Brucellosi bufalina, la vaccinazione non basta

Esterina De Carlo direttore sanitario dell’istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno
Intervista con Esterina De Carlo direttore sanitario dell’istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno, che conferma l’indispensabilità degli abbattimenti (arrivati a superare quota 60mila) e delle altre misure di controllo e profilassi. Intanto la questione del focolaio ciclico in provincia di Caserta diventa di rilevanza comunitaria

La brucellosi bufalina in Campania diventa una “questione europea”.

Il recente confronto alla presenza di allevatori ed esperti voluto dall’europarlamentare Piernicola Pedicini richiama l’attenzione del Parlamento Europeo per fermare la mattanza delle bufale e consentire il ripristino delle economie di centinaia di aziende in ginocchio.

Ma la questione in Campania assorbe non poche energie, non solo politiche e istituzionali, quanto scientifiche e di tutela per la salute umana. Proviamo a fare chiarezza con Esterina De Carlo direttore sanitario dell’istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno.

Secondo controllo entro fine anno

Dottoressa De Carlo, come sta procedendo il piano di eradicazione della brucellosi?

«In provincia di Caserta, a differenza che nelle altre province campane, la brucellosi bufalina rappresenta ancora un grave problema sia per le possibili ripercussioni sulla salute umana che per le correlate ingenti perdite economiche e commerciali causate al settore».

«Negli ultimi anni si è assistito ad un drastico aumento della presenza della malattia sul territorio casertano; ciò ha comportato l’adozione di numerose misure più stringenti per ridurre la diffusione dell’infezione. Ad oggi, il trend della presenza della malattia sembra in diminuzione, dato questo che deve essere confermato, in quanto circa 150 stabilimenti bufalini casertani sono in attesa, come da normativa vigente, del secondo controllo per Brucellosi, da compiersi entro fine anno».

Un focolaio sempre acceso

Quante sono le aziende coinvolte? E quanti i capi oggetto di diagnosi?

«In provincia di Caserta sono presenti circa 700 aziende bufaline con circa 200.000 capi di cui più del 95% (i capi di età superiore all’anno di vita) sono soggetti a controllo per Brucellosi. Nel corso del 2022 (fino a novembre) sono risultati positivi (focolai confermati) 89 stabilimenti di cui 49 nuovi focolai. La malattia persiste e si concentra sempre nei soliti Comuni dell’area cluster di infezione (CastelVolturno, Cancello ed Arnone, Santa Maria la Fossa e Grazzanise)».

I numeri degli abbattimenti e le positività

Gli allevatori parlano di mattanza ingiustificata delle bufale. È così?

«Dal 2017 ad oggi sono stati abbattuti circa 60.000 capi per Brucellosi in provincia di Caserta nell’ambito del Piano di eradicazione. Di questi solo il 5% erano capi negativi alle prove in azienda e comunque soppressi nell’ambito dell’abbattimento dell’effettivo aziendale. Gli animali positivi sono infetti e, pertanto, vengono inviati alla macellazione così come previsto dalla normativa vigente; successivamente sugli organi degli animali infetti vengono effettuati gli esami batteriologici e/o Pcr per il rilevamento dell’agente batterico. Tale esame, nelle zone in cui la presenza della malattia è accertata, ha per lo più una valenza epidemiologica per l’individuazione della fonte o delle fonti di introduzione dell’infezione».

Le cause della diffusione

Quali sono le criticità su cui è necessario intervenire?

«Sono vari i fattori che hanno contribuito alla diffusione della brucellosi in provincia di Caserta: numerosi sono stati i ricorsi che hanno evitato l’abbattimento di capi positivi con la conseguente diffusione dell’infezione all’interno delle aziende e all’esterno delle stesse. Le aziende che sono dotate di buone misure di biosicurezza, gestionali e strutturali, atte a prevenire l’introduzione del patogeno e ad evitare che diffonda all’interno e all’esterno dell’azienda, sono esigue».

Continui.

«Inoltre, le aziende del territorio casertano risultano contigue tra loro e spesso in assenza di una effettiva separazione, sia fisica che gestionale delle mandrie. In tali condizioni risulta ovvio che se al sospetto e/o conferma di presenza di malattia in un’azienda le misure di mitigazione del rischio (blocco movimentazione animale, isolamento effettivo dei capi infetti, controllo della riproduzione e dei parti, movimentazione corretta all’interno dei focolai di cose, persone e animali, eliminazione dei capi figli di madri infette, etc) non vengono adottate per tutte le aziende facenti parte della stessa unità epidemiologica, l’infezione si diffonde a raggiera».

La brucella latente innesca ciclicità

I controlli dovrebbero avvenire tempestivamente

«Tutte queste aziende dovrebbero essere controllate contemporaneamente o nel più breve tempo possibile anche in assenza di malattia in virtù di una corretta gestione e prevenzione della problematica. A ciò si aggiunga la consueta pratica dello spandimento di letame in terreni ubicati lontano dall’azienda sede di focolaio ma contigui ad altri stabilimenti bufalini».

