Moria dell’actinidia? Colpa della stanchezza del suolo

    sintomi di moria del kiwi
    Secondo il gruppo di ricerca dell’Università Federico II di Napoli è questa la causa della fisiopatia che sta mettendo in crisi la coltivazione nazionale di kiwi. Dalla sinergia tra ricerca e tecnica le soluzioni e la strategia per contrastarla. Ne parliamo con il ricercatore Mauro Moreno

    Il problema della moria dell’actinidia ha ormai assunto una dimensione nazionale e la conseguente riduzione della produttività degli impianti sta preoccupando tutti gli operatori della filiera.

    All’interno del mondo della ricerca è ancora aperto il dibattito sulle cause di questo fenomeno.

     

     

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    Secondo il gruppo di lavoro composto da ricercatori e tecnici di campo e coordinato da Stefano Mazzoleni del Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II, con il supporto operativo del tecnico Franco Saccocci, la moria del kiwi è una delle tante declinazioni della stanchezza del suolo. Ne parliamo con Mauro Moreno, giovane ricercatore del gruppo di ricerca dell’Università di Napoli.

    L’insegnamento di Franco Zucconi

    Cos’è esattamente la stanchezza del suolo?
    «La stanchezza del suolo - o stanchezza del terreno - sebbene sia talvolta confusa con la più generica infertilità dei suoli causata da un eccessivo sfruttamento agricolo, esprime in realtà un concetto più preciso che è quello di incompatibilità specie specifica tra una specie vegetale ed il substrato su cui questa è stata precedentemente coltivata».

    «Citando il compianto Franco Zucconi (stimato ricercatore Italiano, professore ordinario di arboricoltura che ha svolto la propria attività presso l'Università di Pisa, la Michigan State University, la University of Gerusalem, l'Università di Napoli e l'Università Politecnica delle Marche, recentemente scomparso) - i cui studi e insegnamenti sono alla base del nostro lavoro - il termine stanchezza del terreno è “impiegato, tradizionalmente, per indicare l'inospitalità del suolo alla ripetizione di una singola coltura. Il declino della vitalità che ne deriva è limitato alla specie in oggetto e influenza meno, o non interessa, specie diverse soprattutto se botanicamente lontane. Il declino della pianta riflette un'incapacità a nutrirsi (distrofia) sotto l'azione congiunta di stress e della presenza di tossine nel terreno […]”».

    Figura 1 Impianto di kiwi a Verona, la gestione contro la stanchezza del terreno è iniziata nell'autunno 2020, l’impianto si trovava in avanzato stato di moria con molte piante già destinate all’espianto. La foto a destra mostra lo stato attuale delle radici. Foto scattate il 21/06/2021.la redazione

    L’accumulo di DNA nei suoli

    «La stanchezza del suolo – continua Moreno -  è quindi generalmente associata alla ripetizione prolungata di una singola coltura sullo stesso suolo. A scanso di equivoci è però necessario chiarire che la stessa “distrofia” di cui parlava Zucconi può manifestarsi anche a pochi anni di distanza dal primo impianto di una certa coltura, o al contrario non manifestarsi affatto anche dopo molti anni di coltivazione ripetuta. Il motivo di questa apparente contraddizione va cercato nei fattori che determinano la stanchezza del suolo. Gli studi coordinati da Mazzoleni, hanno dimostrato che lo stesso effetto tossico e specie-specifico riscontrato nei campi affetti da stanchezza del terreno può essere ottenuto coltivando piante su substrati arricchiti con frammenti di DNA conspecifico (cioè appartenenti alla specie coltivata)».

