Mazzaferri (Fendt): «Agricoltura settore motivante e fatto di brave persone»

Intervista a Marco Mazzaferri, direttore vendite Italia di Fendt: «Il rapporto con produttori e contoterzisti è un plus di questo mestiere. Ma gli agricoltori devono guadagnare di più»

Marco Mazzaferri, umbro, classe 1971, da tre anni al vertice di Fendt in Italia è un ingegnere – elettronico – prestato all’agricoltura. La chiacchierata parte dalla laurea e si snoda su un percorso fatto non solo di meccanizzazione agricola. Chiuso il percorso accademico nel 1997 e dopo un master londinese in economia internazionale, Mazzaferri entra nel mondo delle telecomunicazioni per poi approdare nella galassia New Holland, dove partendo dalle vendemmiatrici arriva a essere marketing manager Italia. Fino al 2016, quando si sposta alla corte dei tedeschi di Fendt, da una ventina d’anni marchio della corporation americana Agco.

Marco Mazzaferri, direttore vendite Italia di Fendt

«E in tre anni – sottolinea – la filiale italiana è davvero cambiata molto: sono praticamente raddoppiati i dipendenti, sono stati incorporati marchi come Challenger e Laverda ed è arrivata la gestione delle rotopresse Lely e delle attrezzature Fella».
Ma l’impegno maggiorato soddisfa Mazzaferri, che nel mondo agricolo ci sta bene (en passant ha preso anche il diploma di sommelier): «Gli agricoltori sono mediamente delle belle persone, fortemente motivate, attaccate alle tradizioni nel senso più positivo del termine. È un mondo con tanti problemi ma senz’altro di brava gente. Con la quale è piacevole essere a contatto».
«Certo – continua – proporre un prodotto che è considerato di alta reputazione è un vantaggio, che va comunque consolidato: non è un caso che nel 2018 è stato raggiunto il massimo storico di vendita di trattori Fendt in Italia (1.070 macchine, ndr) e che nel 2019 si arriverà poco sotto alle 1.200 unità. In diversi casi, i più semplici per chi vende, contoterzisti e agricoltori arrivano già convinti di comprare il nostro trattore, consci del risparmio che avranno e del fatto che l’acquisto porterà benefici all’azienda. Questi investono, ponderando, 300mila euro per un trattore o 500mila euro per una mietitrebbia. In altri casi, ed è questa la sfida più difficile, ci troviamo di fronte al ‘vorrei, ma non posso’, a produttori che non sono in grado di acquistare il trattore, principalmente per problemi economici».

Controllo dei costi

Il discorso si allarga allo scenario agricolo italiano e alle prospettive del comparto. «Il problema del reddito è evidente: molti, troppi agricoltori guadagnano poco. Non a sufficienza per investire. Questo è il primo punto su cui ragionare anche a livello di amministrazione pubblica: i piani di sviluppo rurale – evidenzia Mazzaferri – non possono finanziare a fondo perduto – come succede con grande frequenza in molte regioni – realtà solo perché sono giovani. Occorre un progetto in grado di incidere prima di tutto sull’innovazione. Ormai è chiaro che per rimanere competitivi gli agricoltori non riescono e, invero, non possono incidere sul fronte dei prezzi e dei ricavi, spesso frutto di dinamiche internazionali che navigano sopra le loro teste. Invece possono ancora lavorare molto sul fronte del controllo dei costi e sulla loro riduzione. La tecnologia ha fatto passi da gigante ma è accessibile a pochi: si pensi solo alla guida satellitare, dovrebbe ormai esseretrattori a eima 2018 disponibile su tutte le macchine e invece la si può trovare in casi ancora limitati»
Le scelte politiche devono avere peso e Mazzaferri rimarca la loro importanza: «Con la riforma del titolo V il ruolo delle Regioni in campo agricolo è diventato notevolissimo. Fermo restando che, a mio avviso, non è positivo che ogni amministrazione si muova scollegata dalle altre, almeno che i Psr vadano nella direzione dell’innovazione e premino chi vuole svoltare e ha un progetto futuribile».
«Non è pensabile – rimarca il manager – che nello scorso anno i costi agricoli siano aumentati mediamente del 5,4% e i prezzi del 4,4%: il conto economico dell’agricoltore è evidentemente peggiorato. Cosa non sostenibile nel lungo periodo».

