Crisi climatica: i Consorzi di Bonifica tutelano il territorio

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Carbon farming, gestione della vegetazione dei canali della bonifica, gestione delle acque superficiali contro il cuneo salino. Queste alcune delle strategie di adattamento del territorio e mitigazione ai cambiamenti climatici messe in campo da Consorzi di Bonifica dell'Emilia-Romagna

Siccità, temperature di 2-3 gradi oltre la media, alluvioni, grandinate intense, gelate tardive, aumento di problematiche fitosanitarie ed esplosione di specie dannose e aliene. La crisi climatica si è manifestata, negli ultimi anni, sotto forma di eventi estremi, che hanno interessato tutte le regioni del nostro paese, e in particolare l’Emilia Romagna dove, nel 2023, sono state registrate, oltre alle recenti alluvioni, le temperature più alte mai registrate a partire dalle prime rilevazioni effettuate (1961). In risposta a queste disastrose avversità, i Consorzi di Bonifica si sono attivati per sviluppare progetti di ricerca e strutturare piani di adattamento del territorio e mitigazione ai cambiamenti climatici in corso, tra cui alcuni progetti LIFE (Life Green4Blue, Life agriCOlture) e il progetto Resevoir.

I canali come infrastrutture ecologiche

Nel comprensorio della Bonifica Renana, in una porzione di pianura nella chiusura di bacino tra Bologna e Ferrara caratterizzata da aree verdi di Rete Natura 2000, si diramano 620 km di canali, inseriti in una delle aree più critiche dal punto di vista della gestione della sicurezza idraulica. Di questi 620 km, 60 sono stati inclusi nel progetto “LIFE Green4Blue”, un progetto che si confronta con il cambiamento climatico attraverso il tema della rinaturalizzazione.

I canali, spiega Andrea Morsolin (Consorzio Bonifica Renana), non sono dei semplici bacini attraverso i quali l’acqua si sposta, ma possono essere, se ben gestiti, degli importantissimi scrigni di biodiversità, assumendo ancora più valore quando si trovano in un contesto particolarmente segnato dall’impronta antropica.

Gli interventi previsti dal progetto hanno riguardato il potenziamento della vegetazione spondale e acquatica autoctona, come ad esempio la ninfea bianca (Nymphaea alba), che sta scomparendo. Queste piante hanno la funzione di supportare l’ecosistema acquatico, e contrastare l’insediarsi di specie aliene, quali il gambero rosso della luisiana (Procambarus clarkii) e la nutria (Myocastor coypus). Come metodo di lotta, si punta principalmente alla predazione da parte dei predatori autoctoni, come ad esempio, nel caso delle nutrie, il lupo, una specie che negli ultimi anni è tornata sul territorio, e, nel caso del gambero, gli aironi, che necessitano di habitat per potersi sviluppare e riprodurre.

Per garantire la connessione tra queste aree di biodiversità (le cosiddette stepping zones), è stata anche cambiata la tecnica di sfalcio, adottando un sistema di mantenimento prolungato della vegetazione (principalmente canneto) di 3-5 anni. Inoltre sono state create delle bassure umide, che raccolgono e conservano l’acqua all’interno di questi specchi anche durante l’inverno, per dare la possibilità a molte specie di sopravvivere e svernare. Altri canali, invece, vengono tenuti vuoti per le acque che tradizionalmente (ora, in misura minore) arrivano nel periodo invernale.

Tutti questi fattori, uniti, si trasformano in elementi di maggiore vivibilità del territorio e in ripercussioni positive sull’ambiente in termini di servizi ecosistemici: miglioramento delle acque attraverso la fitodepurazione, effetto tampone di eventuali problematiche di inquinamento, stoccaggio del carbonio, creazione di habitat ed aree per l’insediamento ed il potenziamento della diversità vegetale e animale autoctona, e conseguente contrasto alla diffusione degli organismi alieni.

Life agriCOlture: un caso studio dell’Appennino Emiliano

Diverso l’ambito d’intervento del secondo progetto Life, “Life agriCOlture”, illustrato da Luca Filippi (Consorzio Bonifica Emilia Centrale), che introduce un tema declinato secondo un paradigma che vede il complesso agricolo dell’Appennino Emiliano come una grande infrastruttura diffusa e capillare in grado di fornire servizi, oggi essenziali, di contrasto e di mitigazione agli effetti del cambiamento climatico in ambiente montano.

Il contesto è quello di un sistema zootecnico foraggero basato sulla produzione di Parmigiano Reggiano, particolarmente virtuoso dal punto di vista socio-economico.

L’attività dimostrativa vera e propria, svoltasi all’interno di 15 aziende (demo-farms) posizionate in aree rappresentative dell’Appennino, è stata quella di valutare l’impronta del latte dal punto di vista della sua efficienza climatica (emisioni e sequestro di CO2), attraverso un insieme di protocolli, o buone pratiche di carbon farming, riguardanti quattro ambiti d’intervento:

  • Sistema foraggero e colturale
  • Gestione dei reflui
  • Alimentazione e gestione della mandria
  • Gestione interventi agronomici (infrastrutture agricole compatibili con la fragilità idrogeologica)

Lo scenario emerso ha evidenziato risultati molto promettenti: si stima, infatti, una riduzione delle emissioni di CO2 del 5%, equivalenti a 1.178 tonnellate emesse dalle 15 aziende, confermando l’apporto benefico che può dare in termini di mitigazione e misura di contrasto al cambiamento climatico.

Resevoir per contrastare l’avanzata del cuneo salino

Per rispondere all’avanzata del cuneo salino indotta dalle dinamiche dei cambiamenti climatici è nato, nel 2020, Resevoir, un progetto internazionale dalla durata di 4 anni finalizzato allo sviluppo di modelli di gestione delle acque superficiali.

In Italia, una delle aree più colpite da questo fenomeno è la zona di Comacchio (Fe). Questo territorio è protetto dal mare da un esile linea di difesa, rappresentata dalla spiaggia e dall’argine Acciaioli, che si trova a 3 metri di altezza rispetto al livello del mare. Quando le portate dei fiumi sono basse, ad esempio d’estate durante i periodi di siccità e di scarsa portata, l’acqua del mare tende a risalire.

Nel Po di Goro, il progetto Resevoir si è focalizzato sul contrasto della corrente salina attraverso l’utilizzo di una pompa che prende acqua dolce da una zona più occidentale del Po.

In altre aree, inoltre, è stato messo a punto un “canale di gronda”, che ha lo scopo di caricare la falda dolce, aumentando la sua forza, e consentendo di conseguenza l’abbassamento dell’acqua salata. Questo sistema ha consentito di difendere i terreni occidentali e sabbiosi prossimi al mare dall’eccessiva salinità, garantendo lo sviluppo di un orticoltura avanzata anche in questo territorio che vanta, in Italia, il primato nella produzione di carote.

«Le soluzioni sono quelle ormai già in essere da tanto tempo - dice Aldo Bignami, Consorzio di bonifica Pianura di Ferrara - creare barriere per evitare quest’avanzata del cuneo salino lungo fiumi e canali; oppure la più banale, ma anche quella che ha funzionato meglio, quella di prelevare l’acqua lontana dal mare. Per fare queste cose, c’è bisogno di acqua, sono necessarie infrastrutture ed è, infine, necessaria energia».

Crisi climatica: i Consorzi di Bonifica tutelano il territorio - Ultima modifica: 2024-05-13T15:06:36+02:00 da Sara Vitali

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