    «Nei campi agrari la rapidità con cui si accumula il DNA colturale nel suolo dipende da diversi fattori biotici ed abiotici, e per questo la stanchezza del terreno può manifestarsi dopo più o meno anni di coltivazione. Ad esempio, essendo il DNA lisciviabile dall’acqua, questo si accumula molto più lentamente nei terreni ben drenati, e viceversa. O ancora nei campi a bassa biodiversità vegetale (es. impianti frutticoli diserbati), l’accumulo del DNA della specie coltivata si accumula e causa stanchezza assai più rapidamente di quanto non avvenga nei campi in cui vi è un gran numero di specie».

    Quali sono gli impianti più a rischio?

    «Come ci è stato segnalato da molti agricoltori, la moria del kiwi si è manifestata anche in impianti recenti, su suoli più o meno vergini o comunque su appezzamenti su cui non era mai stato precedentemente coltivato il kiwi. Negli impianti aventi queste caratteristiche che abbiamo potuto analizzare, abbiamo sempre riscontrato un elevatissimo livello di disturbo ecologico, tale da giustificare – secondo noi - manifestazioni precoci di stanchezza».

    «In alcuni impianti, ad esempio, sono state effettuate grosse operazioni di livellamento preimpianto, queste operazioni modificano fortemente la stratificazione del suolo, sotterrando gli orizzonti organici e portando in superficie quelli minerali. Orizzonti minerali che sono però molto meno ricchi di sostanza organica, meno drenanti e molto meno attivi dal punto di vista biologico quindi più inclini ad accumulare DNA colturale e a mostrare sintomi di stanchezza. Un discorso simile vale per gli impianti in cui sono stati effettuate sterilizzazioni del suolo ripetute, o nei suoli in cui si è fatto un uso eccessivo di diserbanti, di fungicidi o di antibiotici, in grado di ridurre fortemente la biodiversità vegetale e microbiologica».

    Le soluzioni

    Quali sono le soluzioni note contro la stanchezza del terreno?
    «Da migliaia di anni, il calo delle produzioni dovuta alla stanchezza del suolo viene scongiurato ricorrendo a rotazioni e consociazioni, che fino alla prima metà del secolo scorso venivano per forza di cose accompagnate da fertilizzazioni organiche. Rotazioni e consociazioni permettono di bilanciare l’accumulo nel suolo del DNA colturale creando un’alternanza di specie nel tempo o nello spazio. Anche le fertilizzazioni organiche hanno un effetto positivo, apportando DNA di altre specie nel suolo e stimolando la biodiversità microbiologica».

    «Nell’ultimo secolo consociazioni e fertilizzazioni organiche sono andate in secondo piano. Le rotazioni sono invece abitualmente in uso solo per alcune tipologie colturali, per questioni logistiche ed economiche non vengono quasi mai effettuate per le colture arboree a più alto reddito che solitamente richiedono impianti e macchinari costosi ed altamente specializzati».

    «Tra le tecniche più in uso nell’agricoltura moderna, vi è l’uso ed il cambio frequente dei portainnesti, di volta in volta geneticamente diversi da quelli utilizzati precedentemente. Oltre agli altri possibili benefici, Il cambio di portainnesto evita che l’apparato radicale della pianta sia a contatto con il suo stesso DNA. Questa strategia per quanto molto efficace, non è però sempre applicabile e soprattutto nei suoli più alterati ha un’efficacia limitata nel tempo.
    Fino a pochi anni fa altra pratica comune è stata quella di bruciare i residui colturali, evitando quindi che questi potessero decomporsi in campo rilasciando DNA nel suolo. Questa tecnica, oggi sconsigliata sia per questioni ambientali che di sicurezza, potrebbe essere sostituita dal compostaggio dei residui e dall’utilizzo degli stessi in campi coltivati con colture diverse. In quest’ottica, l’introduzione di nuove trincia raccoglitrici permette di agevolare e velocizzare notevolmente la raccolta dei residui».

    La strategia in tre punti

    Quali sono le tecniche migliori per contrastare la stanchezza del terreno e la moria negli impianti di kiwi?

