Scadenza del latte fresco, latterie libere di scegliere

latte fresco
Dal 9 maggio ciascun produttore potrà dichiarare il termine che si sentirà “tecnologicamente” di garantire; andando anche oltre i limiti temporali previsti sino a oggi dalle norme.

A partire dal prossimo maggio cambiano le norme sulla scadenza del latte alimentare. In particolare salterà l’obbligo, da parte dell’industria alimentare, di indicare in etichetta una data di scadenza già prefissata per legge. In pratica, dunque, rimane l’obbligo di specificare una scadenza, ma ciascuna latteria sarà libera di dichiarare il termine che si sentirà “tecnologicamente” di garantire; andando anche oltre i limiti temporali previsti sino a oggi dalle norme.
A sancirlo è il decreto legislativo 231/2017 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’8 febbraio 2018) che entrerà in vigore il prossimo 9 maggio e che rappresenta l’applicazione in Italia del regolamento Ue 1169/11 sull’etichettatura dei prodotti alimentari.
Nel dettaglio questo decreto va ad abrogare alcune parti della legge 169 del 1989 che, sino a ora, ha previsto gli obblighi sulla formulazione in etichetta della scadenza del latte alimentare. Precisamente vengono cancellate queste frasi: “Il termine di consumazione non può superare i quattro giorni successivi a quello del confezionamento” (per quanto riguarda il latte pastorizzato); “con data di riferimento di 90 giorni dal confezionamento” (per il latte Uht); “con data di riferimento di 180 giorni dal confezionamento” (per il latte sterilizzato). In pratica con l’abrogazione di queste frasi, il decreto 231 va a eliminare l’obbligo di non superare questi termini temporali, con il risultato che dopo il 9 maggio (entrata in vigore del decreto) i produttori industriali di latte alimentare che tecnologicamente saranno in grado di garantire una durabilità maggiore al proprio prodotto, potranno indicare scadenze più lunghe. Con vantaggi in termini di costi di produzione e soprattutto di minori resi, e dunque di impatto positivo in termini di spreco alimentare e ottimizzazione delle risorse.
Tutto definito dunque? Non proprio. Questo perché in materia di etichettatura e scadenze del latte alimentare, esiste in Italia un’altra norma. Si tratta della legge 204 del 2004 che all’articolo 1 recita tra l’altro: “La data di scadenza del «latte fresco pastorizzato» e del «latte fresco pastorizzato di alta qualità» è determinata nel sesto giorno successivo a quello del trattamento termico, salvo che il produttore non indichi un termine inferiore”. E il decreto legislativo 231, pubblicato lo scorso febbraio, non cita e dunque non tocca, questa legge. Che rimane quindi in vigore, il che confermerebbe, per il latte fresco, i termini fissati per legge a 6 giorni successivi al trattamento. Ma nemmeno questo è detto, perché la legge 204 è probabilmente illegittima.

COSA DICE LA LEGGE

Per il latte alimentare, nel campo delle informazioni da fornire al consumatore, la normativa ha imposto sino a oggi due regimi diversi. Per quanto riguarda il latte fresco pastorizzato e il latte fresco pastorizzato ad alta qualità, la legge 169 del 1989 impone la “scadenza”, ovvero una data perentoria oltre la quale il prodotto non può essere commercializzato. In questi casi, la dicitura in etichetta deve essere “Da consumarsi entro” seguita dalla data riferita al giorno, al mese e all’anno, considerando che il termine di consumazione non può superare i 4 giorni successivi al confezionamento.
Per il latte a lunga conservazione è invece sufficiente l’indicazione del termine minimo di conservazione (Tmc), ovvero la data entro la quale vengono garantite le proprietà specifiche di quel prodotto. In questo caso la dicitura sull’etichetta diventa “da consumarsi preferibilmente entro” seguita dal riferimento al giorno, al mese e all’anno, considerando quale termine dopo il confezionamento di 90 giorni per l’Uht e di 180 giorni per lo sterilizzato. Sono proprio questi riferimenti ai tempi dopo il confezionamento (4, 90 e 180 giorni) che vengono abrogati dal decreto 231 2017.

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