L’altalena tra pioggia e caldo fa esplodere il mal dell’esca

L'annata piovosa non ha mai fermato le viti. Il maggior flusso linfatico ha però favorito anche la veicolazione delle micotossine che sono alla base delle manifestazioni croniche del mal dell'esca. Facendo emergere le proporzioni devastanti della diffusione di questa sindrome

Il 2018 non è stato (solo) l’anno della peronospora o dell’oidio, ma del mal dell’esca. La sua diffusione non è una novità, ma nel corso dell’ultima annata le manifestazioni croniche della malattia sono comparse praticamente ovunque. Una situazione a cui ha contribuito l’altalena delle temperature e il clima piovoso registrato in primavera e inizio estate.

Tra i fattori predisponenti si registrano infatti le carenze idriche seguite a condizioni molto spinte di idratazione. In particolare le piogge del mese di luglio, se seguite da giornate molto calde, hanno favorito l’insorgenza dei sintomi a causa del maggiore flusso linfatico e quindi della veicolazione delle micotossine che sono alla base dei sintomi.

Tracheomicosi più carie

L’incidenza del mal dell’esca varia poi enormemente in funzione dell’età dell’impianto. La sindrome è determinata dalla sovrapposizione, o piuttosto in alcuni casi, dalla successione di una tracheomicosi e di una carie. Nel primo caso, agenti causali sono principalmente Phaemoniella clamidospora e Phaeoacremonium aleophylum, mentre il principale agente di carie risulta essere Fomitiporia mediterranea.

Nella sua fase cronica la malattia porta ad un progressivo disseccamento dei tralci che all’esterno si manifestano con alterazioni delle foglie e lesioni al tronco e alle branche. Sulle foglie i sintomi appaiono con aree clorotiche, prima piccole e isolate e che col tempo tendono a confluire formando ampie aree dapprima giallastre e successivamente bruno-rossastre. Le nervature centrali e i tessuti intorno rimangono invece verdi conferendole il classico aspetto “tigrato”. Successivamente i tessuti necrotizzano, disseccandosi e portando ad una prematura caduta delle foglie nella stagione estiva. Tale sintomatologia è dovuta alla emissione, da parte di tali funghi, di per sé debolmente patogeni, di fitotossine che vengono veicolate vascolarmente all’interno della pianta. Tali tossine inducono la pianta a reagire modificando il loro metabolismo e portando alla manifestazione dei sintomi. Sui tralci colpiti da mal dell’esca, le gemme tendono a germogliare in ritardo, e progressivamente avvizziscono e disseccano.

Sul legno, inizialmente compaiono delle venature nerastre longitudinali che, in sezione appaiono come punteggiature o aree nerastre. La fase successiva è la comparsa della classica carie bianca. Sezionando il fusto longitudinalmente e trasversalmente, il tessuto legnoso appare friabile, spugnoso e di colore giallastro. Sui grappoli, gli acini tendono ad avvizzire, si raggrinziscono mummificandosi oppure si spaccano aprendo la via ad altri marciumi o insetti.

Morte repentina

Nella sua fase acuta, che in genere porta alla morte repentina della pianta, il mal dell’esca si manifesta, già all’inizio dell’estate, con disseccamenti improvvisi di tutto l’apparato vegetativo o parte di questo, e l’appassimento dei grappoli che rimangono appesi ai tralci. In genere la fase acuta, che è favorita da estati siccitose, avviene quando le piante hanno già manifestato, negli anni precedenti, i sintomi tipici della fase cronica.

Prevenzione e contenimento della malattia

In vigneto, sulle piante colpite, è buona norma segnare le piante infette nel corso dell’estate per effettuare l’asportazione della parte del tronco interessata dalla carie e per allevarle nuovamente a partire dal nuovo tralcio. Recenti indagini hanno ridimensionato l’influenza dei piccoli tagli di potatura sulla diffusione della malattia nel vigneto. Al contrario i grandi tagli di potatura devono essere disinfettati e protetti con mastici cicatrizzanti e i residui della potatura dovrebbero essere trasportati fuori dal vigneto e bruciati. Alcuni rinnovamenti delle piante sono stati effettuati con la tecnica della dendrochirugia.

Buoni risultati nell’evitare il propagarsi del mal dell’esca si ottengono mediante l’utilizzo di Remedier, un bioagrofarmaco a base di Trichoderma asperellumTrichoderma gamsii ad azione fungicida antagonista, applicato al momento del “pianto” della vite e/o comunque alla potatura.

Articolo pubblicato nella rubrica "L'occhio del Fitopatologo"
di TERRA E VITA. Clicca per accedere all'edicola digitale

 

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