    «Premesso che non esiste una ricetta predefinita per qualsiasi impianto ed è sempre necessario valutare ogni caso singolarmente, ci sono alcune indicazioni che in questi mesi abbiamo costantemente dato agli agricoltori».
    «La prima è l’inerbimento degli impianti, in questo senso l’inerbimento più efficace è, secondo noi, quello composto del maggior numero di specie e dal maggior numero di specie spontanee - più adatte alle condizioni ambientali presenti in campo».
    «La seconda è quella di favorire il drenaggio. Come già detto infatti, l’accumulo di tossicità aumenta se non vi è un buon drenaggio. La tecnica più efficace per migliorare il drenaggio va necessariamente valutata in campo, ma in generale prima di ricorrere ad interventi più complessi, si dovrebbe cercare di migliorare la struttura del suolo: tramite apporti di sostanza organica, inerbimenti, riduzione delle lavorazioni e dei passaggi in campo con macchinari pesanti, riduzione degli apporti di sodio e potassio».
    «Il terzo suggerimento è quello di raccogliere i residui colturali, che possono essere compostati e successivamente utilizzati per altre colture».

    Figura 2 Impianto di kiwi a Latina, la gestione contro la stanchezza del terreno è iniziata nell'autunno 2020, l’impianto si trovava in avanzato stato di moria con molte piante già destinate all’espianto. La foto a sinistra mostra il reimpianto dopo la moria.  Foto scattate il 21/06/2021.

    Le prove sul “tè di compost”

    «Altra tecnica, che dalle prove finora condotte sembrerebbe essere estremamente efficace, è l’utilizzo in fertirrigazione e a livello fogliare di “fermentati aerobici” o “té di compost”, realizzati utilizzando particolari miscele di sostanze organiche eterologhe (cioè non appartenenti alla specie coltivata)».

    « Questi fermentati, risultano essere estremamente ricchi dal punto di vista microbiologico e sembrerebbero essere in grado di ricondizionare rapidamente la rizosfera, permettendo una rapida ricostituzione dell’apparato radicale e degli equilibri trofici tra suolo e pianta. Questa particolare tecnica e la composizione delle miscele che stiamo sperimentando, sebbene sia oggi oggetto di ricerca e sviluppo da parte di un’azienda privata, è in gran parte frutto di un lavoro trentennale condotto da Saccocci sul tema della stanchezza del terreno».

    I responsi di campo

    Che risultati sono stati ottenuti fino ad oggi con l’applicazione di queste pratiche?
    «Al momento il gruppo di lavoro sta supportando alcune decine di aziende agricole nella gestione della stanchezza del terreno, per un totale di circa 300 ettari di actinidia distribuiti in molte regioni d’Italia. I primi dati sperimentali sulle produzioni ottenute dopo un anno completo di gestione e monitoraggio saranno disponibili solo alla fine di quest’anno. Ad ogni modo, allo stato attuale è già evidente che negli impianti trattati il decorso della moria del kiwi si sia arrestato a favore di quella che da alcuni mesi sembrerebbe essere una vigorosa ripresa delle piante».
    «I risultati più eclatanti sono stati osservati negli impianti maggiormente compromessi dalla moria, l’estate scorsa abbiamo potuto osservare che piante molto defogliate (almeno al 70-80% della chioma) reagivano rapidamente ai trattamenti in fertirrigazione, riuscendo a riemettere primi getti già a distanza di 1-2 settimane dal primo trattamento. Questi stessi impianti, che l’estate scorsa sembravano destinati all’espianto, si trovano oggi in buone condizioni generali, con alcune piante già ad un buon livello di produzione».

    «Abbiamo provato ad applicare le stesse tecniche anche in reimpianti, successivi ad espianti resi necessari dalla moria, e anche in questo caso i risultati preliminari sono stati estremamente positivi».

    Moria dell’actinidia? Colpa della stanchezza del suolo - Ultima modifica: 2021-06-30T18:59:10+02:00 da Lorenzo Tosi

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