«Tecnica e competenze essenziali per lo sviluppo dell’agricoltura»

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Parla il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari Mario Braga che annuncia: presto nascerà una Fondazione per mettere in rete l’offerta formativa

Più qualità nei percorsi formativi, coinvolgimento dei giovani e più sinergia tra competenze e ricerca, per spingere il treno dell’agroalimentare italiano dai binari tradizionali a quelli dell’alta velocità. Questo in estrema sintesi il manifesto programmatico del presidente del Collegio nazionale dei periti agrari Mario Braga, che dopo un anno dal suo insediamento traccia anche un primo bilancio del lavoro svolto e annuncia la creazione di una Fondazione. Una categoria, quella dei periti, che intende collaborare e cooperare con tutte le professioni intellettuali dell’area tecnico-scientifica e diventare interlocutrice delle istituzioni pubbliche e private italiane ed europee. «Così si ammoderna e si fanno crescere l’agricoltura, il settore alimentare e si migliora l’ambiente del nostro straordinario e unico Paese».
Bresciano di Manerbio, 62 anni, sposato e padre di tre figli, Braga vanta una lunga carriera in politica e nelle organizzazioni dei periti agrari, oltre alla passione per la scrittura che l’ha portato a pubblicare diversi titoli tra saggi, romanzi e racconti.

Braga, qual è la novità principale dei suoi primi dodici mesi alla guida dei periti agrari?
«Abbiamo approvato numerose convenzioni e protocolli per sancire un nuovo patto per la qualità dei percorsi professionali. Grazie all’attenzione del Miur e del ministero della Giustizia, oggi periti agrari e periti agrari laureati intendono entrare negli Ita, negli Its e nelle Università per favorire quella relazione sinergica fra scienza e competenza che sta gradualmente riformando nel profondo la pedagogia professionale del nostro Paese. I nostri sforzi saranno concentrati per ripensare un modello che ancora fatica a riconoscere la professione intellettuale quale fattore essenziale e centrale dello sviluppo agricolo».

Su quali settori state puntando in particolare?
«Crescita e sviluppo di un modello agricolo che valorizzi tutte le potenziali eccellenze del nostro Paese. Non si lasciano indietro intere aree agricole in territori che hanno caratteriste pedoagronomiche e climatiche straordinarie. Il verde urbano e privato. Pensiamo ai problemi che ha vissuto Roma e ci rendiamo conto di come la rigenerazione urbana non può prescindere da una moderna visione e gestione del verde. Gli alimenti. Il nostro Paese, così come i paesi d’Europa, non riesce a quantificare il costo delle tossinfezioni alimentari stimate in circa un milione e mezzo all’anno. In Francia se ne stimano 3 milioni. L’etichettatura è un tema che sembra fare un passo avanti e tre indietro. La qualità della vita non può essere ostaggio dei mercati internazionali. La pianificazione della gestione delle acque superficiali e di falda. Dobbiamo ricostituire il polmone idraulico rappresentato dall’agricoltura e messo in discussione dalla cementificazione. La rigenerazione delle aree marginali e delle zone colpite da calamità naturali. E poi l’uso razionale dei fitofarmaci. Purtroppo non bastano le proteste dei cittadini della zona di Conegliano Veneto per implementare diffusamente una cultura dell’uso razionale di indispensabili prodotti per combattere i parassiti delle piante. Così come riteniamo rischioso affidare ad imprese senza professionalità riconosciute il compito di disinfestare le aree urbane e produttive (Pest Control). Preparazione e aggiornamento: requisiti obbligatori dei professionisti, non si improvvisano, né si possono omettere, si costruiscono, e il legislatore ha il dovere di riconoscerli e valorizzarli».

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Sono oltre 15mila i periti iscritti al Collegio nazionale. Quest'anno sono già 500 i corsi di formazione svolti

Quale valore aggiunto possono dare oggi i professionisti tecnico-agricoli agli agricoltori?
«I tecnici aiutano a trasferire in campo l’innovazione, accompagnano i processi di pianificazione, crescita e sviluppo delle aziende agrarie, sono al fianco degli imprenditori agricoli per aumentare la sicurezza sul lavoro, favoriscono il diffondersi della cultura dell’igiene e della sicurezza alimentare, senza escludere i processi di sostenibilità delle procedure produttive. E ancora: forniscono informazioni tempestive e dettagliate sulle opportunità offerte dalle istituzioni o dal sistema creditizio italiano».

