Le strategie dei suinicoltori bresciani per contenere le spese

suini
L'interno di una delle strutture che ospitano i suini.
Tre allevamenti, due ingrassi e un ciclo chiuso, che puntano su efficienza produttiva, precisione nei conti, produzione di biogas e software che registrano le performance.

Abbiamo visitato tre allevamenti bresciani, due ingrassi e un ciclo chiuso, per capire come si tengono sotto controllo i costi di produzione, e analizzare i sentimenti di un mercato che oggi lascia respirare gli allevatori ma che non fornisce garanzie per il futuro.

Dario Gobbi

Dario e William Gobbi: per fare i conti serve precisione
L’azienda condotta dai fratelli Gobbi (società agricola. Gs Allevamenti – Leno, Bs) è un ingrasso con 8.300 posti; i due allevatori acquistano i suini a 30kg e li rivendono a 170.
«Il 2017 è stato un anno abbastanza positivo – dice William Gobbi – ma c’è molta incertezza su come sarà il mercato anche tra pochi mesi. Quello che possiamo fare oggi è tenere sotto controllo in modo accurato i costi di produzione, perché se non si ha il polso delle performance dell’azienda il rischio è di rendersene conto quando è troppo tardi per rimediare».
William e Dario sono infatti molto precisi nei loro conti, e hanno messo a punto autonomamente un programma per verificarne l’andamento. «Si tratta di un sistema semplice ma che abbiamo tarato specificatamente sulla nostra azienda e ci consente di avere un quadro preciso della situazione – sottolinea Gobbi».

«Il costo relativo a gestione e smaltimento dei liquami è sottovalutato»
I costi principali di un ingrasso sono rappresentati naturalmente dall’acquisto dei suinetti e dall’alimentazione: oggi, il prezzo finito (Iva inclusa) di un suinetto è di circa 111 euro, a cui vanno aggiunti 113 euro per il suo accrescimento, tenendo conto che l’azienda dei Gobbi ottiene delle buone performance sul fronte della resa, che si attesta intorno al 31%.
«Una delle voci di costo che spesso è sottovalutata da noi allevatori – continua William Gobbi – è quella riferita alla gestione e smaltimento dei liquami. Non possiamo considerare solo il costo del trasporto e delle attrezzature utilizzate, perché in questo modo escludiamo i costi molto rilevanti degli affitti e delle concessioni dei terreni per lo smaltimento. Il nostro allevamento ha bisogno di quasi 470 ettari, quindi noi calcoliamo che questa attività vada ad incidere per circa 12 euro sulla produzione di un suino».
In azienda lavorano i due fratelli, un operaio a tempo pieno e un avventizio; la voce “manodopera”, in cui William e Dario inseriscono anche i loro stipendi, pesa ulteriori 12 euro nel computo dei costi produttivi.
Conti alla mano, dobbiamo considerare anche le spese relative ai medicinali (7 euro per la produzione di ciascun suino), per l’energia e il riscaldamento (5 euro), per le manutenzioni ordinarie e le collaborazioni professionali (altri 5 euro), per la mortalità degli animali, che sopratutto per un ingrasso è un costo non indifferente (8 euro), e infine per l’Iva (circa 10 euro).
«Queste sono le spese, ma per avere un’idea precisa di come sta andando l’azienda non possiamo non pensare agli ammortamenti – evidenzia Dario. Ogni posto suino costa circa 500 euro; se teniamo conto di un ammortamento in 20 anni e un interesse medio che potrebbe essere del 3%, significa che questa voce incide per ben 21 euro sulla produzione di un suino».
Sommando tutte queste voci, produrre un suino costa ai Gobbi circa 304 euro, e allo stato attuale il pareggio di bilancio si ottiene con un prezzo da bollettino Cun di 1,55 euro/kg.
«Oggi le aziende agricole devono essere gestite come industrie – conclude Dario Gobbi – perché a tutti gli effetti è quello che sono. È necessario un management di alto livello e possibilmente un network professionale coordinato per avere più forza sul mercato. Noi lo stiamo facendo attraverso l’associazione Very Italian Pig, che aiuta gli allevatori a trovare soluzioni concrete per affrontare le problematiche che possono nascere in aziende come la nostra».

Enrico Caruna

Enrico Caruna: risparmiamo grazie al biogas
I fratelli Enrico e Pietro Caruna gestiscono insieme al padre un ingrasso (società agricola Caruna – Coccaglio, Bs) con 3 siti produttivi già attivi (a Coccaglio e Torbato di Adro in provincia di Brescia, mentre un terzo si trova a Bordolano, sul cremonese), e un quarto allevamento su cui si stanno definendo gli ultimi dettagli burocratici. Complessivamente, i Caruna gestiranno quindi 23mila posti suino.
Le attività dell’azienda si completano con un impianto di biogas da 2 MW e un vitigno che fornisce la materia prima per una propria produzione vinicola.
«Grazie all’impianto di biogas – dice Enrico Caruna – la nostra azienda rappresenta una piccola filiera, e questo ci consente di risparmiare su alcuni costi e gestire le produzioni della campagna secondo le esigenze del momento».

