Un’insana passione per l’immobilismo genetico

L'avversione contro il miglioramento genetico deriva dal diffondersi di una visione distorta dell'agricoltura . Ma non è tornando ai bei tempi andati che risolveremo i problemi di sostenibilità ambientale, economica e sociale del comparto primario. Occorre una nuova alleanza tra produttori e mondo della ricerca nel nome dell'innovazione.

Affinché l’avanzamento della conoscenza in campo scientifico si possa tradurre in innovazione. Ossia perché le invenzioni e le scoperte possano essere applicate in nuovi processi e prodotti sono necessari 4 ingredienti fondamentali:

  • ricerca di alta qualità,
  • efficace “catena di trasmissione” per favorire il passaggio dalla ricerca al sistema produttivo,
  • corpus normativo senza inutili vincoli e/o restrizioni
  • e infine accettazione da parte dei consumatori.

Editoriale del numero 30 di Terra e Vita

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Vincoli e pregiudizi

Oggi nell’agricoltura, in particolare in quella italiana, l’innovazione genetica trova difficoltà a raggiungere il mercato sia per vincoli normativi sia per la mancanza di accettazione. Il consumatore è indotto a fare le sue scelte in base a due semplici equazioni, entrambe errate: la prima è “vecchio uguale a buono, nuovo uguale a cattivo”, la seconda è “naturale uguale a buono, artificiale uguale a cattivo”.

Ogm e Nbt, mobilitazione contro la sentenza europea

Dal punto di vista normativo non possiamo che confidare nella nuova Commissione europea affinché riveda la normativa che regolamenta la coltivazione in campo e la commercializzazione di varietà ottenute con le nuove tecnologie di miglioramento genetico dopo che la sciagurata sentenza della Corte di Giustizia europea del luglio 2018 le ha equiparate agli ogm tradizionali. Segnali positivi arrivano dall’efficace mobilitazione della comunità scientifica a livello europeo, con la maggioranza dei Ministri dell’Agricoltura dei Paesi membri che nel maggio scorso si sono espressi in questo senso (incluso l’allora ministro Centinaio) e da recenti aperture in Italia anche da parte di chi fino a ora sembrava avversare queste innovazioni.

Alleanza nel nome dell'innovazione

Dal punto di vista dei consumatori è necessario renderli pienamente consapevoli del fatto che un’agricoltura che voglia essere più compatibile con l’ambiente non può prescindere dal progresso scientifico e dall’utilizzo di tutte le più moderne tecnologie. Non è tornando ai bei tempi andati che risolveremo i problemi di sostenibilità ambientale, economica e sociale dell’agricoltura ma è solo sposando la via dell’innovazione scientifica. In primo luogo di quella genetica. Occorre perciò un’alleanza fra mondo della ricerca e produzione per rendere il sistema più adatto a recepire innovazioni di cui oggi non possiamo fare a meno.

Una visione distorta dell'agricoltura

L’insana passione per l’immobilismo genetico che sembra caratterizzare l’agricoltura italiana non si spiega se non con una visione distorta dell’agricoltura. Che è un sistema artificiale e non un ecosistema naturale e in quanto tale non segue le leggi dell’evoluzione.

Le colture devono continuamente adattarsi a nuove condizioni e a nuovi nemici e ciò rende necessario un continuo lavoro di selezione di nuove varietà adatte ad affrontare l’ambiente in cui si trovano a crescere. L’immobilismo genetico ci porterebbe dove siamo arrivati nella viticoltura: varietà vecchie di secoli non più in grado di difendersi da patogeni fungini che necessitano di grandi quantità di prodotti chimici per proteggerle.

Non è questa la strada per un’agricoltura sostenibile.

La strada oggi più promettente è invece quella di ricorrere alle tecnologie più avanzate che possono permetterci di rinnovare il grande patrimonio varietale italiano per renderlo più adatto alle sfide di un ambiente che cambia e di un’agricoltura che deve migliorare la sua impronta ambientale.

La proprietà intellettuale delle nuove varietà

E qui veniamo a un altro argomento di attualità: chi dovrebbe sviluppare le nuove varietà e detenerne i diritti di proprietà intellettuale?

La separazione fra chi produce le sementi e chi le utilizza per produrre alimenti si è resa necessaria ed opportuna man mano che le metodiche del miglioramento genetico sono diventate più complesse e sofisticate. Oggi i semi sono concentrati di tecnologia e il risultato di processi di ricerca ed innovazione e di produzione complessi e sofisticati. Pensare che si possa ritornare al tempo in cui il miglioramento genetico veniva fatto dagli stessi agricoltori vuol dire portarci indietro di decenni se non di secoli ed è come se in campo medico tornassimo alle preparazioni galeniche. Se sviluppare nuove varietà richiede investimenti è ovvio che tali investimenti debbano essere in qualche modo remunerati.

Le barriere legislative soffocano la competizione

Le privative vegetali oggi garantiscono la tutela dei diritti del costitutore ma anche la possibilità di proseguire nel miglioramento genetico facendo uso delle varietà protette. Si può certamente cercare di migliorare la normativa soprattutto facendo in modo che non si possano assoggettare a brevetto industriale le varietà frutto delle nuove tecnologie di miglioramento genetico, ma il modo migliore per evitare situazioni di monopolio od oligopolio è quello di fare in modo che tutti possano partecipare alla competizione, piccoli e grandi, pubblici e privati, evitando di porre barriere di ingresso così alte che solo pochi possono giocare come invece si è verificato con la attuale normativa sugli OGM.

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Sommario:

  • Crispr-Cas, il nuovo che avanza. Piano (Di Arancha Martinez)
  • Lipparini (Assosementi): «Nuove tecnologie di breeding ecco come la vediamo noi» (di Raffaella Quadretti)
  • Anche i vitigni autoctoni diventano resistenti (di Lorenzo Tosi)
  • Futuro in discesa per il frumento duro (di Francesco Bartolozzi)
  • L’accelerazione futuristica dello speed breeding (di Claudio Nardelli)
  • Orticoltura: si guarda al campo, al mercato, all’ambiente (di Carlo Borrelli)
Un’insana passione per l’immobilismo genetico - Ultima modifica: 2019-10-07T23:46:55+00:00 da K4

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