Rating delle aziende agricole, quello che i numeri non dicono

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Molti ricavi non sono considerati per valutare la solidità di un’impresa che rischia di vedersi rifiutare la concessione di liquidità. Oltre che sui dati le banche devono basarsi sull’esperienza

Dagli anni della despecializzazione degli istituti di credito (a seguito del Tub - D.Lgs 375/93), il tema del credito agrario e della valutazione del merito creditizio delle aziende agricole ha assunto caratteristiche di problematicità sanate dalle banche con tentativi articolati più sugli aspetti commerciali che a quelli di carattere tecnico. Le banche pur mantenendo un interesse legittimo al settore hanno declinato il credito alle aziende agricole in un canale commerciale, con approccio dall’alto in una programmazione per ambiti territoriali omogenei. Meno evidente il lavoro sulla valutazione tecnica con l’integrazione di una metodologia standard, più che mai necessaria, che coinvolga sia gli aspetti di scooring, sia la ponderazione degli aspetti garantistici in seno ai complessi sistemi di rating.

Data la particolarità del regime contabile delle aziende agricole, non classificabile in ordinario o semplificato, è necessario ricorrere a documentazione non sintetizzata in un bilancio strutturato.

 

 

Il balletto delle cifre

Per ovviare, in parte, a questo stato di cose, normativamente previsto, l’intermediario finanziario sottostante alla regolamentazione di vigilanza, utilizza i dati della dichiarazione Irap (peraltro dal 2017 a zero) e dal quadro Iva. Il sistema funziona in modo coerente per attività in regime naturale con volume d’affari sopra i 7.000 euro annui, che utilizzano corrispettivi. Analogamente, sempre su volumi oltre i 7.000 euro annui, sono ben rappresentate le imprese con una o alcune attività coerenti in fase di fatturazione. Ad esempio: coltivazione di cereali ma anche conduzione di frutteti o ancora vivai.

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Multifunzionalità, che guaio

I problemi di interpretazione dei dati sorgono in considerazione di attività multifunzionali con presenza di attività connesse, servizi conto terzi e agriturismo. In tali situazioni, sulla base della normativa vigente, la registrazione del volume d’affari riguarda solo una percentuale del volume complessivo. Pertanto, pur in presenza registrazioni separate, il volume d’affari non è considerato per intero.

Le attività di manipolazione, conservazione, trasformazione, valorizzazione e commercializzazione, di prodotti diversi da quelli previsti dall’articolo 32, comma 2, lettera c) del Testo Unico Imposte sui Redditi (Dpr 917/86), sono soggette al calcolo dell’imponibile tenendo conto del coefficiente del 15%. Tali prodotti sui quali si basa il concetto di attività connessa sono individuati con Decreto ministeriale (ministero dell’Economia su proposta del Mipaaft) ogni due anni.

Agriturismi chi?

Le attività di fornitura di servizi mediante utilizzo prevalente di attrezzatura riconducibile all’azienda agricola, in base all’articolo 56 bis, comma 3, dello stesso Dpr 917/86, sono oggetto di calcolo applicando ai corrispettivi il coefficiente del 25%. Rientrano in tale ambito anche le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, nonché quelle di ricezione.

La facoltà relativa all’attività di agriturismo viene disciplinata anche dall’art. 5 Legge 413/91, secondo il quale il reddito imponibile vene determinato applicando all’ammontare dei ricavi conseguiti, al netto dell’imposta sul valore aggiunto, il coefficiente di redditività del 25%. Pertanto è evidente anche in questo caso una lacunosità strutturale nella dichiarazione dei redditi.

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Allevamento penalizzato

Non sfuggono a questo stato di cose le attività di allevamento condotte con ditta individuale o società semplice. Possono infatti optare per reddito agrario, purché venga rispettato l’ottenimento di almeno un quarto del mangime necessario dal fondo, o per la dichiarazione forfetaria ai sensi dell’articolo 56 Dpr 917/86. Nel caso di soggetti diversi dalla ditta individuale o dalla società semplice vige un calcolo forfetario con coefficienti di normalizzazione che, pur rappresentando una semplificazione in fase dichiarativa, complicano la lettura dei dati per i fini della valutazione del merito creditizio su base documentale.

Patrimoni. Quanto “pesano”?

Al di là dei flussi economici, indipendentemente dall’attività agricola esercitata, rimane forte lacunosità per quanto attiene le grandezze patrimoniali.
In nessun caso, sia in presenza di attività principali che connesse, sono registrate con un prospetto in attivo, pertanto non compaiono nei dati utili.
Non concorrono di conseguenza a formare indici per l’analisi e la successiva impostazione del processo di valutazione. Sono eventualmente avvalorati di fatto dall’operatore sulla base di considerazioni commerciali.
A sostegno dell’attività di imputazione dei dati può essere utile utilizzare i Valori Agrari Medi, reperibili presso l’Agenzia delle Entrate, formulati da commissioni zonali che si riuniscono periodicamente a livello di circoscrizione provinciale.

Ammortamenti, questi sconosciuti

La ricostruzione dei dati contabili ai fini della dichiarazione reddituale non prevede, per i casi sopra menzionati, l’imputazione di ammortamenti. Tale stato di cose porta a iscrivere eventuali acquisti per il totale dell’importo entro l’esercizio. Ovviamente in considerazione di acquisti di beni strumentali il volume d’affari risulterà penalizzato.

L’esempio del trattore

Come esempio immediatamente percepibile possiamo considerare l’acquisto di una trattrice per un produttore con esclusiva attività cerealicola. In sede di dichiarazione a fronte di ricavi da conferimento del prodotto sfuso al trasformatore vengono imputati i costi ordinari per la conduzione dell’attività.

Oltre questi, a seguito dell’acquisto, viene imputo il costo totale della trattrice che, in modo diretto, andrà a deprime il volume d’affari dichiarato per differenza fra costi e ricavi complessivi.

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Valutazione empirica

Da qui è necessario avviare un ragionamento sulle possibilità di integrazione nei sistemi di rating. Si tratta, di fatto, di proporre una lettura empirica delle risultanze di flusso economico e situazione patrimoniale altrimenti non identificabili. I dati rappresentati nel documento di dichiarazione reddituale del titolare o della stessa società semplice, formulati su base catastale, non consentono la messa in evidenza di flussi economici e consistenze patrimoniali, che poi, indicizzati, costituiscono le informazioni di base per alimentare il modello di rating bancario.

Quindi è necessario ripercorrere con strumentazione empirica i flussi economici e le consistenze patrimoniali, formulando una base dati coerente, che non può prescindere dall’identificare poste suddivise fra costi e ricavi, attivo e passivo patrimoniale.

Le diverse metodologie in carico alle banche operanti in Italia si ripromettono tale scopo, riportando in evidenza dati che non sono automaticamente ripescabili dalla dichiarazione dei redditi. Tuttavia, manca per tutti un legame immediato con le procedure di attribuzione del rating. Di fatto i dati vengono acquisiti “in nota” e non incidono, salvo rari casi, sull’alimentazione del motore di calcolo. Il lavoro da svolgere a livello di sistema è proprio questo: integrare i dati in un sistema coerente di rappresentazione, capace di dialogare con i motori di rating.

Rating delle aziende agricole, quello che i numeri non dicono - Ultima modifica: 2019-09-25T15:39:22+02:00 da K4

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