stress abiotici.
La terza è l'insieme delle tecnologie di monitoraggio e supporto decisionale: agrometeorologia, trappole, sensori, piattaforme Dss.
La quarta è l'uso degli agenti di biocontrollo, che Concaro definisce strumenti ad alta potenzialità ma che «richiedono competenze decisamente superiori rispetto a chi applicava un triazolo o un organofosfato a dose piena: richiedono conoscenza approfondita della fisiologia vegetale e capacità di adattare l'intervento all'andamento climatico stagionale.» A queste si aggiunge la tendenza di alcune colture a passare dal pieno campo alla coltura protetta, colture che fino a pochi decenni fa erano coltivate in pien'aria.
Accompagnare le aziende agricole in trasformazione
Concaro ci rivela un dato notevole: dei primi dieci clienti agricoli di Sata a fine anni Ottanta – aziende con almeno cento ettari nel nordovest e nel centro Italia – oggi ne risultano attivi due. È ovviamente un dato parziale, ma coerente con una traiettoria che vede una diminuzione costante del numero di aziende agricole, che «sono passate da oltre tre milioni nel censimento di metà anni Ottanta a circa un milione, con un numero di realtà produttivamente attive stimabile nell'ordine delle centinaia di migliaia. Le ragioni sono strutturali e in parte culturali: mancanza di ricambio generazionale qualificato, assenza di spirito imprenditoriale, gestione non sostenibile del capitale fondiario».
Mentre le esperienze di fondi di investimento entrati negli ultimi anni in comparti come nocciolo, noci e kiwi mostrano secondo Concaro i primi segnali di difficoltà soprattutto a causa di aspettative di rivalutazione fondiaria non verificatesi, è interessante la figura dell'imprenditore che proviene da altri settori – industria, commercio di mezzi tecnici, contoterzismo – e che entra in agricoltura con un approccio orientato al mercato e alla costruzione di filiere.
Intelligenza artificiale al servizio dell'agronomo
Sul tema dell'intelligenza artificiale (ia) la posizione di Sata si è evoluta rapidamente. Compilazione di quaderni di campagna, sintesi di piani di concimazione su base storica integrata con dati climatici e produttivi, audit a distanza su checklist strutturate, ricerche bibliografiche, riconoscimento di specie infestanti sono tutti compiti in cui, secondo Concaro, l'ia può dare una mano fondamentale. Ci sono però alcune caratteristiche in cui il vantaggio competitivo dell'agronomo di filiera, per Sata, rimane difficilmente replicabile: «La fiducia è una caratteristica che maturi nel tempo attraverso aspetti razionali ma anche emotivi: gestione dell'urgenza, problem solving, capacità di mediazione tra soggetti diversi – produttori, capi filiera, Gdo, enti certificatori. Esperienze sul campo che non sono nelle banche dati ma di cui l'agronomo è depositario». Sarà decisivo quindi, secondo Concaro, aggiornare le proprie competenze verso un profilo interdisciplinare, con integrazione tra hard e soft skills.

I prossimi quarant'anni
Nel 1986 Saltini si chiedeva se la consulenza agronomica privata a contratto potesse trovare spazio in un sistema agricolo italiano adagiato sull'assistenza tecnica pubblica. Quarant'anni dopo la risposta è nei numeri di Sata: una comunità professionale che cresce e attiva ogni giorno le sue competenze nel miglioramento della filiera agroalimentare italiana.
Le parole chiave che Concaro indica per il futuro – passione, studio, collaborazione, senso di responsabilità – non sono distanti da quelle che Saltini usava nel 1986 per descrivere ciò che mancava alla categoria. La differenza è che nel 1986 erano un auspicio. Oggi, almeno per chi ha scelto questa strada, quella dell'agronomo di filiera, sono anche un riscontro quotidiano sul campo.