Concentrazione obbligata

L’innovazione tecnologica è un refrain ricorrente nell’analisi di Mazzaferri. Alla quale aggiunge l’idea della concentrazione e delle dimensioni. Sia sul fronte agricolo che su quello imprenditoriale. «Possono centinaia di migliaia di agricoltori avere relazioni ‘adeguate’ con poche realtà della grande distribuzione organizzata o con qualche decina di grandi imprese agroalimentari? Certo che no. Senza un minimo di aggregazione, con pochi ettari non si compete, si sparisce. E non è un caso che in tre anni il numero delle aziende agricole è diminuito del 22%. Analogo ragionamento si può fare per le imprese di meccanizzazione agricola. Si pensi alle attrezzature: i grandi player mondiali rimasti autonomi viaggiano sopra i 500 milioni di euro di fatturato. In Italia abbiamo una sola realtà (Maschio Gaspardo, ndr) che va oltre i 100 milioni. La concentrazione sarà un percorso obbligato».
Torniamo ai problemi italici. «Sono molti e dare consigli non è facile. Certo – prosegue Mazzaferri – la necessità di semplificare le procedure è ormai un’emergenza nazionale: una recente stima parla di un ‘investimento’ di tempo da parte di un agricoltore che fa seminativi di 2 giorni a ettaro all’anno solo per la burocrazia. Un’enormità insostenibile.
E ancora, nel settore della meccanizzazione: per immatricolare un trattore non è sufficiente, come in tutti gli altri Paesi del Vecchio Continente, la trasposizione dell’omologazione europea, ma serve un intervento specifico del Ministero dei Trasporti italiano. Con costi che si alzano e tempi che, evidentemente, si allungano. Per non parlare della ‘barzelletta’ della revisione dei trattori: dopo quattro anni e decine di rassicurazioni e proclami siamo ancora qui a domandarci come mai non sia operativa. E se non partono nemmeno le cose semplici…figuriamoci in grandi progetti».

I trattori caleranno ancora

In venti anni si è passati da circa 35mila trattori a poco più degli attuali 18mila.
Si è toccato il fondo? Mazzaferri è scettico: «Non credo. Forse non diminuiranno i Cv complessivi e la potenza totale, ma la situazione agricola è complessa e penso si possa scendere ancora. Non mi meraviglierei se fra qualche anno ci trovassimo di fronte a un mercato nazionale attorno alle 15mila macchine».
Intanto, a proposito di numeri, Fendt programma di realizzare 20mila trattori entro il 2020. «Ma il marchio ha potenzialità ben maggiori, per questo – chiosa Mazzaferri – non mi dispiacerebbe fare un’esperienza gestionale che vada oltre i confini nazionali».
E, come nell’economia circolare oggi tanto di moda, torniamo da dove siamo partiti. Dall’amore per l’agricoltura del manager perugino: «Un settore che va sostenuto e valorizzato in tutte le sue forme. Così come il turismo. Due valori aggiunti strategici per il Paese. Per questo ritengo che meritino due Ministri diversi, magari ben coordinati fra loro, ma separati».

 

IL SOGNO NEL CASSETTO

L’esperienza giovanile nell’azienda di consulenza per la sicurezza gestita con il padre deve avere lasciato il segno perché nel suo futuro Mazzaferri ha in testa l’idea d’impresa. «In fondo il sogno nel cassetto che coltivo è piuttosto semplice: acquistare un’azienda nel settore della meccanica agricola per poterla gestire al meglio e farla crescere. Seguendo tre linee guida che considero strategiche per ogni impresa: internazionalizzazione, successione e dimensione. Qualsiasi realtà deve aprirsi al mondo, avere garanzie di continuità nel tempo e numeri minimi adeguati per affrontare mercati complessi e competitor di rilievo». G.G.

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