Seme certificato, anche questa è innovazione che dà valore

seme certificato
La qualità e la tracciabilità dei prodotti agroalimentari parte dal seme certificato e oggi i consumatori sono sempre più esigenti

Quando lo si sente nominare vengono subito in mente aspetti meramente opportunistici. Legati al vantaggio che le ditte sementiere e le strutture che commercializzano il seme otterrebbero dal commercio di semplice granella con sopra un cartellino colorato. Molto spesso il seme certificato è percepito come qualcosa che l’agricoltore può tranquillamente produrre da solo. Purtroppo questa è opinione diffusa tra molti imprenditori agricoli italiani ed europei. Nel comprensibile tentativo di far quadrare i conti aziendali si affidano all’autoriproduzione ed eventualmente alla concia del seme. Nella speranza di eliminare qualche spesa ritenuta erroneamente accessoria e inutile.

Il risultato è che sulle colture autogame chiave del nostro Paese, come grano duro, tenero, orzo e riso, il tasso di impiego di seme certificato negli ultimi dieci anni si è ridotto parecchio. Emblematico il caso del frumento duro. L’incrocio tra i dati Istat e Crea-Dc fornisce una desolante stima del 45-50% di impiego di seme certificato rispetto a oltre il 90% di vent’anni fa.

Norme precise

Prima di entrare nel merito degli aspetti economici che guidano l’agricoltore in tale scelta occorre soffermarsi sugli aspetti normativi della certificazione del seme. Sono stati emanati dalla Comunità europea a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. L’obiettivo è tutelare in primis proprio gli agricoltori dal rischio di reperire in commercio granella di varietà potenzialmente sconosciute. O con caratteristiche agronomiche non idonee alla semina.

Questi sono i pilastri fondanti della certificazione ufficiale. Hanno mosso i primi passi con dichiarati obiettivi di tutela del mercato attraverso la commercializzazione di varietà con caratteristiche di distinguibilità da altre, ovvero uniformità e stabilità. Nonché con valore agronomico migliore rispetto a quelle già sul mercato. L’impianto normativo mirava e mira tuttora a tutelare proprio l’agricoltore attraverso una serie di verifiche e controlli ufficiali delle autorità incaricate della certificazione delle sementi (in Italia è il Crea-Dc), sui materiali immessi in commercio.

Un cartellino attaccato a un sacco di sementi non significa solo granella insaccata da un mucchio. È un prodotto ottenuto in successivi passaggi. Sempre sotto la supervisione ufficiale, che partendo dalla riproduzione in campo impiegando seme di una generazione antecedente, a sua volta certificato, ha prodotto granella con caratteristiche tecnologiche, sanitarie e commerciali rispondenti a precisi vincoli di legge.

Leggi anche: Breeding, l'innovazione di oggi sarà tradizione domani

Autoprodurre conviene?

L’agricoltore può ora cominciare a farsi i conti in tasca e rendersi conto che il vantaggio a favore della granella autoriprodotta usata come seme non è poi così evidente. Nell’ipotesi che l’agricoltore decidesse comunque in tal senso, i semi dovranno essere stoccati, trattati, poi selezionati per farli diventare un “uso seme”. Quindi conciati con prodotti autorizzati.

Lo scenario cambia ulteriormente se la germinabilità del materiale che si andrà a seminare sarà inferiore a quella attesa. O peggio se c’è una presenza indesiderata di semi infestanti. O di malattie per la cui gestione sarebbero certamente necessari più interventi di difesa per non rischiare di compromettere il nuovo raccolto. Anche assumendo che queste ultime sfortunate circostanze non si verifichino, è prassi che l’agricoltore debba in via precauzionale seminare una percentuale superiore di granella per compensare un possibile calo di germinabilità.

Dalle stime di Assosementi emerge che nel caso dei frumenti, il costo della certificazione e della concia industriale eseguita in stabilimenti autorizzati e riportante sui sacchi le informazioni previste dall’Ue riguardo la natura del prodotto applicato e la sua corretta gestione e manipolazione, è pari al 2% dei costi di produzione a ettaro. Equivalenti a circa 150 kg di granella. Un minor costo che non giustifica la rinuncia alle garanzie del seme certificato.

sementi

Seme certificato, l'importanza per filiere e mercati

Nell’ambito di filiere chiuse e controllate, ad esempio, il seme certificato è sempre più spesso un prerequisito di tracciabilità che può essere sfruttato per distinguere e qualificare il raccolto. I consumatori apprezzano l’identità del prodotto e questa può diventare un fattore determinante per il prezzo.

Inoltre, sempre maggiore attenzione è rivolta alla sanità degli alimenti che giungono sulle nostre tavole. Ed è possibile che se si parte da un seme non certificato aumenti il rischio di portare in dote muffe e patologie fungine o parassiti animali. Che possono peggiorare il prodotto finale, abbassandone la qualità. Solo il termine “micotossine”, può dare l’idea dei maggiori e inutili rischi cui si potrebbe andare incontro utilizzando seme non certificato. E ancora, non dimentichiamo che oggi buona parte delle varietà certificate immesse in commercio gode di un titolo di tutela nazionale o comunitario. Nel caso del grano duro oltre il 70% dei quantitativi certificati appartiene a varietà tutelate.

Per tenero e orzo la percentuale sfiora l’80%. Quindi, il reimpiego di granella derivante dal raccolto di una varietà protetta in molti casi non è libera ma soggetta al riconoscimento di una royalty, seppure ridotta, al costitutore. Soldi che serviranno a coprire i costi della ricerca e a garantire nuovi investimenti per produrre innovazione e assicurare competitività al nostro sistema produttivo.

Su quest’ultimo aspetto e in generale sulla questione del finanziamento alla ricerca ci sarebbe molto da dire. Ci limitiamo a ricordare che qualunque innovazione, dalla farmaceutica all’elettronica fino alle nuove varietà vegetali, merita il giusto riconoscimento. Registriamo al riguardo crescenti consensi lungo la filiera agricola, che spesso e volentieri chiede innovazione in termini di maggiori rese, sanità dei raccolti, tolleranze verso patogeni. E ora anche di resilienza ai cambiamenti climatici.

Assosementi ci sta lavorando. Gli imprenditori agricoli sono pronti a sostenere l’innovazione utilizzando seme certificato?

Seme certificato, anche questa è innovazione che dà valore - Ultima modifica: 2020-10-03T10:14:35+02:00 da K4

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento
Per favore inserisci il tuo nome