«Infine, la malattia spesso in azienda si manifesta in forma ciclica e ciò molto probabilmente potrebbe essere ascrivibile alla presenza in azienda, riscontrata in vari casi, di animali figli di madri positive e che a loro volta sono poi divenuti positivi. La brucella infatti, negli animali giovani è presente in forma latente, non rilevabile ai controlli ufficiali, per poi slatentizzare quando l’animale è in fase produttiva con rilevamento degli anticorpi ai test ufficiali.  Bisogna agire su tali criticità per poter raggiungere l’obiettivo garantendo una contemporaneità di azione sotto tutti questi punti di vista».

La vaccinazione non basta

La vaccinazione è l’unica strada per la eradicazione?

«È bene sottolineare che l’utilizzo del vaccino RB51 ha la funzione di limitare la diffusione della malattia, ma non protegge dall’infezione di campo. Di conseguenza, gli animali infetti dovranno sempre e comunque essere individuati ed abbattuti secondo le norme vigenti. Infatti, deve essere ben chiaro che la vaccinazione, come da documento SANCO/6095/09, deve essere obbligatoriamente abbinata all’abbattimento dei capi positivi allo stipite selvaggio».

«Il vantaggio dell’utilizzo del vaccino è rappresentato dalla diminuzione dell’eliminazione di brucella da parte degli animali infetti che si traduce in una diminuzione di pressione dell’infezione sul territorio. Ma tale ulteriore strumento di contenimento non può assolutamente prescindere da tutte quelle misure previste per il controllo della malattia sul territorio.  Per essere ancora più precisi: gli animali vaccinati si possono infettare comunque ma, una volta infetti, eliminerebbero meno brucelle nell’ambiente, e questo rappresenta un vantaggio».

bufale

Brucellosi bufalina, la vaccinazione non basta - Ultima modifica: 2022-12-13T08:16:11+01:00 da Lorenzo Tosi

3 Commenti

  1. Dopo dieci anni di bugie e fallimenti dovrebbero solo andare a casa, questi scienziati che hanno litigato con i numeri che li bocciano senza appello.
    Sono gli stessi che hanno raccontato bugie in tutte le salse vi ricordate non si può vaccinare altrimenti si deve vaccinare in tutta l’area DOP.
    SE SI VACCINA VA SCRITTO SULLA BUSTA DELLA MOZZARELLA ECC. ECC.
    COME FANNO ANCORA A PARLARE.
    Basterebbe un pò di dignità.
    Hanno distrutto qualsiasi rapporto di dialogo con il mondo degli allevatori, senza fiducia non ci può essere dialogo.
    Prima vanno a casa prima si risolve il problema.

    • Terra e vita rispetta le opinioni di tutti i lettori e non censuriamo certamente quella di Giuseppe Pagano del “Coordinamento Unitario in Difesa per il Patrimonio Bufalino”, parte in causa di questa triste vicenda. Prendiamo tuttavia le distanze dalle affermazioni riportate in questa risposta: la brucellosi non è solo un problema economico ma soprattutto di pubblica sanità anche per l’uomo con conseguenze pesanti e addirittura casi di mortalità. Basterebbe rendersi conto di questo rischio per evitare di commentare con tale acrimonia il lavoro di chi è chiamato innanzitutto a proteggere la popolazione italiana, ovvero i consumatori e gli addetti ai lavori. Grazie all’impegno della Sanità pubblica la brucellosi è stata debellata in quasi tutta Italia. Rimangono alcuni focolai come quello ricorrente del casertano. Basta questa circostanza, da sola, a immaginare che in questa zona d’Italia non si è operato correttamente. La soluzione non può arrivare dall’anarchia e dalla negazione della funzione di delibera e controllo dell’istituto zooprofilattico. Senza dialogo, e assunzione delle proprie responsabilità, non può esserci fiducia.

  2. Purtroppo i rapporti di prova relativi agli abbattimenti effettuati negli anni in oggetto dimostrano una realtà ben diversa, anzi diametralmente opposta a quella rappresentata dalla sig.ra De Carlo. C’è da sottolineare che tali rapporti di prova sono stati forniti dalla stessa ASL Caserta alla Procura della Repubblica di S.Maria C.v. pertanto trattasi di dati ufficiali. Altro punto da sottolineare è la necessità assoluta di distruzione delle carcasse degli animali dichiarati infetti ed abbattuti. Se il latte di questi capi potrebbe essere potenzialmente pericoloso per la salute dei consumatori, a maggior ragione lo è sicuramente la carne. La risposta già la conosciamo; “ma la carne cotta è sicura”, – beh anche il latte pastorizzato è sicuro, ma se di quell’animale non può beneficiarne il legittimo proprietario, non vediamo perché dovrebbe trarne guadagno chi compra quella carne a due soldi e la commercializza con grave rischio per la salute pubblica. Gradiremmo inoltre sapere per quale motivo all’allevatore che subisce un abbattimento a causa delle zoonosi non viene riconosciuto un indennizzo congruo al danno ricevuto, visto e considerato che dalla Comunità europea arrivano fondi ben più consistenti rispetto al misero indennizzo riconosciuto dalla regione, che non ristora nemmeno la metà del danno economico subìto dall’allevatore.
    Che fine fanno quei fondi ? È così che la regione Campania intende tutelare l’economia e la sopravvivenza delle attività zootecniche ?

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