Agrofarmaci, il dannoso contagio della chemofobia

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Guglielmo Garagnani
Confagricoltura Bologna porta equilibrio su un tema indispensabile come la protezione delle colture. Garagnani: «Vietare a priori e con un approccio integralista gli input chimici può mettere a rischio la salubrità stessa dei prodotti agricoli»

Dopo la mozione approvata all'unanimità alla Camera per introdurre  più controlli ma anche a un uso più responsabile degli agrofarmaci (leggi qui per saperne di più), interviene su questo tema assai delicato Confagricoltura Bologna, nell’intento di portare equilibrio in un fattore indispensabile come la protezione delle colture.

Più scienza e meno integralismo

L’associazione degli imprenditori agricoli invita a un approccio meno integralista sull’utilizzo dei fitofarmaci e si scaglia contro qualsiasi movimento di pensiero atto a bandire l’innovazione di processo e di prodotto, in campo come in stalla. «È sbagliato - dice chiaro il presidente Guglielmo Garagnani - vietare a priori gli input chimici e i prodotti fitosanitari necessari a debellare patologie, esempio quelle fungine, che potrebbero anche mettere a rischio la salubrità stessa del prodotto. Noi ci battiamo per un’agricoltura integrata avanzata che sia sostenibile; siamo favorevoli all’uso di strumenti agronomici all’avanguardia, frutto di anni di ricerca e sviluppo, per i quali sono previsti tra l’altro disciplinari d’impiego molto ferrei».

Il biologico è un’opzione

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Marco Caliceti

Non è comunque una posizione che si contrappone al metodo biologico. «Tutt’altro – spiega Marco Caliceti, vice-presidente di Confagricoltura Bologna nonché membro ordinario dell’Accademia Nazionale di Agricoltura – non siamo certamente contrari al biologico, comparto a cui dedichiamo investimenti ed energie al fine di far crescere una squadra di imprenditori capaci e altamente professionalizzati. Tuttavia, siamo per un approccio non ideologico ma pragmatico, consapevoli del fatto che non si potrà mai applicare il metodo biologico in agricoltura su tutto il territorio nazionale».

Biotecnologie sostenibili, i veti non hanno senso

«Ci sono aree – continua Caliceti - che vedrebbero fortemente ridurre, se non addirittura scomparire, le produzioni laddove appunto la pressione delle fitopatie biotiche e abiotiche è più aggressiva e si richiede quindi un approccio integrato avanzato tra tecniche agronomiche largamente sperimentate e supportate da un approccio scientifico, tra cui l’utilizzo di prodotti di sintesi efficaci e sostenibili». «Il nostro impegno mira ad aprire le porte alla ricerca, spingendo la Ue, a promulgare finalmente quelle direttive e regolamenti necessari affinché siano utilizzabili tecniche oramai chiaramente vincenti come il genome editing e la cisgenesi, proprio per arrivare a contrastare parassiti e stress abiotici come la siccità, visti gli innegabili cambiamenti climatici in atto, con varietà resistenti e tecniche innovative, di cui si gioverebbe in modo particolare l’agricoltura biologica oltre che quella integrata, ovviamente. Infine, non possiamo permettere che un argomento di vitale importanza per il lavoro e l’attività dell’agricoltore possa essere strumentalizzato di fronte all’opinione pubblica, fatto salvo che in primis deve essere comunque tutelata la sicurezza alimentare».

Chemofobia in fase contagiosa

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Patrizia Hrelia

«Stiamo veramente vivendo in un’epoca di chemofobia - commenta la prof. Patrizia Hrelia, ordinario di Tossicologia presso l’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna e Past President della Società Italiana di Tossicologia - e questa è particolarmente sentita quando si parla di prodotti fitosanitari di sintesi come residui negli alimenti.  Eppure questi prodotti sono i più studiati fra i prodotti con i quali l’uomo viene in contatto, sono studiati prima e dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio. Prima che una sostanza attiva possa essere utilizzata nell’UE all’interno di un prodotto fitosanitario, deve essere approvata dalla Commissione europea».

Le valutazioni più approfondite sono quelle che riguardano gli agrofarmaci

«Prima che venga assunta una decisione ufficiale sulla loro approvazione – tranquillizza la studiosa -, le sostanze attive sono oggetto di un approfondito processo di valutazione. Vi è una valutazione preventiva che deve escludere, nelle normali condizioni d’uso, rischio di effetti avversi sull’uomo e sull’ambiente. Sulla base degli studi presentati vengono stabiliti i valori limite di presenza in una derrata alimentare e, parallelamente, si stabiliscono, con criteri molto prudenziali, i limiti per la salute».

Il rischio maggiore? Batteri e micotossine

«L'ultimo rapporto di monitoraggio pubblicato dall'EFSA (l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare) evidenzia che gli alimenti consumati nell'Unione europea continuano a essere in gran parte privi di residui (53,6%) di fitofarmaci oppure contengono residui che rientrano nei limiti di legge. Eppure l’opinione pubblica li teme spesso in modo ingiustificato, li percepisce come il rischio maggiore, quando invece rischi ben maggiori derivano da contaminazioni batteriche o da tossine naturali, quali le micotossine». Non da ultimo, bisogna ricordare che nessun metodo in agricoltura può abbattere la presenza di contaminanti ambientali, che sono presenti sia in prodotti da metodo biologico, che in quelli da agricoltura integrata. Nessuna contrapposizione quindi: metodo da agricoltura biologica e da agricoltura integrata quindi possono e debbono coesistere nella salvaguardia della salute dell’uomo».

1 commento

  1. Bell’articolo però quando viene detto che le valutazioni più approfondite sono quelle che riguardano gli agrofarmaci non è del tutto vero perché vengono testati solo i principi attivi e non le formulazioni commerciali con i coformulanti spesso più tossici del p.a., inoltre non viene considerato l’effetto cocktail tra i vari agrofarmaci

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