Cosa sta facendo il Collegio per favorire l’accesso dei giovani alla libera professione?
«Aprendo le porte a un nuovo modello di professionalizzazione abbiamo coinvolto direttamente i giovani a comprendere quanto la libera professione può dare ad un sistema produttivo agroalimentare che vive purtroppo ancora ritardi strutturali. Un esempio su tutti. Quest’anno ben 51 ragazzi sosterranno l’esame di Stato provenendo da sole due province: Trento e Bolzano. Ragazzi che hanno incontrato i collegi territoriali, giovani che hanno vissuto l’alternanza scuola/lavoro/professione intellettuale, ragazze e ragazzi che hanno conosciuto il sistema produttivo agroalimentare.
Aiutare i giovani a capire le potenzialità della nostra agricoltura e dei soggetti che la caratterizzano significa favorire anche quel processo di ringiovanimento delle nostre imprese agricole e alimentari, nonché a valorizzare il debole e inadeguato settore della ricerca, sperimentazione, dell’assistenza tecnica e professionale».

A Bruxelles si discute della nuova Pac. Qual è il punto di vista dei periti agrari?
«I recenti gravi fatti della Puglia dovrebbero persuadere le istituzioni che, così come avviene in Lombardia, le scelte applicative della Pac devono vedere coinvolti direttamente l’Ordine dei dottori agronomi e forestali e i Collegi dei periti agrari, dei geometri e dei periti industriali. Ovviamente al tavolo tecnico dovrebbero essere coinvolte le Organizzazioni professionali. Strapparsi le vesti, così come avviene in alcune regioni che rischiano di non poter utilizzare i fondi europei rallentando e frenando lo sviluppo e l’ammodernamento delle proprie imprese, è un fatto gravissimo. La leva dei contributi alle imprese non basta a rimodellare il nostro sistema agroalimentare. Occorre investire al meglio i fondi europei nei processi professionalizzanti e nei modelli di consulenza e assistenza tecnico-professionale, motori di sviluppo e innovazione. Se non si versa benzina nel serbatoio la macchina rimarrà ferma in garage, anche se ha un motore potente. E la benzina dello sviluppo è la nostra scuola, i nostri centri di formazione professionale, le nostre università e la professione intellettuale in tutte le sue espressioni».

Anche un settore legato alle tradizioni come l’agricoltura, negli ultimi anni sta cambiando in fretta per merito dell’innovazione tecnologica. Da più parti si lamenta la mancanza di personale preparato per sfruttare in pieno tecniche e le tecnologie oggi a disposizione degli imprenditori agricoli. Cosa state facendo su questo fronte per la preparazione e l’aggiornamento dei vostri iscritti?
«Manca personale qualificato? E chi lo dice. Visitate e occupatevi degli Ita, degli Its e nel sesto anno di Enologia, delle Università agrarie italiane e correggerete la domanda. Il vero problema è che chi chiede e si lamenta lo fa senza dare, senza cioè entrare nei percorsi professionalizzanti per curare le competenze di figure coerenti e corrispondenti alla domanda. Se mi metto sul ciglio dell’autostrada ad aspettare un passaggio credo che incontrerò solamente chi buca la ruota o chi fonde il motore. Cosa facciamo per la formazione è coerente a questa lettura del nostro sistema produttivo e sociale. Nei prossimi mesi costituiremo la Fondazione di categoria insieme alla nostra cassa di previdenza. La Fondazione chiederà l’accreditamento di soggetto formativo, così come previsto dalla legge Monti. Il passaggio successivo sarà quello di mettere in rete le offerte formative eccellenti, che già vengono attuate nelle scuole, negli Its, nelle Università e dai nostri collegi territoriali. Non c’è nulla da inventare, c’è molto da costruire nelle relazioni, c’è tutto da mettere in rete».