Meno spese con il pastone di mais prodotto in azienda
Fermo restando il costo di acquisto dei suinetti di 25-30 kg, dal punto di vista dell’alimentazione, i Caruna acquistano sul mercato il mangime finito per i siti produttivi più lontani, mentre per gli allevamenti vicini viene comprato un nucleo che copre il 40% circa della razione, integrato con il mais pastone prodotto direttamente in azienda.
«Questo sistema ci consente di contenere i costi alimentari nell’ordine dei 110 euro circa a suino – dice l’allevatore –. Inoltre, l’azienda che ci fornisce i mangimi garantisce anche le rese e soprattutto l’assistenza sanitaria, consentendoci quindi un notevole risparmio anche sul versante veterinario».
Per quanto riguarda il costo della manodopera, invece, è difficile indicare la sua incidenza precisa sulla produzione, in quanto l’azienda ha diverse attività collegate su cui naturalmente interviene lo stesso personale (i due fratelli Enrico e Pietro, il padre, e 6 dipendenti).
I Caruna lavorano infatti 500 ettari di terreno, oltre al vigneto e una cantina per la produzione di bollicine Franciacorta.
I medicinali pesano per circa 7 euro sulla produzione di un suino, e includono i 3 vaccini obbligatori per l’Aujeszky e i mangimi medicati somministrati al bisogno.
Sono nello stesso ordine di grandezza dell’azienda dei fratelli Gobbi i costi attribuiti alla mortalità dei suini (8 euro circa), e quelli per l’Iva (10 euro circa). L’energia utilizzata incide invece intorno ai 3 euro per capo.
«Nel nostro conto dei costi di produzione non includiamo gli ammortamenti – sottolinea Enrico Caruna – perché tutte le strutture dell’azienda sono già state ammortizzate negli anni, dunque consideriamo solamente le manutenzioni ordinarie».
Un’altra voce non inclusa nei costi di produzione è quella riferita agli affitti e alle convenzioni per lo smaltimento dei liquami, che i due fratelli conteggiano solo per la sua movimentazione, arrivando a circa 2 euro complessivi (il 70% dei terreni sono di proprietà dell’azienda, ndr).
«Operiamo in un mercato molto instabile, quindi si fa fatica a essere ottimisti – conclude Enrico Caruna – soprattutto perché i risultati positivi dell’ultimo periodo non derivano da miglioramenti strutturali del nostro settore, ma piuttosto da disgrazie altrui (vedi Cina, ndr). Sarebbe fondamentale che al consumatore venisse comunicato in modo molto più efficace tutto quello che sta dietro i prodotti che acquista al supermercato; una maggiore consapevolezza si tradurrebbe certamente in un vantaggio competitivo delle produzioni italiane di qualità».

Ivan Ransenigo

Ivan Ransenigo: un software ci aiuta a contenere i costi
L’allevamento della famiglia Ransenigo (Ransenigo Carlo – Pontevico, Bs) è condotto da Ivan insieme al fratello e al padre; l’azienda, che ha iniziato l’attività negli Anni Settanta con i lattoni, dal 2005 si è trasformata in un ciclo chiuso che ospita 320 scrofe e 3.700 posti suino.
«Per tenere sotto controllo i costi di produzione utilizziamo un software fornito dall’Apa – dice Ivan Ransenigo –. Si tratta di un programma creato per gli allevamenti delle bovine da latte, ma è stato adattato anche alla suinicoltura e ci consente di avere un’idea precisa delle nostre performance».

Costo di produzione 1,68 euro/kg di carne
La ripartizione dei costi di un allevamento di suini a ciclo chiuso è naturalmente diversa da quelli di un ingrasso, a cominciare dall’eliminazione dei costi d’acquisto dei suinetti. Anche la mortalità non viene considerata tra i costi, in quanto per un ciclo chiuso rappresenta un mancato guadagno più che un reale costo.
I conti dell’azienda dei Ransenigo si basano sul costo kg/carne, in cui la voce predominante resta comunque quella relativa all’alimentazione degli animali, che incide per 0,90 euro. A questi è necessario tuttavia aggiungere anche i costi per la produzione diretta dei cereali (0,09 euro).
In ordine di rilevanza, il secondo centro di costo è rappresentato dagli ammortamenti, che pesano per 0,28 euro, seguiti dalle spese per il personale, che include i tre famigliari e due operai salariati; cifra che raggiunge gli 0,14 euro.
Simili per incidenza (0,13 euro per ogni kg di carne prodotta) sono i costi per le manutenzioni, i servizi e i tributi, mentre lo smaltimento dei liquami, che include anche le convenzioni, il trasporto, il contoterzista e l’energia necessaria per l’impianto di abbattimento dell’azoto presente in azienda, pesa per 0,047 euro.
Energia e risaldamento costano all’azienda 0,058 euro, mentre i farmaci incidono sulla produzione per 0,033 euro.
«Complessivamente – evidenzia Ivan Ransenigo – il nostro costo di produzione è di 1,68 euro per kg di carne. Facendo un’analisi degli ultimi 3 anni, si può notare come questo costo rimanga sostanzialmente stabile, anche se la tendenza è comunque verso l’aumento a causa soprattutto delle spese necessarie per rispettare la normativa che regolamenta lo smaltimento dei liquami. Dal punto di vista del controllo dei costi, non si possono fare grandi economie sulla produzione dei suinetti; qualche margine di manovra in più si può avere nell’alimentazione per l’ingrasso, ma il vero punto cruciale è l’efficienza dei fattori produttivi e il management dell’azienda. Nel nostro allevamento, per esempio, siamo volutamente sotto la media di suinetti prodotti rispetto ad una scrofaia pura perché preferiamo avere un’attività più gestibile dal punto di vista delle strutture, del personale, dell’alimentazione...penso che gli obiettivi non debbano guardare solo all’aumento delle performance ma siano soprattutto da rapportare alle caratteristiche di ogni singola azienda».

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